E se anche Saks Fifth Avenue dichiarasse bancarotta? L’ultimo dei department store americani ancora in piedi (e forse per poco)

Prima delle grandi vie dello shopping, delle mega-boutique e degli e-commerce globali, c’erano i grandi magazzini. Un tempo in Europa luoghi di culto per gli amanti della moda del secolo scorso anche perché erano i luoghi dove poter trovare un riassunto di tutta la migliore moda globale. Cosa doppiamente vera per gli Stati Uniti, dove le boutique di moda monomarca arrivarono tendenzialmente più tardi rispetto all’Europa. Per un’epoca intera luoghi come Bloomingdale’s, Barney’s, Saks Fifth Avenue non erano semplici punti vendita, ma veri arbitri del gusto, capaci di legittimare un brand, lanciarlo o relegarlo ai margini eppure oggi, proprio Saks, il department store per eccellenza sembra trovarsi in una posizione tutt’altro che solida.

A fine dicembre, la società dietro il centro commerciale ha mancato un pagamento di interessi superiori a 100 milioni di dollari su obbligazioni legate all'acquisizione da 2,7 miliardi di Neiman Marcus, innescando una procedura fallimentare e negoziati per un finanziamento di emergenza da 1 miliardo di dollari. I debiti ora sono saliti a 4,7 miliardi, sono stati ristrutturati ma il calo delle vendite e l’inflazione hanno peggiorato una situazione poi sfociata in pagamenti e spedizioni in ritardo. Negli scorsi giorni il CEO Marc Metrick si è dimesso, sostituito da Richard Baker, mentre l'azienda vuole vendere i propri asset per guadagnare liquidità. Si tratta della crisi più grave per un grande magazzino di lusso dal post-pandemia e i suoi effetti potrebbero essere disastrosi.

La situazione attuale di Saks Fifth Avenue

Secondo WWD, quello che sta accadendo a Saks Fifth Avenue non è semplicemente l’ennesimo capitolo della crisi del retail di lusso americano, ma un potenziale terremoto sistemico. La possibilità che Saks Global possa finire in bancarotta rappresenterebbe qualcosa di molto diverso rispetto ai fallimenti già visti negli ultimi anni nell’industria dei department store, siccome Saks Global è oggi uno degli ultimi grandi consolidatori rimasti in piedi nel mercato, con il controllo di circa 70 punti vendita full-line e una galassia di business che include gli altri principali grandi magazzini di lusso come Neiman Marcus, Bergdorf Goodman e altri. 

Un ecosistema che, fino a poco tempo fa, veniva raccontato come il tentativo più ambizioso di salvare e rilanciare il modello del grande magazzino americano attraverso le economie di scala e il potere contrattuale. Però ad oggi, Saks Global si troverebbe in affanno sul fronte finanziario, con debiti pesanti, fornitori non pagati e il mancato versamento di oltre 100 milioni di dollari di interessi, un segnale che ha acceso l’allarme tra investitori e addetti ai lavori.

Cosa succederebbe se Saks andasse davvero in bancarotta

Se l’ipotesi di una bancarotta di Saks Global dovesse concretizzarsi, le conseguenze andrebbero ben oltre la chiusura di qualche piano vendita o una ristrutturazione ordinaria. Come sottolinea WWD, non si tratterebbe di un fallimento “contenuto”, ma di un evento capace di propagarsi lungo tutta la filiera del lusso americano.

Il primo impatto sarebbe sui brand fornitori, secondo gli esperti citati da WWD, molti marchi contano Saks Global come principale cliente e in alcuni casi come l’unico in grado di assorbire volumi significativi di prodotto. In uno scenario di Chapter 11 (quindi di dichiarata bancarotta), i fornitori rischierebbero di recuperare solo una frazione minima dei crediti, tra il 5 e il 10 per cento di quanto dovuto. Una percentuale che, per diversi brand, equivarrebbe a una condanna siccome senza quei pagamenti, la sostenibilità stessa del business verrebbe messa in discussione.

A complicare ulteriormente la situazione c’è un problema strutturale. Anche per i brand che lavorano in conto vendita o che hanno merce già prodotta ma non ancora spedita, le alternative sono poche. WWD evidenzia come il sistema dei department store non sia facilmente sostituibile nel breve periodo; Nordstrom e Bloomingdale’s potrebbero teoricamente intercettare parte di quella domanda, ma operano con calendari di acquisto già chiusi e con un posizionamento che resta, per molti versi, legato allo stesso modello che oggi mostra le sue crepe. Il risultato sarebbe un eccesso di inventory senza una vera casa, destinato ad arrivare sul mercato fuori tempo massimo o a essere svalutato drasticamente.

Esiste un futuro per i grandi magazzini?

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A monte dell’apparente crisi di Saks viene solo da chiedersi se c’è ancora un futuro per i grandi magazzini. Ormai sono anni in cui il lusso attraversa una fase di rallentamento strutturale, con una crescente distanza tra brand e pubblico aspirazionale. Allo stesso tempo, i VIC (very important clients), quelli che davvero muovono i fatturati, spostano sempre di più le loro abitudini di acquisto verso i flagship store e i canali diretti

Proprio per questo, il ruolo del department store come mediatore perde centralità e rischia di ridursi a piattaforma logistica, spesso schiacciata tra margini sempre più sottili e brand sempre più autonomi. Non a caso La Rinascente si è riposizionata come destinazione per un turismo ultra high-end - basta guardare il cliente medio di quella in Duomo a Milano. Una strategia efficace sul piano economico, che però ha progressivamente allontanato il grande magazzino dal suo ruolo originario di catalizzatore culturale per la moda del paese. 

E se le Maison parlano direttamente ai loro clienti, investono nei propri spazi e coltivano relazioni one-to-one, il department store fatica a ritagliarsi un ruolo che non sia effimero. Casi come quello di Saks mostrano quanto questo equilibrio sia diventato fragile: quando il valore culturale viene meno, anche quello economico inizia rapidamente a risentirne.

Takaways

1) La possibile bancarotta di Saks Global segnerebbe un punto di rottura per il retail di lusso americano, perché coinvolge uno degli ultimi grandi conglomerati di department store ancora in piedi, con effetti a catena su brand, fornitori e partner finanziari.

2) Saks oggi dipende dai brand più di quanto i brand dipendano da Saks, una dinamica che indebolisce la sua posizione negoziale e rende fragile un modello basato su debito, volumi e promesse di scala non più sostenibili.

3) Un eventuale Chapter 11 metterebbe a rischio decine di marchi, soprattutto quelli per cui Saks rappresenta il principale canale di vendita, con recuperi stimati minimi e poche alternative nel breve periodo per ricollocare l’inventory.