Tra il 2013 e il 2018 la durata media delle canzoni nella classifica Billboard Hot 100 è passata da 3 minuti e 50 secondi a 3 minuti e 30 secondi, un dato che conferma un trend individuato da molti: le canzoni pop (inteso come popolari) si stanno accorciando sempre più. Da NME a Pitchfork, i maggiori esperti del settore si sono accorti del fenomeno analizzato nel dettaglio in un articolo apparso su Quartz. Secondo il sito americano, la causa principale del fenomeno sono i servizi di streaming - come Spotify o Apple Music - e di come essi influenzano il comportamento degli utenti. Per dimostrare questa tesi sono stati presi in esame alcuni degli album degli artisti più amati del momento tra cui Kendrick Lamar (in Good Kid del 2013, M.A.A.D City arrivava al minuto 19, mentre in Damn del 2017 la media delle registrazioni si aggira attorno a 13 minuti) o Drake. Per chiarirci meglio le idee, Quartz ci spiega il funzionamento di questo servizi da decine di milioni di abbonati paganti nel mondo.

Perché le canzoni pop sono sempre più brevi? Secondo Quartz c'entrano Spotify, Apple Music e gli altri servizi di streaming | Image 1

L’anno scorso lo streaming ha superato i download digitali e le vendite delle copie fisiche degli album per quanto riguarda gli incassi totali dell’industria discografica mondiale, confermandosi il metodo preferito per il consumo di musica. Si stima che il guadagno effettivo di un artista per ogni singola riproduzione (cioè “in play” per almeno 30 secondi) si aggiri tra gli 0,004 e gli 0,008 dollari e, quindi, anche se non esiste un formale incentivo economico a fare canzoni più corte, ne consegue che un musicista con cinque canzoni da 3 minuti guadagnerà di più di uno che ha fatto tre canzoni da 5 minuti. Ok, forse non tutti sono disponibili a sacrificare la propria arte in nome di un fatturato maggiore, ma, certamente, la possibilità di guadagnare di più con uno sforzo minore non è solo allettante, ma determinante.

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Così, ancora una volta, sono le caratteristiche del supporto privilegiato dagli ascoltatori ad influenzare la durata media delle canzoni. Sì, ancora una volta, perché come continua Quartz a spiegare, ma è anche intuitivamente comprensibile, gli artisti adattano le loro produzioni a seconda del sistema di fruizione in voga al momento. Ad esempio, fino agli ’50, un disco poteva contenere solo tre minuti di musica per lato e le produzioni dell’epoca erano, perciò, spesso lunghe quanto un battito di ciglia; mentre nei sixties la diffusione degli LP e la loro decina di minuti per lato ha permesso ai Pink Floyd e a molti altri di registrare pezzi lunghissimi (basta pensare agli oltre 23 minuti di Echoes). Infine l’arrivo di musicassette e CD ha spinto ancora oltre i confini del timing. Ora, con lo streaming, siamo tornati alla micro-canzone, un prodotto corto e, nei casi più fortunati, incisivo.