
Ne "Il filo del ricatto" di Gus Van Saint il singolo sfida da solo il potere Tratto da una storia vera, il film racconta di un criminale interpretato da Bill Skarsgård
C’è un uomo che non ha nulla da perdere. Un uomo abbastanza sveglio, con una visione, fregato da una banca che deve ora risarcire con 130.000 dollari di mutuo. Una persona tuttavia per bene, che ha inseguito per tutta la propria vita il riscatto e che, talmente disperata da non avere altre soluzioni, rapisce un broker di mutui e chiede in cambio 5 milioni e delle scuse pubbliche.
La storia è quella di Anthony Kiritsis e si è veramente svolta nel febbraio del 1977 a Indianapolis, seguita dalla stampa che avrà un coinvolgimento attivo nel racconto e nella trasmissione delle informazioni tra rapinatore e mondo esterno. Un’eco che proseguì l’anno successivo quando John H. Blair ricevette il Pulitzer Prize for Breaking News Photography, uno scatto che rivive ne Il filo del ricatto - Dead Man's Wire di Gus Van Saint su sceneggiatura di Austin Kolodney, presentato in anteprima fuori concorso alla Mostra di Venezia.
Di cosa parla il film?
@jayandsilentboobs Clip from Bill Skarsgard’s upcoming film ‘Dead Man’s Wire’ #billskarsgård #colmandomingo #xybca #dacremontgomery #billskarsgard original sound - skarsgardarms
L’immagine è un punto chiave nel film del regista di Louisville, dove si sono svolte le riprese; un continuo rimando tra realtà e finzione il cui tramite sono state le dirette televisive mandate in onda per raccontare cosa stesse accadendo e che hanno poi riempito di parole e foto gli articoli di giornale. Tutti spunti da cui Gus Van Saint riprende per creare collegamenti tra il passato dell’evento e il presente della sua riproposta cinematografica, rafforzando il potere di una telecamera di cui Kiritsis aveva colto l’impatto tanto da esigere delle scuse pubbliche, mettendo la questione del proprio debito su un piano etico e morale.
Umiliato nel suo privato, sottrattagli la possibilità di veder fruttare un proprio investimento per arricchire chi già era sufficientemente ricco, il protagonista de Il filo del ricatto (e il suo punto di riferimento nella vita reale) mette sullo stesso piano diritto e dignità. Intersecati come lo strumento che ha al collo il suo ostaggio il quale, se prova a scappare o se qualcuno prova a colpire Kiritsis, fa scattare da solo il grilletto (da qui il titolo originale del film, Dead Man's Wire). Una lesa maestà ad un cittadino onesto che, in quanto tale, reclama un risarcimento virtuoso che sia al pari di quello economico, il quale spera di ottenerlo attraverso lo strumento utilizzato per svelare la realtà: l’occhio della telecamera e la destinazione delle sue immagini nella televisione.
Uno contro tutti
Dead Men's Wire in theaters tomorrow! pic.twitter.com/YsTvGa7o9i
— Sᴋαяѕɢåяɗ, BɪƖƖ. (@skarsgarden_) January 16, 2026
Se già esigere delle scuse da un uomo di potere sembra un’impresa titanica, far sì che siano pubbliche e vederlo ammettere di aver sbagliato diventa una delle fatiche di Ercole. È così che Il filo del ricatto fa passare presto il pubblico dalla parte del protagonista, un bravo e esaltato Bill Skarsgård, raccontando dello sfruttamento del potere che agisce e pensa di poter spremere fino all’ultima goccia la classe proletaria, restando impunito. Anthony Kiritsis fa del rapimento un caso, non solo una notizia di cronaca. Un gesto forte, ma non per il suo aspetto criminale, quanto per il rendere un affare di tutti l’iniquità subita da un singolo. Aver reso partecipi le persone raccontando la vicenda prima arrivata nelle case degli spettatori e, quasi cinquant’anni dopo, sul grande schermo.
Una piccola, quasi invisibile, seppur nei fatti inutile rivincita del più debole. La cui storia, dopo il rapimento, sarà pur andata come è andata: Kiritsis venne arrestato e considerato psicotico, condotto dunque ad un istituto per la salute mentale, pur uscendone quasi dieci anni dopo con lo Stato che non aveva altre prove che dimostrassero che fosse un pericolo per la società. Ma che nella sua rivisitazione in altre forme (prima del film c’è stato il podcast American Hostage del 2022 con la voce di Jon Hamm) può dimostrare almeno che l’uomo aveva in effetti ragione.













































