Perchè tornare a guardare "Il Silenzio degli Innocenti" 35 anni dopo, il classico di Jonathan Demme ritorna al cinema

Ci sono state volte nella storia del cinema in cui la lingua originale e il suo adattamento, in questo caso in italiano, hanno dato vita ad un vero e proprio gioco-forza che ha restituito con coerenza e sottigliezza il senso di un racconto. Tra i casi più noti c’è Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme

Non tutto il lavoro di doppiaggio, curato dallo storico Tonino Accolla, è aderente alla realtà del testo e, a dirla francamente, sono svariati gli errori e le sviste venute fuori dalla traduzione della sceneggiatura nel suo passaggio dall’inglese all’italiano. C’è però un dialogo, una scena in particolare il cui eco mostra e irrobustisce la caratterizzazione dei personaggi tanto quanto lo stato d’animo che provano in quel momento. Come mostrato dalla protagonista di Jodie Foster, la giovane recluta Clarice Starling, che nel mettersi sulle tracce del serial killer Buffalo Bill entra in contatto con il cannibale Hannibal Lecter

Il tema centrale del film 

Il primo esempio della traduzione che diventa “significato” è chiaramente nel titolo. Dal The Silence of the Lambs si è passati a Il silenzio degli innocenti il quale, usando gli agnelli come metafora, li trasforma nelle vittime che la protagonista cerca di aiutare. Non solo per quel caso, bensì come obiettivo di vita: figlia di un padre poliziotto rimasto ucciso, Clarice cerca di seguirne l’esempio, sperando ovviamente per lei in un destino diverso. La donna vuole tentare di onorare la memoria del genitore e di imitarne gli ideali di giustizia, mentre al contempo tenta di dare calma all’irrequietezza che la perdita le ha causato e che viene immediatamente individuata da Hannibal Lecter fin dal loro primo incontro.

È parlandole meno di dieci minuti che il personaggio interpretato da un magistrale Anthony Hopkins riesce a scrutarle dentro, a individuare le ferite che l’hanno condotta lì davanti alla sua cella. C’è solo un vetro a dividerli, ma la regia di Jonathan Demme a volte è come se lo facesse scomparire. Osservandola e studiandola, spaventandola e scuotendola dall’interno, l’uomo fa a Clarice un’ecografia sul suo passato, su cosa l’ha condotta fino a lui e su quali sono gli scopi che si è prefissata per risolvere l’indagine (e la propria esistenza). Una «campagnola ripulita» che cerca di scappare lontano dal proprio passato a cui spera di mettere un punto con la sua posizione nell’FBI. Ma cosa si nasconde nell’anima di Clarice? E chi sono questi innocenti a cui si riferisce il titolo?

È solo più in là che il film rivela l'identità degli innocenti: quando arriva il momento di tirare le fila dell’investigazione sulle donne morte e scuoiate dal personaggio impersonato nell’opera da Ted Levine. Un altro incontro, un’altra sequenza, un’altra gabbia in cui Lecter è rinchiuso dove tra lui e la protagonista ci sono adesso le sbarre. Se il criminale aveva fatto inizialmente un’analisi superficiale sebbene attenta della giovane, stavolta l’uomo scava nel suo inconscio, risale all’evento che ha dettato chi sarebbe stata l’agente Starling da grande e determina la ragione del suo attaccamento al caso e, in larga scala, al mestiere di detective. 

Rimasta orfana, turbata dal rumore degli animali al macello nel ranch dei suoi parenti, Clarice decide di prenderne uno e scappare nel tentativo disperato di liberarlo (e liberarsi). I lambs del titolo in originale sono i primi innocenti della versione italiana che la protagonista tenta di salvare e restano il motivo per cui vuole entrare nell’FBI, sia per emulare il padre sia per poter rimediare a ciò che non ha potuto fare da bambina. E, ancora più profondamente, salvare se stessa. Mentre nel dialogo in inglese gli agnelli restano sempre tali, con un simbolismo che viene solo suggerito, nel doppiaggio italiano diventano esplicitamente gli innocenti che la protagonista vuole aiutare (lei compresa), come innocente è la Catherine che sta cercando e che potrebbe mettere in salvo dalla sorte iniqua a cui vuole riservarla Buffalo Bill.   

I simbolismi 

Certamente la bellezza della variante originale de Il silenzio degli innocenti è proprio il sotto testo che la figura degli agnelli indicano, ma è considerevole come l’adattamento in italiano abbia saputo trovare la chiave di un simbolismo che non ha perso la sua intensità, ma ha comunicato perfettamente con la sua controparte principale. Un’evocazione che riecheggia ancora oggi in frasi come «You think if Catherine lives, you won't wake up in the dark ever again to that awful screaming of the lambs» - «Pensi che se Catherine vive, non ti sveglierai nel buio con quell'orribile grido di quei poveri esseri innocenti».

In fondo è con la percezione che gioca tutto il film, con l’altro suo riferimento in locandina alla sfinge testa di morto, un particolare tipo di falena, la quale sul dorso ha un disegno che ricorda un teschio. Teschio che il film ha ripreso, ma nella forma dell’illusione ottica dell’artista Salvador Dalì col fotografo Philippe Halsman e composta da sette donne senza veli. E così Il silenzio degli innocenti, col suo potere espressivo, è arrivato fino ai giorni nostri, facendoci domandare se, ogni tanto, anche noi sentiamo ancora gli agnelli (innocenti) urlare.