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È ora che il rap italiano prenda una posizione

Le dichiarazioni di Ghali hanno messo in luce il problema di una scena fin troppo passiva

È ora che il rap italiano prenda una posizione Le dichiarazioni di Ghali hanno messo in luce il problema di una scena fin troppo passiva

La morte di Willy Monteiro Duarte, il 21enne assassinato la notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro, ha scoperchiato un vaso di Pandora della scena rap italiana rimasto chiuso fin troppo a lungo. Attraverso una serie di Instagram Stories Ghali ha voluto condannare l'insensato silenzio di molti dei suoi colleghi, che nelle ore e nei giorni successivi al fatto di cronaca hanno preferito non esprimersi sull'accaduto invece di parlare e prendere una posizione netta sui fatti.

Il silenzio della scena rap pesa per due motivi, in buona parte strettamente collegati tra di loro. Negli ultimi anni il rap è diventato un genere con un target di riferimento giovanissimo, trasformandosi spesso in un modello di vita seguito e interpretato da una fascia di pubblico fin troppo suscettibile a riferimenti e storie fatte di machismo e violenza, esempi facilmente etichettabili come fittizzi o di fantasia che però probabilmente non tutto il pubblico riesce a scindere dalla realtà, trasformando spesso rime e barre in una sorta di Bibbia di vita da seguire pedissequamente.

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Cosa ne pensi? Ieri sera, con un discorso sulle proprie Instagram Stories, @ghali ha preso posizione condannando il comportamento dei suoi colleghi che non hanno parlato apertamente della vicenda dalla morte di #WillyMonteiroDuarte. Secondo #Ghali le motivazioni sarebbero da imputare a due possibili cause: 1) menefreghisimo 2) vicinanza dei rapper italiani ad ambienti simili a quelli di cui facevano parte gli assassini di Willy (estrema destra e violenza) Ghali ha inoltre detto che per la vicenda #GeorgeFloyd e #BlackLivesMatter tutti si erano fiondati in massa a pubblicare foto nere in segno di rispetto, solo perchè “faceva figo” ed era “mainstream”. Per il caso Willy invece, sempre secondo Ghali, non è stato fatto abbastanza pur essendo successo in Italia e ci vorrebbero più segnali anche da parte degli artisti.

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Temi che in buona parte si intrecciano con i background di chi li canta, facendo emergere quella che secondo Ghali è la vera causa del silenzio di molti dei suoi colleghi. Gli "addetti ai lavori e security con tatuaggi fascisti" citati dal cantante di Good Times probabilmente sono solo la punta dell'iceberg di un mondo in cui i volti dei fratelli Bianchi sono fin troppo comuni, parte di un meccanismo che vede nel rap solamente una banale passatempo. È ovvio che l'appello di Ghali non si riferisca all'intera scena italiana, così come testimoniato dall'intervento di Noyz Narcos e di chi ha preferito parlare solamente dopo l'appello iniziale. C'era però un silenzio assordante intorno alla vicenda, lo stesso silenzio della politica (che trova in Fedez un assurdo capro espiatorio) che ci impegnamo a criticare e che dobbiamo pretendere di vedere infranto per il genere musicale che come nessun altro fa da megafono e riferimento alla Gen Z italiana.

La prova della tesi di Ghali si nasconde in buona parte nei trascorsi dello stesso rapper, non nuovo a discorsi del genere e che solamente pochi mesi fa era finito al centro di un attacco da parti di alcuni "fan". La colpa? Un outfit con un cappotto rosa e degli stivali con il tacco. All'epoca il cantante si rivolse ai fan dicendo "mi vergogno di avervi tra la gente mi segue", quando con molta probabilità chi aveva commentato quell'outfit scrivendo "gay" vede Ghali solo come un nome da affiancare al titolo di un pezzo. Il rapper e il rap sono stati svuotati del loro peso sociale e politico storicamente rilevante, quello che oggi impedisce a un'artista di prendere una posizione contro un Ministro senza doversi sentire in torto, come se il suo ruolo fosse ormai unicamente quello di intrattenitore del popolo. Lo stesso popolo che preferisce quegli artisti che postano l'ormai famoso quadrato per Black Lives Matter ma fanno finta di nulla davanti alla morte di Willy, perché il promo viene prima del sociale. Manca cultura, una cultura che può arrivare solo da chi in questo momento tace, da un'unanimità di voci e non dal monologo di Noyz, di Fedez o di Ghali, che in passato era stato costretto a scontarsi contro uno dei quei colleghi che adesso non parla.

Come già detto su queste pagine in merito alla polemica tra Gué Pequeno e Ghali di qualche mese fa, la scena rap americana ha abbracciato da anni quel cambiamento verso una new masculinity capitanata da nomi come Pharrell o A$AP Rocky, smarcandosi da quell'immaginario da scena anni '90 fatto di thugh life e stereotipi ormai superati e ridicoli. Ma noi siamo ancora qui, in attesa che qualcuno capisca che forse è arrivato il momento di cambiare qualcosa.