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La collaborazione è la più sincera forma di apprezzamento

L'eterna battaglia tra brand emergenti e affermati 

La collaborazione è la più sincera forma di apprezzamento L'eterna battaglia tra brand emergenti e affermati 
Bijules
Jules Kim via Refinery29
Delfina Delettrez

La scorsa settimana su Hypebae è apparso un articolo controverso che ha fatto molto parlare di sé. In poche parole, si tratta di una lettera aperta della jewelry designer Jules Kim rivolta a tutti i brand che copiano le sue creazioni. 

Jules Kim ha lanciato il suo marchio Bijules nel 2003 e, in tredici anni di carriera, il suo nome ha guadagnato notevole visibilità e successo, conquistando anche celebrità come Gwen Stefani. Sicuramente vi sarà capitato almeno una volta di vedere uno dei suoi gioielli dal design ormai ben riconoscibile. O meglio, avrete sicuramente visto una sua creazione, ma forse non portava il suo nome. E arriviamo al nodo della questione.

Jules Kim via Refinery29

Il problema che la designer fa emergere nella sua lettera è proprio il fatto che i suoi lavori, ormai esposti al grande pubblico, vengono continuamente copiati dalle aziende di moda che non si preoccupano di citare la fonte d'ispirazione. 

Ne sono un esempio lampante i Dot Rings di Delfina Delettrez, ormai marchio di fabbrica della designer che, in realtà, sono ispirati al modello Le Grimpeur Two-Gradient Stackable di Bijules. Ma la lista è lunga e include “furti” da parte di Gabriela Artigas, Kismet e Amanda Marmer, senza contare le catene di fast-fashion come Topshop, Zara e Forever 21. Perfino Gucci avrebbe copiato le creazioni di Jules Kim: i Nail Rings della collezione SS16 sarebbero infatti una riproduzione non consentita degli Sleek Nail Rings della jewelry designer, imitazione che è costata a Gucci polemiche e una denuncia. 

Bijules

Ci troviamo di fronte a un vero furto intellettuale, una rapina ai danni della creatività di brand indipendenti che combattono ad armi non pari contro i colossi del lusso. Tuttavia, il punto più interessante della lettera della Kim non è l'ennesima polemica sull'appropriazione creativa o l'eterna battaglia tra brands emergenti e big names della moda. No, piuttosto è degna di nota la proposta che la designer lancia alle grandi aziende, ovvero quella di un dialogo aperto tra i due fronti. 

Jules Kim stessa ammette che l'essere copiata è indubbiamente un fatto positivo, vuol dire che i suoi modelli sono largamente apprezzati e che ha dato vita a un trend vincente che può resistere nel tempo. Tuttavia, si è arrivati a livelli di imitazione non più sostenibili: quando la copia mette in ombra l'originale, vanificando tutti gli sforzi dei nuovi creativi di realizzare qualcosa di personale e riconoscibile, è giunto il momento di reagire.

La risposta, quindi, sarebbe una collaborazione tra i piccoli designer e le grandi aziende che vedono le loro creazioni come ottimi prodotti di vendita e hanno le possibilità per lanciarli al pubblico con successo. È un sistema che renderebbe tutti felici: le aziende avrebbero comunque nuovi design da vendere, ai giovani creativi spetterebbe la possibilità di avere maggiore visibilità e di poter collaborare con i nomi affermati del mercato di lusso, e i clienti sarebbero a conoscenza di chi si cela realmente dietro i loro acquisti.

Delfina Delettrez

Purtroppo però questa strada sembra non convincere ancora le grandi aziende. Pur non dovendo affrontare grossi rischi come i nuovi designer, preferiscono continuare a copiare trend emergenti e creazioni inedite spacciandoli per propri. Peccato, perché questa proposta potrebbe essere molto vantaggiosa ed eticamente corretta.

Tutto questo mi ha ricordato l'ultima collezione multi-collaborazione di Vetements che, seguendo il pensiero di lavorare con chi è esperto in un dato settore o ha realizzato per prima un certo design, ha dato vita (ancora) a una nuova rivoluzione.

L'esempio Vetements forse è troppo estremo, ma il concetto è quello: dare a chi propone idee nuove il giusto valore – e il successo – che si merita.