Il nuovo sogno dei creativi di moda è l’accessibilità? Dopo Galliano, anche Willy Chavarria ha annunciato una collaborazione con Zara

La scorsa settimana l’annuncio della collaborazione tra John Galliano e Zara che sarà presentata ufficialmente a settembre ha scosso il mondo della moda. E oggi un altro annuncio è stato dato: anche Willy Chavarria collaborerà con Zara a una collezione di nome Vatísimo. E in questo progetto più che nei molti analoghi che sono stati annunciati di recente pare di capire che il nuovo obiettivo di molti grandi creativi di moda è l’accessibilità.

«Questa partnership porta la prospettiva creativa di Willy su una piattaforma mondiale, senza diluizioni e senza compromessi», si legge nel comunicato. «VATÍSIMO è l’estetica di Willy Chavarria con una portata più ampia», si legge più avanti. E poco più avanti si dice che il progetto «unisce il linguaggio creativo profondamente personale di Willy Chavarria con l’ampia comunità globale di Zara». E, nel parlare con Vogue a proposito del suo lavoro con Zara, anche Galliano si era detto entusiasmato dal «creare moda attraverso questa enorme piattaforma». Che i creativi della moda si siano stancati di vendere solo ai pochi ultra-ricchi del mondo?

Oltre l’elitismo

@nssmagazine Following the announcement of a two-year partnership with designer John Galliano, Zara has just unveiled a new collaboration with Willy Chavarria “VATÍSIMO”. What do you think? #zara #tiktokfashion #collaboration #willychavarria #fastfashion audio originale - nss magazine

Negli ultimi anni, la migrazione di designer di grande rilievo dal mondo del lusso a quello del mercato di massa è stata a dir poco massiccia: Clare Waight Keller è andata da Uniqlo e Zac Posen da Gap. Più di recente, è stato Francesco Risso a “trasferirsi” da GU, la linea giovanile di Uniqlo e, prima, Samuel Ross ha avviato una collaborazione multi-anno con Zara. Anche Stella McCartney ha annunciato una prossima collaborazione con H&M. La narrazione di tutti questi progetti però è sempre fatta dal punto di vista del puro marketing e del posizionamento dei brand di massa ma non di cosa significa per i creativi

E molti dei punti di vista di questi creativi continuano a tornare sul tema dell’accessibilità e del vasto pubblico. Risso ha detto a Vogue di voler «disegnare abiti veri per persone vere». E anche Samuel Ross, qualche tempo fa, disse a nss magazine a proposito del suo progetto con Zara che «le idee non devono essere difficili da raggiungere. Gli abiti sono per tutta l'umanità, non per pochi». Mentre a inizio mese, nel discutere con GQ Australia dell’ultima collezione con Uniqlo, Waight Keller ha insistito molto sul concetto di una moda per tutti dicendo che «trovare i tessuti migliori possibili al prezzo che offriamo è una cosa di cui vado davvero fiera».

In una moda sempre più piena zeppa di brand, dove i prezzi lievitano e la qualità tende a calare, e dove soprattutto le vendite sono sempre più stentate, si può supporre che tanti designer abbiano sviluppato il desiderio di non disegnare per una ristretta élite ma di portare il proprio lavoro a un pubblico che possa avere una reale risonanza. Queste collaborazioni potrebbero dunque rispondere a un’esigenza che tanti creativi hanno e a cui non viene data molta voce: quella di influenzare davvero il modo in cui la gente si veste e trovare un riscontro in un pubblico meno ristretto e restrittivo dei consumatori di lusso. 

Il lusso sta diventando mainstream?

Sta anche iniziando a emergere un’altra narrativa attraverso i commentatori della moda che si concentra sul simbolo definitivo del lusso, la Birkin di Hermès, dicendo sostanzialmente che la sua ovvietà come status symbol l'ha resa quasi cringe. Hiral Arora di @chaoswintour ha scritto a dicembre che sta iniziando a diventare fuori moda per via della sua sovraesposizione mediatica. Nony Odum di @vibrantnony ha posto la domanda più spiazzante di tutte: è imbarazzante avere una Birkin? Anche il brand strategist Eugene Healey ha parlato di recente di come la Birkin risulti “appiattita” dalla sua costante presenza nei feed social. In altre parole, il lusso classico è diventato mainstream e indica status economico ma non stile nè gusto.

In un Substack firma di Amy Odell sempre sulla Birkin, una commentatrice scrive: «They are a just a loud declaration of wealth which I find crass and tacky». Commento che riassume il mood generale che vede in molte moderne icone del lusso non tanto i segni di disponibilità economica ma quelli di una disponibilità a farsi influenzare e conformarsi a un’immagine di ricchezza e gusto del tutto prefabbricata e sempre più stereotipata. Un altro Substack di Thoughtful Threads si intitola invece How luxury became vulgar. In effetti, mai come oggi, lo status sociale e il gusto estetico sono stati più diametralmente opposti. Ciò che segnala ricchezza segnala anche un’imbarazzante assenza di originalità, oltre che un completo assoggettamento al marketing.

Ed è facile immaginare che molti designer non vogliano più disegnare per un cliente di lusso che loro stessi vedono come volgare o comunque per un’audience di nicchia così ristretta (perché non solo deve avere il budget del lusso ma anche volersi vestire in maniera più originale) da far sì che il loro intero lavoro sia una specie di cattedrale nel deserto. La ricerca di accessibilità è insomma anche una richiesta di riconoscimento che il consumatore tipico del lusso non ha più la volontà né gli strumenti culturali per dare. Sia Telfar che il nuovo corso iper-accessibile di Yeezy rispondono a questa esigenza di creare una moda che non cada nel vuoto ma possa essere effettivamente comprata e indossata fuori dalla minuscola bolla delle èlite, oggi più associate alle oligarchie e alla tirannide che a una qualche superiorità intellettuale o di vita.

Ogni designer sa che, affinché il suo lavoro possa esistere, dev’essere indossato dalle persone nel mondo. Così come ogni membro del pubblico sa che anche i brand di lusso, oggi, sono brand di massa con centinaia di negozi nel mondo. Numerose pagine come @fabricateurialist e @tanner.leatherstein hanno iniziato ad analizzare i prodotti del lusso rivelando che spesso di lussuoso non hanno proprio nulla. Su TikTok, @sara_insidefashion ha un format di successo dal nome ufficioso Ma ne vale la pena? che mette molto in dubbio il valore di ciò che si vende in boutique e dei suoi prezzi. Il punto non è quasi mai il design ma il rapporto tra prezzo e qualità.

E in effetti solo pochi brand oggi possono associare il proprio elitismo economico a vero capitale culturale. Come spiegano in modo forse crudele i meme di @supersnake la moda di lusso appartiene più al mondo siliconato e pacchiano di influencer, sugar baby e viscidi milionari che alle Peggy Guggenheim di un tempo. E forse dietro le tante collaborazioni tra i designer di rilievo e brand di massa c’è il desiderio di instaurare un dialogo che scavalchi le sempre più imbarazzanti èlite e faccia diventare la moda democratica in un mondo sempre più autoritario.