
Saks Fifth Avenue è ufficialmente in bancarotta E adesso le ricadute finanziarie colpiranno molti brand e designer
Prima delle grandi vie dello shopping, delle mega-boutique e degli e-commerce globali, c’erano i grandi magazzini. Un tempo in Europa luoghi di culto per gli amanti della moda del secolo scorso anche perché erano i luoghi dove poter trovare un riassunto di tutta la migliore moda globale. Cosa doppiamente vera per gli Stati Uniti, dove le boutique di moda monomarca arrivarono tendenzialmente più tardi rispetto all’Europa. Per un’epoca intera luoghi come Bloomingdale’s, Barney’s, Saks Fifth Avenue non erano semplici punti vendita, ma veri arbitri del gusto, capaci di legittimare un brand, lanciarlo o relegarlo ai margini eppure oggi, proprio Saks ha dichiarato ufficialmente bancarotta dopo mesi di difficoltà.
Ma cosa è successo di preciso?
Il crollo di Saks Fifth Avenue
Al centro della crisi c'è il merger da 2,7 miliardi di dollari orchestrato nel 2024 da Richard Baker, ex CEO e chairman esecutivo di Saks Global. Come riporta il NY Times, Baker ha fuso Saks con Neiman Marcus Group (che includeva Bergdorf Goodman) per creare ciò che potremmo definire in modo molto semplicistico un quasi-monopolio che potesse avere potere di negoziare “alla pari” con i grandi gruppi e i brand in generale.
Per finanziare il tutto però è stato accumulato un enorme debito di circa 2 miliardi di dollari sotto il cui peso l’intera struttura è rapidamente collassata. Secondo quanto detto da Mickey Chadha di Moody's Ratings al NY Times, è stato il fallimento più rapido di un'acquisizione miliardaria nella storia recente. Il calo strutturale delle vendite del lusso, poi, ha creato le condizioni per una tempesta perfetta: nel trimestre terminato il 2 agosto, i ricavi sono diminuiti di oltre il 13% rispetto all'anno precedente, e per l'intero anno fiscale 2024, il calo è stato del 10% su base pro forma.
A fine dicembre, la società dietro il centro commerciale aveva mancato un pagamento di interessi superiori a 100 milioni di dollari sulle obbligazioni legate all'acquisizione, innescando una procedura fallimentare e negoziati mai risolti per un finanziamento di emergenza da 1 miliardo di dollari. I debiti sono poi saliti a 4,7 miliardi, sono stati ristrutturati ma nel frattempo la crisi di liquidità era già sfociata in pagamenti e spedizioni in ritardo. A inizio gennaio il CEO Marc Metrick si è dimesso, sostituito da Richard Baker, mentre l'azienda dichiarava di voler vendere i propri asset. Ma nemmeno questo è bastato a salvare il gigante dalla bancarotta.
Già secondo WWD, oltre all'aggravamento della crisi del retail di lusso americano, questa bancarotta è molto più grave rispetto ai fallimenti già visti negli ultimi anni nell’industria dei department store, essendo Saks Global il contenitore di tre grandi nomi del settore e non solo di Saks a cui faceva capo un ecosistema che, fino a poco tempo fa, veniva raccontato come il tentativo più ambizioso di salvare e rilanciare il modello del grande magazzino americano attraverso le economie di scala e il potere contrattuale.
Cosa succederà ora?
“No” seems like a good play to me… Saks is probably going bankrupt and soon, but I can’t see it happening before Christmas… the bad press would crush them in the most important time of their year.
— Peter Bonney (@PeterKBonney) December 1, 2025
Are they going to be so cute as to file after the holiday sales are booked and… pic.twitter.com/rfinTihKai
Ora che l’ipotesi di una bancarotta si è concretizzata, le conseguenze andranno ben oltre la chiusura di qualche piano vendita. Come ha già detto WWD, non sarà un fallimento “contenuto”, ma un evento capace di propagarsi lungo tutta la filiera del lusso americano. Il primo impatto colpirà i brand fornitori per cui Saks Global è il principale o unico cliente capace di assorbire volumi significativi di prodotto. In uno scenario di Chapter 11 (quindi di dichiarata bancarotta), i fornitori rischierebbero di recuperare solo una frazione minima dei crediti, tra il 5 e il 10% di quanto loro dovuto. Una percentuale che, per diversi brand, equivarrebbe a una condanna siccome senza quei pagamenti, la sostenibilità stessa del business verrebbe messa in discussione.
