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Perché Kim Kardashian non può registrare la parola Kimono

Il nome della sua nuova linea di shapewear ha scatenato una sere di polemiche sul tema dell'appropriazione culturale

Perché Kim Kardashian non può registrare la parola Kimono Il nome della sua nuova linea di shapewear ha scatenato una sere di polemiche sul tema dell'appropriazione culturale

Qualche giorno fa Kim Kardashian West ha annunciato su Instagram la nascita di una linea di shapewear concepita per le taglie dalla XXS alla 4XL, che sarà distribuita in 9 colori diversi, a seconda delle tonalità della pelle. Fiera del progetto, Kim ha dichiarato:

Finalmente posso condividere con voi ragazze questo progetto che ho sviluppato durante l'ultimo anno. Il tema mi appassiona da 15 anni, Kimono è la mia interpretazione di shapewear, una soluzione che funziona davvero. Ho spesso tagliato il mio intimo contenitivo per adattarlo agli outfit e non sono mai riuscita a trovare un colore che si fondesse con la tonalità della mia pelle (per risultare invisibile sotto gli abiti, ndr). Molte di noi avevano bisogno di una soluzione a tutto questo.

Tutto normale, almeno fino a quando la celebrity non ha svelato il nome del brand: Kimono Solutionwear, una sorta di gioco di parole tra il nome di battesimo della Kardashian e l'abito tradizionale giapponese. Il riferimento all’iconico capo orientale ha scatenato quasi immediatamente una pioggia di commenti negativi. Yuko Kato, redattore giapponese di BBC News, ha definito la linea “sconcertante, se non del tutto culturalmente offensiva”; mentre altri utenti di Twitter, compreso il Victoria & Albert Museum, dopo aver sottolineato quanto il kimono sia ricco di storia e di cultura, hanno detto di ritenere la scelta di Kim “ignorante”. Sono Fukunishi ha persino lanciato in opposizione al progetto della star l’hashtag #KimOhNo e aperto su Change.org una petizione che ha già ottenuto numerose firme.

Una delle preoccupazioni maggiori espresse in questi giorni è che se la linea della moglie di Kanye West dovesse ottenere i diritti legali sulla parola “kimono”, questa perderebbe l’identificazione con la tradizione giapponese, venendo conosciuta solo per il legame con la star. Anche il sindaco di Kyoto, Daisaku Kadokawa, è intervenuto inviando una lettera formale chiedendo a Kim di ritirare la domanda per il deposito del marchio. Il politico scrive:

Il kimono è un abito etnico tradizionale, coltivato nella nostra ricca natura e storia con gli sforzi e gli studi dei nostri predecessori, ed è una cultura che è stata coltivata e tramandata con cura nella nostra vita…Pensiamo che il nome “Kimono” sia una risorsa condivisa con tutta l'umanità che ama il Kimono e la sua cultura, quindi non dovrebbe essere monopolizzato. 

La risposta di Mrs Kardashian West è arrivata tramite il New York Times. La business woman ha chiarito che la sua linea è “costruita con l'inclusività e la diversità al centro”, che non ha mai voluto disprezzare il tradizionale kimono giapponese, non ha intenzione di cambiare il marchio dei prodotti e continuerà ad aspettare l'approvazione del marchio. Queste le sue parole:

Comprendo e nutro un profondo rispetto per il significato del kimono nella cultura giapponese e non ho intenzione di disegnare o lanciare nessun capo d’abbigliamento che somigli o in qualche modo disonori questo capo tradizionale. Ho deciso di chiamare così il brand, non per dissociare la parola dalle sue radici giapponesi, ma per lodare la sua bellezza e il dettaglio che compone un capo. Registrare il marchio è un modo di identificarmi che mi permetterà di usare la parola per la mia linea di body e intimo, senza precludere né limitare nessuno, nel fare kimono o usare la parola kimono in riferimento all'indumento tradizionale. 

È giusto domandarsi, quindi, cosa realmente comporterebbe l’ottenimento del trademark da parte della Kardashian. Un lungo articolo su The Fashion Law spiega che, qualora la richiesta di Kim andasse a buon fine, i suoi diritti sul marchio "Kimono" sarebbero limitati ai tipi di beni e servizi per i quali utilizza effettivamente il marchio (e, potenzialmente, ai “prodotti correlati”). Il magazine sottolinea, inoltre, come i diritti sul brand siano vincolati (e ulteriormente limitati) da uno specifico font (una sorta di stampa a bolle creata da Kanye West). In breve: indipendentemente dall’esito della pratica Kardashian, secondo le regole degli States si può impedire ad altri di usare un nome depositato come marchio solo se viene effettivamente adoperato come marchio con fini commerciali. Quindi un brand potrà ancora chiamare un kimono kimono senza violare alcun diritto o indicare un collegamento con la linea di Kim.

Più o meno chiarito il problema “legale”, resta quello etico legato all’ insensibilità culturale. Tracy Brown del Los Angeles Times ritiene che:

L'appropriazione da parte di Kardashian West della parola “kimono” per una linea di prodotti che non hanno nulla a che fare con il kimono è problematica perché svuota completamente la parola da qualsiasi contesto culturale o storico. 

La giornalista prosegue tracciando un parallelo tra l’operazione della star e “la complicata storia americana intorno alla gente di origine giapponese e alla cultura giapponese”, la stessa che ha portato all’americanizzazione di circa 120.000 persone di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale.

Senza spingersi così oltre, la decisione di chiamare kimono la propria linea di shapewear, dimostra da parte della celebrity una mancanza di cultura, ma un’attenta mossa di marketing che le ha permesso di occupare i primi posti tra i trend topic di social network e riviste.