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È giusto utilizzare l'AI per creare la cover di un magazine?

La scelta di Vogue Brazil ha riacceso il dibattito sul rapporto tra moda e tecnologia

È giusto utilizzare l'AI per creare la cover di un magazine?  La scelta di Vogue Brazil ha riacceso il dibattito sul rapporto tra moda e tecnologia
Credits: Vogue Singapore

A inizio marzo il digital entrepreneur Danny Postma ha annunciato trionfalmente il lancio di Deep Agency, un servizio virtuale che in cambio di un abbonamento mensile di 29$ offre ai suoi clienti la possibilità di scegliere tra una lunga lista di modelli e modelle da poter assumere per servizi fotografici di qualsiasi tipo. «Say goodbye to traditional photo shoot» dice il sito nella sua homepage promuovendo, ovviamente, quello che è il suo vero punto di forza rispetto a una tradizionale agenzia: i modelli e le modelle che propone non esistono. «Assumi dei modelli virtuali e crea un tuo gemello digitale» si legge sul sito insieme alle foto di quelle che sembrano a tutti gli effetti persone reali. Non è la prima volta che il mondo della moda si scontra con quello della tecnologia, soprattutto in un periodo in cui un’intelligenza artificiale sembra capace di creare una sneaker migliore di quella firmata da Nike e Tiffany, e in cui il futuro di modelli e modelle sembra essere messo in seria discussione.

La pensa così Sinead Bovell, modella canadese che già nel 2020 aveva parlato del pericolo citando il caso di Shudu Gram, “modella digitale” creata tramite CGI - e non AI - con un curriculum che includeva una campagna di Balmain e la cover di Vogue Australia, dietro il cui volto si nascondeva Cameron-James Wilson. All’epoca, parliamo del 2018, la scelta di Wilson, fotografo inglese bianco, di creare una modella digitale nera aveva generato più di qualche perplessità, spingendo il New Yorker a parlare di blackface, e lo stesso protagonista della vicenda ad assumere la scrittrice britannica ghanese Ama Badu come voce di Graz per le interviste e le dichiarazioni alla stampa. Al di là della questione puramente etica sulla possibilità di creare dei cloni digitali da gestire a nostro piacimento come delle marionette, l’idea di poter sostituire modelle reali con altre generate da un’AI continua a spaventare una parte del mondo della moda.

Solamente poche settimane fa Vogue Singapore ha presentato la cover del suo numero di marzo in cui il creative director dell’agenzia We Create Films, Varum Gupta, ha reso omaggio alla tradizione locale attraverso una serie di avatar generati tramite AI. «Credo fortemente che l’IA ci dia la possibilità di esprimere la nostra immaginazione» aveva dichiarato Gupta presentando il progetto - il primo sotto il nuovo editor-in-chief Desmond Lim - realizzato utilizzando programmi come MidJourney e Dall-E per dare vita a un mix tra passato e presente dal sapore vagamente steampunk. Se la cover di Vogue Singapore può rappresentare un esempio virtuoso di uso dell’Intelligenza Artificiale, usata per creare mondi e scenari lontani da quelli reali, lo stesso non si può dire di quelle della sua controparte brasiliana, in cui alcuni fotografi hanno utilizzato l’AI per realizzare le quattro copertine digitali del magazine. «Avrebbero potuto semplicemente pagare delle modelle di colore invece di copiare la loro estetica per la copertina» ha commentato un utente su Twitter unendosi al coro di insoddisfatti per quello che è sembrato un tentativo mal riuscito di utilizzare la tecnologia aggirando il lavoro di modelli e modelle in carne e ossa.

A rincarare la dose ci ha poi pensato Louis Pisano, che sempre su Twitter si è scagliato contro le cover richiamando l’attenzione generale sul rischio di normalizzare l’intelligenza artificiale nel mondo della moda: «quando nessuno nel mondo della moda avrà un lavoro per colpa delle AI tutti inizieranno ad accusarsi a vicenda chiedendosi “come siamo arrivati a questo punto?”». Per quanto la posizione di Pisano possa sembrare fin troppo fatalista, è innegabile che quanto visto su Vogue Brazil rappresenta la versione peggiore di quanto possiamo ottenere utilizzando la tecnologia al servizio della moda. Se programmi come Dall-E ci danno la possibilità di amplificare la creatività, creando qualcosa che difficilmente sarebbe replicabile in modo pratico, questi non devono diventare degli escamotage per creare una banale riproduzione di un prodotto che non dovrebbe coinvolgere codici e algoritmi, ma una serie di professionisti che da sempre fanno parte del processo creativo dietro la cover di un magazine di moda.