A complicare ulteriormente la situazione c’è un problema strutturale. Anche per i brand che lavorano in conto vendita o che hanno merce già prodotta ma non ancora spedita, le alternative sono poche. WWD evidenzia come il sistema dei department store non sia facilmente sostituibile nel breve periodo; Nordstrom e Bloomingdale’s potrebbero teoricamente intercettare parte di quella domanda, ma operano con calendari di acquisto già chiusi e con un posizionamento che resta, per molti versi, legato allo stesso modello che oggi mostra le sue crepe. Il risultato sarebbe un eccesso di inventory senza una vera casa, destinato ad arrivare sul mercato fuori tempo massimo o a essere svalutato drasticamente.
Come riporta il NY Times in un altro articolo, brand come Oscar de la Renta e Altuzarra hanno interrotto le spedizioni per timore di non essere pagati, e Chanel ha ritirato i suoi prodotti da sette negozi. Avvocati come Joseph Sarachek, che rappresenta circa 30 venditori, hanno descritto una situazione "molto dura", con pagamenti parziali e debiti residui che vanno da 50.000 a 10 milioni di dollari per brand. Per il pubblico lo sconvolgimento potrebbe anche risultare gradito. Secondo il report, ci saranno chiusure e dunque saldi liquidazione aggressivi che potrebbero arrivare fino all'85%.
Adesso comunque è Geoffroy van Raemdonck, ex CEO di Neiman Marcus, che dovrà raccogliere i cocci e provare a salvare il salvabile probabilmente iniziando da una forte riduzione dei costi e una revisione di inventari e strategie retail. Ad aumentare la difficoltà del tutto c’è il fatto che concorrenti come Bloomingdale's e Nordstrom stanno già approfittando del fatto che l’avversario sia a terra per espandersi, assumere personale e allargare lo spazio dedicato ai brand di lusso.
Esiste un futuro per i grandi magazzini?
@meganastri Truly a shoppers dream every major label has a section La Rinascente #larinascente #italyshopping #shoppinginitaly #milan #milano #milanshopping #italy #eurosummer #italytravel #luxury #luxuryshopping sonido original - sin nombre
A monte dell’apparente crisi di Saks viene solo da chiedersi se c’è ancora un futuro per i grandi magazzini. Ormai sono anni in cui il lusso attraversa una fase di rallentamento strutturale, con una crescente distanza tra brand e pubblico aspirazionale. Allo stesso tempo, i VIC (very important clients), quelli che davvero muovono i fatturati, spostano sempre di più le loro abitudini di acquisto verso i flagship store e i canali diretti.
Proprio per questo, il ruolo del department store come mediatore perde centralità e rischia di ridursi a piattaforma logistica, spesso schiacciata tra margini sempre più sottili e brand sempre più autonomi. Non a caso La Rinascente si è riposizionata come destinazione per un turismo ultra high-end - basta guardare il cliente medio di quella in Duomo a Milano. Una strategia efficace sul piano economico, che però ha progressivamente allontanato il grande magazzino dal suo ruolo originario di catalizzatore culturale per la moda del paese.
E se le Maison parlano direttamente ai loro clienti, investono nei propri spazi e coltivano relazioni one-to-one, il department store fatica a ritagliarsi un ruolo che non sia effimero. Casi come quello di Saks mostrano quanto questo equilibrio sia diventato fragile: quando il valore culturale viene meno, anche quello economico inizia rapidamente a risentirne.
Takaways
- Saks Global, che controlla Saks Fifth Avenue, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman, ha dichiarato bancarotta a causa di un debito insostenibile accumulato dopo la fusione da 2,7 miliardi di dollari con Neiman Marcus nel 2024, orchestrata da Richard Baker, aggravata da un calo delle vendite del 13% nel trimestre estivo e da ritardi nei pagamenti ai fornitori.
- La crisi è un segno del declino strutturale dei grandi magazzini di lusso americani, un tempo arbitri del gusto e catalizzatori culturali, ora schiacciati dalla concorrenza dell'e-commerce, dei negozi diretti dei brand e dal passaggio dei clienti VIP verso esperienze personalizzate.
- Già brand come Oscar de la Renta, Altuzarra e Chanel hanno interrotto le spedizioni per paura di non essere pagati, rischiando di recuperare solo il 5-10% dei crediti in procedura fallimentare, con impatti devastanti sulla filiera del lusso e possibili vendite di asset per ridurre i costi.
- Con Geoffroy van Raemdonck come nuovo CEO, l'azienda punta a una ristrutturazione con chiusure di negozi, riduzioni di inventari e liquidazioni della merce, mentre concorrenti come Nordstrom e Bloomingdale’s approfittano della situazione per espandersi.
- Il futuro dei department store appare incerto, con un possibile riposizionamento verso modelli europei focalizzati su turismo di lusso e esperienze immersive, ma il ruolo tradizionale come mediatori della moda rischia di svanire a favore di canali diretti e autonomi dei brand.














































