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Il ritorno dei corpi perfetti degli anni 2000 è una buona notizia?

Tra Olivia Rodrigo e Dua Lipa, il vero passo in avanti del revival Y2K

Il ritorno dei corpi perfetti degli anni 2000 è una buona notizia? Tra Olivia Rodrigo e Dua Lipa, il vero passo in avanti del revival Y2K
Miu Miu SS22
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Blumarine SS22
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L’hashtag #throwback2000s ma anche il profilo @thr0wback2000s su IG danno un’idea molto chiara del fatto che siamo improvvisamente ricaduti dentro una spirale di skinny pants, Destiny’s Child, spring breakers teen pop, Britney Spears, colori flou, sesso e corpi magri. Qualcosa che fino a ieri era ricordato come orribilmente decadente, lontano milioni di anni dalla nuova idea di inclusione e body positivity, qualcosa che pensavamo di esserci lasciati alle spalle con la chiusura che credevamo definitiva di Sex and The City e che invece, proprio come in ogni horror che si rispetti, torna in vita sul finale lasciandoci presagire sequel pieni di distruzione e di teste che rotolano.

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Y2K, abbreviazione inglese di anni 2000 nata dal nome di un bug dei computer nella realtà mai esistito, è il termine improvvisamente sulla bocca di tutti dopo la sfilata seminale di MiuMiu per l’estate 2022 o quella di Blumarine by Nicola Brognano e Lotta Volkova, che unisce un’aria di spensieratezza inquieta a un’apparente involuzione nei costumi, a una frettolosa dimenticanza delle conquiste fino ad ora fatte non solo dall’attivismo politico ma anche dall’estetica comune. Se non avete la più pallida idea di cosa sto dicendo andatevi subito a vedere Spring Breakers, capolavoro del 2012 del regista culto Harmony Korine (lo trovate sia su Prime Video che su Apple+), in cui un trio di, come direbbe Cristina d’Avena, “tre ragazze bellissime/son tre ladre abilissime/molto sveglie agilissime/con astuzia e perizia/ed unendo sempre un poco di furbizia/riescon sempre a fuggire/e nel nulla sparire”. Le tre ragazze in questione, sedicenni psicopatiche dedite alle droghe e al sesso casuale, riescono ad avere il sopravvento su una banda di rapinatori e spacciatori in un mondo fatto di bikini di paillettes e mitragliatrici, di colori pop Miami style e sostanze psicoattive. Difficilmente riuscirete a trovare qualcosa di più politicamente scorretto e, appunto, lontano da quella che ormai è diventata una vera e propria religione dell’inclusione.

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Il punto in effetti è probabilmente proprio questo. Dopo anni di pressione mediatica ed estetica su temi come la gender equality, il neo femminismo, il non binarismo, la fluidità e la body positivity (se uno qualunque di questi termini vi risulta estraneo è perchè avete vissuto su un altro pianeta negli ultimi anni) quello che stiamo vedendo accadere davanti ai nostri occhi stupefatti è un reindirizzamento verso la polarizzazione dei generi e dei ruoli, un’incredibile nostalgia verso la leggerezza, la superficialità e l’incoscienza (anche indotta chimicamente) e una voglia pazza di corpi perfettamente magri, sessualizzati e, mirabile dictu, oggettificati. Come se dietro lo sbandieramento dell’empowerment di Dua Lipa, Ariana Grande, Selena Gomez fino a Olivia Rodrigo, figlia putativa di Britney Spears, non ci fosse solo una fiera rivendicazione del diritto di riappropriazione del corpo femminile ma anche una verace e serena voglia di divertirsi senza nessun secondo fine politico o sociale. Fortunatamente niente è mai come sembra nella moda (come anche nella vita) e se vi andate a vedere il video di Brutal, primo singolo dell’album Sour, diretto dalla uber cool Petra Collins, la nostra Olivia Rodrigo è certo vestita da ex Disney girl mentre canta Oops, I did it again ma il testo dice cose tipo “Sento che nessuno mi vuole/odio il modo in cui vengo percepita/ho solo due veri amici/e ultimamente sono in crisi depressiva/perchè mi innamoro di persone che non mi piacciono/odio tutte le canzoni che scrivo/non mi sento né bella né intelligente/e non riesco neanche a parcheggiare in doppia fila”. Per un album di debutto che è riuscito a battere nelle vendite anche l’inscalfibile Taylor Swift questo non è esattamente un messaggio tranquillizzante.

La realtà è che gli anni 2000 di Olivia Rodrigo e molto probabilmente di tutta la Gen Z non sono un periodo a cui tornare per dimenticare l’oggi ma la rappresentazione di un momento di allineamento planetario in cui sembrava che la felicità collettiva sgorgasse gratis dalle fontane pubbliche e che le pasticche di estasi potessero essere sciolte nell’acqua al posto di un’Alka Seltzer senza particolari conseguenze negative per nessuno. Così anche la moda sta tornando ad interessarsi a quel momento perché, essendo un sistema complesso di produzione di senso, ha bisogno di tornare a guardare cosa c’era prima della rivoluzione dell’inclusione, che cosa ha spinto il mondo a riflettere sul significato di corpi troppo magri o troppo grassi, che cosa ha portato a sovvertire per sempre le categorie di maschile e femminile. 

Quello che sta succedendo non è revisionismo storico ma un’analisi profonda di una decade che tutti noi guardavamo con simpatia e sufficienza che è invece stata il motore propulsivo per tutto quello che è venuto dopo, per una presa di coscienza radicale dei valori portanti di quel decennio (successo, fama, perfezione, sesso e ottimismo) che se non ci fossero stati non sarebbero stati smontati e non avrebbero mai portato, per reazione, alle conquiste che abbiamo fatto. Tornare a vedere corpi magri sulle passerelle è cosa buona e giusta sia perché fa parte di un processo di inclusione completo sia perché ci ricorda il punto di partenza di un processo evolutivo positivo che speriamo sia solo all’inizio. Una delle forme più potenti di racconto della moda è la capacità di rileggere, attraverso l’estetica, fenomeni sociali molto recenti a cui non era ancora stata data una valenza storica precisa. I corpi magri che abbiamo visto tornare sotto i riflettori non sono un passo indietro. Sono lì per ricordarci di quando la diversità, l’alterità, le differenze non solo non erano considerate valori ma non facevano neanche parte della discussione. Non erano pensabili.