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Come Sanremo è diventato una vetrina della mascolinità alternativa in Italia

Un processo di ridefinizione iniziato con Renato Zero e culminato col successo dei Maneskin

Come Sanremo è diventato una vetrina della mascolinità alternativa in Italia Un processo di ridefinizione iniziato con Renato Zero e culminato col successo dei Maneskin

Se pensiamo a Sanremo è abbastanza comune che la prima cosa che ci venga in mente sia una schiera di cantanti agé in frac nella cavea del teatro Ariston. Ma la storia del festival è anche fatta di eccezioni, performer fluidi, moderni, dagli outfit istrionici e dalle personalità carismatiche che hanno sfidato il pubblico a mettere in discussione l’ideale maschile mettendo da parte la cultura patriarcale e machista con cui le generazioni passate sono cresciute. I Maneskin, Achille Lauro, per certi versi Morgan e prima ancora Renato Zero, chi per esigenze artistiche, chi per marketing, chi per seguire quella scia di cantanti americani che hanno fatto la storia della musica mondiale: tutti hanno detto di no al frac, letterale divisa dell'uomo in società, con tutti i suoi connotati di decorum e ruoli sociali.

Lo scorso anno, ad esempio, il festival è stato vinto dai Måneskin, la prima band italiana che negli ultimi vent’anni è stata proiettata verso un successo internazionale in pochissimo tempo, vincendo X-Factor, Sanremo, Eurovision e guadagnandosi il palco del Coachella. La band romana, tramite collaborazioni con con Etro e Gucci, ha normalizzato un’estetica glam, apertamente sensuale, in cui maschile e femminile si mescolano armonicamente senza bisogno di distinguersi, monopolizzando i giornali con titoli come Anche le mamme vanno pazze per Damiano. La liberazione sessuale rappresenta il nucleo tematico della stage persona dei Måneskin, anche se, paradossalmente, a essere bersagliati da polemiche non sono stati loro ma l'ospite Achille Lauro. Gli outfit del cantante visti durante le ultime due edizioni del festival si sono distinti per la scenografia complessa, i costumi teatrali nati dalla collaborazione tra Gucci e lo stylist Nick Cerioni, gli effetti speciali, i messaggi dissacranti e provocatori, i baci con il collega Boss Doms. Che l’immagine di un giovane uomo che si spende in effusioni omoerotiche sul palco dell’Ariston potesse far storcere il naso ad una fetta di pubblico in un paese in cui la bocciatura del DDL Zan è stata accolta con plauso, era abbastanza scontato. Eppure le critiche più feroci e inaspettate sono giunte dalla comunità LGBQT+ che aveva accusato il cantante di queerbaiting

L’accusa che la comunità LGBTQ+ aveva rivolto a Lauro era stata quella di queerbaiting nel senso che i valori da lui espressi, come la lotta alla mascolinità tossica, l’elogio alla libertà sessuale e alla piena espressione di sé, sarebbero una mera trovata di marketing perché lui che se ne fa portavoce è un uomo bianco dichiaratamente eterosessuale. L’ipotesi che l’artista si sia costruito un personaggio ad hoc nel tempo sembra ancor più plausibile se pensiamo alla sua evoluzione stilistica, dall’estetica trapper degli inizi, fatta di treccine, grills ai denti e gioielli a vista, a un look androgino e un trasformismo camaleontico più reminiscente di un David Bowie o di un Freddie Mercury. A questa evoluzione ha sicuramente contribuito il sodalizio artistico con Alessandro Michele, portavoce indiscusso dell’estetica genderfluid che ha incluso Lauro nel lookbook Pre-Fall 2020 di Gucci come personaggio che si trovava alla confluenza di cultura pop, musica e sperimentazione estetica.

Ma l'unico vero antesignano della gender fluidity a Sanremo è Renato Zero, l’uomo che al servizio militare preferì la musica e che, per scamparlo, si presentò alla visita medica vestendo un paio di slip rossi sottilissimi. Che lo si consideri un’icona trasformista rivoluzionaria o un conservatore in incognito, Renato Zero e la sua eredità culturale sono rimasti un punto di riferimento con cui tutte le generazioni successive di cantanti hanno dovuto confrontarsi. I suoi fan gli saranno sempre grati per aver portato in patria un sogno glam che solo l’Inghilterra con David Bowie o l'America con Lou Reed sembravano potersi permettere. Dal rock alla regina cattiva delle favole, dai Pellerossa al Cappellaio Matto, dall’omaggio al circo alle geishe, la versione Pierrot con quei pomi rossi sulle gote, versione angelo, diavolo, dal look total white al total black degli ultimi anni. Un personaggio contraddittorio, per certi versi dissacrante che con Sanremo e l’istituzionalità che esso rappresenta ha sempre avuto degli attriti proprio per il suo modo di essere e di vestire. Una rottura che è partita nel ‘91, quando arrivò secondo sul podio dopo Cocciante nonostante il parere del pubblico e culminata poi con il rifiuto del premio alla carriera nel 2009.

Quest’anno vedremo di nuovo i Maneskin ed Achille Lauro, ma tra i partecipanti c’è chi incarna un tipo ancora diverso di mascolinità: San Giovanni, il giovane talento che dal palco di Amici ha scalato le classifiche di Spotify, è sicuramente uno degli esponenti più rappresentativi della soft boy aestethic, un nuovo modo di narrare la virilità che abbraccia e promuove la libertà di esprimere fragilità e atteggiamenti introversi e sensibili. Questo tipo di stile, fatto di colori pastello, outfit semi-formali, maglioni a rombi, pantaloni larghi e pose intellettuali eredità della cultura hipster sta andando molto forte negli ultimi anni: su TikTok l'hashtag #softboyaesthetic conta 1 miliardo di visualizzazioni. Nell’era della decostruzione dei binomi, tra maschile e femminile, forza e debolezza, il soggetto maschile che deve costantemente preoccuparsi dell’immagine che dà di sé, del suo ruolo sociale e pubblico, che deve mostrarsi perennemente dominante e vincente, trova un’alternativa in queste figure moderne che consentono un maggiore grado di auto-espressione e autenticità. Una nuova maniera di percepire la mascolinità in Italia che ha cambiato per sempre ogni preesistente forma mentis forse anche grazie al pionerismo di Renato Zero e a Sanremo.