
Perché Jeff Bezos non sta salvando il Washington Post? Le nuove difficoltà economiche del giornale non sono del tutto una sorpresa
Il Washington Post ha annunciato un drastico ridimensionamento della propria redazione: circa trecento giornalisti su ottocento sono stati licenziati, oltre a numerosi altri dipendenti. È un taglio molto consistente anche per il contesto statunitense, dove l'eventualità di perdere il lavoro praticamente da un giorno all'altro è storicamente più frequente che altrove.
Le difficoltà economiche del giornale, acquistato nel 2013 da Jeff Bezos, non sono nuove e riflettono problemi comuni a gran parte dell’industria dei media, colpita da anni dal calo dei ricavi pubblicitari e da un mercato degli abbonamenti sempre più saturo. Tuttavia, secondo molti osservatori, alle cause strutturali si sono sommate maldestre decisioni da parte di Bezos, che hanno reso la situazione irrecuperabile, segnando il declino definitivo di una delle testate più influenti al mondo.
@cnn Former Washington Post executive editor Marty Baron criticizes Jeff Bezos, who owns the newspaper, for driving away subscribers. Yesterday, the Washington Post laid off hundreds of workers after Bezos has been pushing his management team to return the paper to profitability. Bezos had no immediate comment about the cutbacks.
original sound - CNN
Uno degli esempio più citati per dimostrare che da parte di Bezos non c'era la volontà di sostenere economicamente e salvare il Washington Post, evitando così i tagli al personale, è l'enorme finanziamento effettuato da Amazon per produrre e distribuire il documentario su Melania Trump. L'azienda ha pagato circa 40 milioni di dollari per acquisire i diritti dell'opera, e altri 35 milioni per la sua promozione, nonostante fosse evidente che un prodotto di questo tipo non avrebbe mai potuto incassare abbastanza per andare anche solo in pari.
Come sostiene la gran parte della critica, l'operazione rientra con ogni probabilità in una più ampia strategia volta a ingraziarsi l'amministrazione-Trump. Alla luce di questi elementi, i comunicati che giustificano i tagli al personale come necessari per il rilancio del Washington Post risultano poco credibili: sembra piuttosto emergere la scelta deliberata di depotenziare il profilo del quotidiano, rendendolo meno incisivo dal punto di vista editoriale, con l'obiettivo di salvaguardare gli interessi economici e politici del suo proprietario.
Da dove arriva la crisi del del Washington Post e perché c'entra Bezos
After The Washington Post owner Jeff Bezos laid off hundreds of union journalists, workers came together, organized and showed up for each other.
— AFL-CIO (@AFLCIO) February 12, 2026
Solidarity with @PostGuild as they fight for fair treatment and to #SaveThePost! pic.twitter.com/EsOtK2vyAk
Durante il primo mandato di Trump, il Washington Post aveva assunto una linea molto critica e combattiva, riuscendo in questo modo a guadagnare molti lettori – intercettando buona parte del pubblico progressista e scontento dell'amministrazione repubblicana. Tra il 2016 e il 2020 questa posizione aveva portato a un forte aumento degli abbonamenti e a bilanci in attivo. Terminata quella fase politica, la crescita del giornale si è arrestata, probabilmente perché il potenziale bacino di lettori era stato in buona sostanza raggiunto. A partire dal 2023, però, l’atteggiamento di Bezos nei confronti del Washington Post è diventato più interventista. In particolare, è diventata esplicita la richiesta di rivedere la posizione della testata nei confronti di Trump, con un cambio di linea editoriale che ha sorpreso molti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Questa operazione ha inciso enormemente sulla credibilità del quotidiano, da sempre considerato progressista e fortemente autonomo.
Il punto di rottura è arrivato nell’autunno del 2024, quando la proprietà del giornale ha bloccato la pubblicazione del tradizionale endorsement presidenziale. La redazione aveva preparato un articolo di sostegno a Kamala Harris, ma il pezzo non è mai uscito: la decisione ha provocato un’ondata di cancellazioni degli abbonamenti, nell’ordine delle centinaia di migliaia, e ha segnato un ulteriore allontanamento del giornale da una parte consistente del suo storico pubblico.
Ma non finisce qui: successivamente è stata annunciata una profonda riorganizzazione della sezione Opinioni, tradizionalmente indipendente rispetto al resto della redazione, favorendo uno spostamento verso posizioni più concilianti con l’amministrazione-Trump. A questo si sono aggiunti altri episodi controversi, come il silenzio stampa da parte di Bezos quando l’FBI ha perquisito l’abitazione della celebre giornalista del Washington Post Hannah Natanson, un fatto piuttosto raro nel contesto statunitense, cosa che ha alimentato ulteriori dubbi sull'autonomia editoriale del quotidiano.
Bezos aveva il capitale per salvare il Washington Post
Molti critici osservano che i licenziamenti del Washington Post non rispondano del tutto a una reale emergenza finanziaria da parte dell'editore. Le perdite del giornale sono consistenti ma limitate se rapportate alle risorse personali di Jeff Bezos: nel 2023 il quotidiano ha chiuso con un bilancio in passivo di circa 77 milioni di dollari, saliti a circa 100 milioni nel 2024. Numeri rilevanti per un’azienda editoriale, ma trascurabili per un imprenditore con un patrimonio che si aggira intorno ai 245 miliardi di dollari. Per compensare le perdite annuali del quotidiano, a Bezos basterebbe una quota del tutto marginale del suo reddito annuo, stimata nell’equivalente di pochi giorni di lavoro – se non addirittura meno. Per rendere l'idea, quando Bezos ha comprato il Washington Post, poco più di dieci anni fa, lo ha pagato 250 milioni di dollari, la metà di quanto ha speso per il suo yacht di oltre 120 metri.
In sostanza, la gran parte degli esperti sostiene che il ridimensionamento del Washington Post non sia stato imposto tanto dai conti dell'azienda, ma rappresenti una mossa consapevole voluta da Bezos, orientata a ridurre l’ambizione e il peso politico di una testata progressista che in passato ha avuto un ruolo decisivo nel dibattito pubblico statunitense, come dimostra la celebre inchiesta sul Watergate – che negli Settanta portò alle dimissioni dell'allora presidente statunitense Richard Nixon.
Inoltre, se si confronta il caso del Washington Post con quello del New York Times, storicamente il suo principale concorrente, diventa evidente che ai tagli al personale esistevano alternative concrete: qualche anno fa il Times è uscito da una crisi altrettanto profonda investendo con decisione sulla redazione e sul proprio approccio giornalistico, mostrando che quando c’è una strategia editoriale seria e ambiziosa i lettori la premiano.














































