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Il ritorno dell’indie sleaze

Dagli house party di Skins alle foto di Julia Fox

Il ritorno dell’indie sleaze Dagli house party di Skins alle foto di Julia Fox
Gucci SS09
Skins Season 1
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@skims
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@machinegunkelly
@daniellelevit
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Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
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Balmain FW10
Balmain SS09
Louis Vuitton SS11
Versace SS11
Saint Laurent SS16
Jeremy Scott SS12
Jeremy Scott FW11
Jeremy Scott FW10
Jean-Paul Gaultier SS11
Jean-Paul Gaultier SS11
Dolce & Gabbana SS10
Dior Homme FW05
Dior Homme FW03
Skins Season 1

Per descrivere cosa sia l’indie sleaze (termine coniato da Mandy Lee qualche mese fa che significa letteralmente “dissolutezza indie”) basterebbe ripensare all’airing originale della serie tv Skins che, specialmente nelle prime due stagioni, ma fino alla sua settima trasmessa nell’agosto del 2013, mise in scena la vita di una nuova generazione. Gli adolescenti ritratti nella serie erano lontani anni luce da quelli raccontati in serie americane come Dawson’s Creek, conclusosi lo stesso anno del debutto di Skins; ma anche Settimo Cielo, Everwood, Felicity, Gossip Girl o Una Mamma per Amica: se in America si pensava al ballo scolastico e al primo bacio, nella Bristol di Skins ci si ubriacava, si consumavano indifferentemente droghe e sesso, si affrontavano l’abbandono dei genitori, i disturbi alimentari, il suicidio, la malattia mentale. Un tipo di ritratto liberatorio dei giovani dell’epoca che, per stile narrativo e temi, coincise alla perfezione con la diffusione di un certo tipo di estetica ispirata tanto agli anni ’80 che alla sfacciata, trasandata e luccicante era dell’indie rock. Era un’epoca dove lo stile fotografico di Terry Richardson, analogico e con flash abbaglianti, regnava supremo; in cui le t-shirt erano stampate con frasi ironiche, si indossavano skinny jeans e ballerine, il make-up era più pesante, gli occhiale da sole Carrera e gli shutter shades di Kanye West e di Will.i.am erano incredibilmente cool. I social iniziavano a nascere con i blog di MSN, le pagine di Myspace e Netlog vomitavano lunghissime gallery di subculture che, in Italia, prendevano il nome di truzzi ed emo

Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
Skins Season 1
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Icona di stile suprema, per tornare al mondo di Skins, era Effy Stonem: minigonne, tubini dall’orlo vertiginoso, mega t-shirt e canotte abbinate a stivali workwear, collant a rete strappati, trucco pesante, capelli spettinati o piastrati e vagamente sbavato e più collane di quante un collo umano potrebbe ragionevolmente sostenere. Prima di essere un look, quello di Effy Stonem era un mood – e persino nella sua versione più ricca e upscale, quella degli outfit fuori di testa di Gossip Girl ad esempio, si percepiva il caos inerente a quell’epoca. In effetti, dalle foto che si vedono su pagine come @indiesleaze su Instagram, si può notare che la subcultura indie non aveva una sua divisa esatta quanto piuttosto una serie di linee guida generali come i contrasti di colori sgargianti, l'iper-decorativismo degli accessori, e un certo gusto del pacchiano. Anche se non era sempre così: l'indie era uno stile di vita, una attitude prima di essere un look - una cultura dell'eccesso e del disordine che, stranamente, era priva di pretensione, incapace di sopravvalutarsi. Che poi è anche il motivo della sua popolarità e del senso di community che creava, a differenza della influencer culture di Instagram con le sue implicite gerarchie sociali.

