Il corpo maschile è davvero libero in passerella? Marketing, inclusività e nuove forme di oggettificazione

Parlare di moda significa anche parlare di corpi e, solitamente, parlare di corpi significa anche  trattare di sesso. I  movimenti femministi, con il #MeToo a fare da capofila, hanno messo sotto gli occhi di tutti la  piaga della sessualizzazione del corpo femminile, dipinto a destra e a manca come puro oggetto  del desiderio. Ma durante la scorsa Fashion Week maschile, Dsquared2 ha chiuso la sfilata FW26 dedicata al Canada e all’hockey con i direttori creativi Dean e Dan Caten sulle spalle di due giovani modelli a petto nudo. Immagini che, in qualche  modo, vengono accettate e, anzi, glorificate. Avremmo le stessa reazione di fronte a performance simili, se riguardassero il corpo femminile? 

Il corpo maschile tra immunità e disattenzione

Donald Braho, Head of Men’s Division di Wonderwall Management, riconosce una differenza  sostanziale nel modo in cui il corpo maschile viene trattato rispetto a quello femminile nelle  campagne pubblicitarie. «Il corpo femminile è sempre stato caricato di una sensibilità e di una  tensione morale maggiore: basta un dettaglio scoperto per generare polemica. Il corpo maschile,  invece, ha goduto di una sorta di immunità, finché non si entra nel territorio esplicito».

Un esempio  evidente è la ricezione delle immagini in bianco e nero di Jung Kook, componente del gruppo  sud-coreano BTS, Bad Bunny e Jeremy Allen White in intimo Calvin Klein. «Detto questo», continua Braho, «esistono casi in cui  anche il corpo maschile è stato usato in modo quasi disumanizzante, ultimamente su show che  hanno evocato un immaginario superficiale, eccessivo, volutamente trash. Diverso è quando  l’erotismo viene costruito con linguaggio artistico. Penso a certe campagne di Dolce&Gabbana  scattate da Steven Meisel: lì l’erotismo richiama la scultura classica, la fotografia senza tempo. Non è consumo rapido, è estetica strutturata». 

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La sessualizzazione del corpo maschile è da sempre una leva di marketing per generare profitti. Basti pensare al successo di Abercrombie & Fitch, costruito su giovani ragazzi dotati di pettorali e addominali usati come ragazzi immagine all’ingresso dei propri punti vendita. Oggi, però, qualcosa sembra essere cambiato. In primis, il linguaggio utilizzato nel trattare il corpo maschile. «I grandi brand spesso utilizzano un erotismo più diretto, soprattutto nelle fragranze: l’attore carismatico, lo sguardo seduttivo, il corpo atletico. È un linguaggio chiaro», spiega Braho, «Le realtà indipendenti, invece, spesso lavorano su un erotismo più concettuale o più influenzato dalla cultura queer, oggi diventata mainstream. Non è cambiato il principio, ma il contesto culturale in cui viene recepito».

Il secondo aspetto è estetico. Dopo anni  dominati dai corpi esili dei cantanti indie, dei modelli di Hedi Slimane e degli skinny jeans, tornano fisici scultorei e atletici. C’è stato uno spostamento verso una sensualità non spontanea, ma allenata, disciplinata, controllata: «Non è solo una questione estetica, ma anche di attitudine davanti alla camera. Oggi si richiede più consapevolezza del proprio corpo, più controllo dell’immagine, più capacità performativa. Il modello non è solo un supporto per il vestito: è parte  del racconto», afferma Braho.

Cosa indica oggi la rappresentazione del corpo maschile? 

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La diffusione del trend dei cosiddetti slutty outfits su TikTok suggerisce che la sessualizzazione del corpo maschile oggi faccia più ridere che pensare. I video sono girati sia da uomini che da donne, e sono rivolti a un pubblico tanto etero quanto queer. Lo sguardo non ha più genere, né orientamento sessuale. «La sessualizzazione maschile oggi è universale perché il mercato  vuole parlare a tutti: donne, uomini, pubblico queer. È una strategia inclusiva ma anche  commerciale» conferma Braho. 

Ma parlare a tutti non significa convincere tutti. Prendiamo la campagna pubblicitaria della nuova  fragranza di Jean Paul Gaultier, Le Male in Blue, che vede un «sex symbol wearing fucking tight  pants» coerente con l’estetica provocatoria del brand. Tuttavia, in un mondo che richiede  maggiore cautela e consapevolezza attorno al corpo e alla sessualità, la provocazione rischia di  ridursi ad un accessorio inutile, un vezzo privo di significato. In un  ecosistema dominato dagli algoritmi, il corpo maschile diventa così un dispositivo ottimizzato per  la visibilità

Quando la rappresentazione seduttoria si scontra con immagini stereotipate si perde il contatto  con una realtà molto stratificata. La mascolinità, dopotutto, non è che un costrutto culturale in continua evoluzione. «Non credo che si possa cancellare l’energia maschile né irrigidirla in una forma unica. C’è  bellezza nella fluidità, ma c’è anche stabilità in ciò che rimane riconoscibile come maschile. L’equilibrio sta nel non perdere profondità mentre si cerca di vendere», sottolinea BrahoÈ in questo contesto che la rappresentazione iper-sessualizzata del nudo maschile scivola nell’oggettificazione: «La moda è un settore fortemente guidato da creativi queer, ed è naturale che certi codici siano diventati centrali. La differenza sta nel farlo in modo consapevole, non come reazione inconscia» aggiunge Braho. 

Cosa ne pensano i diretti interessati? 

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Chi conosce davvero le implicazioni professionali di questa esposizione è chi lavora davanti alla  camera. La maggior esposizione del corpo maschile può essere considerata un’opportunità di  lavoro, una pressione, una nuova forma di oggettificazione: in questa dinamica pericolosa, il ruolo  dell’agenzia è chiave nel tutelare i propri talenti. «Io non metto mai i miei modelli in situazioni in cui  non si sentono sicuri. C’è chi è totalmente a proprio agio con il nudo e chi no. C’è chi ha limiti  personali, culturali o religiosi. È sempre un discorso case by case», racconta Braho. Una  precauzione che, tuttavia, non rappresenta una condotta generalizzata: accade, infatti, che accanto a un’agenzia pronta a difendere i propri talenti ce ne sia un’altra pronta a farsi meno  scrupoli ad agire da filtro tra le richieste dei brand e i propri modelli. Il che non fa che rafforzare  l’immagine di un settore svincolato da regole di comportamento precise. 

Accettare lavori che suscitano scalpore rappresentano per i modelli, soprattutto quelli alle prime  armi, dei rischi non indifferenti, tra cui finire per legare l'immagine del talento e dell'agenzia e etichette permanenti. Forse, dunque, la domanda non è se il corpo maschile sta venendo oggettificato più di prima, ma quale tipo di narrazione si sta costruendo attorno ad esso. In un’epoca in cui i confini tra generi, desideri e codici  estetici si fanno sempre più fluidi, la rappresentazione del corpo maschile diventa uno specchio delle tensioni culturali contemporanee. Tra estetica queer trasformata in trend, ritorno della disciplina fisica e mascolinità ottimizzata per l’algoritmo, il corpo maschile contemporaneo non è  mai stato così esposto, così regolato. Può essere emancipazione, può essere  mercato, può essere entrambe le cose. La differenza sta nell’intenzione tra un corpo usato per vendere e un corpo capace di raccontare qualcosa di più complesso. O, per dirla alla Braho, «valore o rumore».