Dior Homme FW03
Dior Homme FW05
Balmain SS09
Gucci SS09
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Jeremy Scott FW10
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Jean-Paul Gaultier SS11
Jean-Paul Gaultier SS11
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Saint Laurent SS16

La situazione non riguardava soltanto il womanswear. Nella prima metà della sua era da Dior Homme e poi nei suoi anni da Saint Laurent, Hedi Slimane aveva esplorato l’immaginario dell’indie sleaze: t-shirt scollate, cinture colorate con fibbie scorrevoli, pantaloni a vita bassa, fedora, microsciarpe e microcravatte, lettering massimalista, dettagli luccicanti e dorati, bretelle, trasparenze. Ai tempi sembrava tutto «decadent glamour», una versione assai più rarefatta e ovattata dei design edonisti, vistosi e sessualmente suggestivi che qualche anno dopo Jeremy Scott portava alla New York Fashion Week e che Christophe Decarnin faceva sfilare per Balmain. Qualche anno prima, in un momento di incredibile allineamento degli astri, Gucci aveva usato l'iconica Time to Pretend degli MGMT come colonna sonora del proprio show SS09, una delle riletture più opulente dello stile indie/hipster di quell'epoca. Ma lo storyteller più influente dell’epoca non fu un designer ma un fotografo: Mark Hunter, aka Cobrasnake, il cronista dei più decadenti party di Hollywood nel corso dei primi 2000.

Il vero hotbed creativo di questo tipo di stile era il nascente ecosistema dei blog e dei social media ante litteram – la dissolutezza della scena indie si esprimeva nelle foto scattate alle feste, nell’abbandono con cui la biancheria intima emergeva dagli orli dei top o dei pantaloni, nella libertà con cui i colori erano mixati e con cui gli abiti aderivano al corpo. Un tipo di flashiness che ora ci disturba ma che, nelle parole di Isabel Slone di Harper’s Bazaar, «serve come un ricordo un po' doloroso dell'ultimo momento in cui era possibile immaginare un futuro indenne dalle devastazioni del tardo capitalismo». In questo senso, sempre secondo Slone, il ritorno del trend ha a che fare con il ricordo di un mondo meno economico-politicamente complicato, ma anche un rigetto dell’idea del metaverso – un mondo in cui si interagisce con gli altri tramite la tecnologia e non i propri sensi, ossia il completo opposto di un’epoca in cui ingressi alle feste e cocktail costavano pochi spiccioli, il massimo grado della tecnologia era l’iPod Nano e video e foto scattati col cellulare erano di qualità troppo scadente per sopraffare la realtà. È indicativo, ad esempio, che l’intero movimento indie sia il primo a essere nato su Internet e dunque in un momento di entusiasmo in cui il concetto di cringe non era stato codificato, e in cui tutto appariva immediato, ingenuo e a portata di mano. 

@daniellelevit
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@skims
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La parte più interessante però sta nella maniera in cui il trend sta riemergendo. Poco sopra si diceva che quello di Effy Stonem era più un mood che un look – e cioè che l’impressione di dissolutezza, la spericolatezza dello stile e l’aria grezza di quelle foto, musiche, situazioni e artefatti culturali (moda inclusa) erano la conseguenza di uno stile di vita e non la sua causa né possedevano un guardaroba specifico, solo uno stile generale che era molto chiassoso e sgargiante. In breve, è difficile che gli outfit di quell’epoca ritornino (chi indosserebbe oggi kefieh, leggings dorati, t-shirt con la stampa di un farfallino, fedora e finti occhiali giganti?) ma l’estetica potrebbe resuscitare nei trend visuali e culturali – sotto forma di cuffie con filo, di immagini fotografiche “candide” scattate con il flash, di caption di Instagram simili a quelle di Tumblr, di ritorno delle sigarette e di rappresentazioni risquè di edonismo come ad esempio le pubblicità di Skims con Megan Fox, la recente campagna di Loewe x Studio Ghibli scattata da Juergen Teller o gli scatti di coppia di Kanye West e Julia Fox che, tra parentesi, con la sua aura da star/art performer di nicchia potrebbe essere la principale figura del ritorno del trend.