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L'evoluzione dell’estetica post-soviet

Come vodka, slav squat e tute adidas sono entrate nella cultura pop

L'evoluzione dell’estetica post-soviet Come vodka, slav squat e tute adidas sono entrate nella cultura pop
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Vetements FW20
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Gosha Rubchinskiy FW16
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Qualche giorno fa, in occasione del capodanno, è andato in onda in Russia una divertente parodia dei classici show musicali italiani, di nome Ciao 2020, con tanto di outfit anni ’70, bizzarri occhialoni di plastica e sdolcinate canzoni d’amore. Visto da una prospettiva occidentale, il video sembra insieme un autentico spezzone di televisione italiana e al contempo una sua parodia – una contraddizione e specchiamento di realtà e finzione che ricorda quel periodo della storia russa in cui USSR andava sgretolandosi ma gli stessi cittadini vivevano convinti che nulla fosse cambiato, in una specie di surreale psicodramma collettivo che pareva uscito fuori dal teatro avant-garde. Un tipo di società che partorì,  dopo il crollo dell’USSR, un immaginario di degrado sociale, di povertà e squallore i quali, diventati presto proverbiali (si pensi agli sketch di SNL basati sul personaggio di Olya Povlatsky, interpretato da Kate McKinnon), hanno denotato la percezione che in occidente si ha della Russia – ma su cui la moda è anche riuscita a capitalizzare.

Questi stereotipi sono tanto forti che la posa di un individuo che sieda accovacciato a terra senza toccare il pavimento, specialmente se indossa una tuta adidas, è detta «slav squat» - in realtà una posa associata ai detenuti russi che non volevano entrare in contatto col gelido pavimento dei loro carceri. Tutti quanti questi stereotipi,in realtà, tanto nelle loro implicazioni umoristiche che in quelle che riguardano l’ambito della moda, afferiscono alla subcultura dei gopnik (in russo го́пник), ossia i giovani nati e cresciuti in quei casermoni popolari spesso associati alla Russia Sovietica ma diffusi in tutta l’USSR, denominati chruščëvka – letteralmente “baraccopoli di Chruščëv”, dal nome del presidente USSR che li fece costruire negli anni ’60. La Russia di Putin travolta da scandali politici e messa in ginocchio economicamente dalla pandemia e dalla crisi del petrolio sembra trovarsi oggi in una situazione simile e quello che era uno stereotipo offensivo è diventata un'estetica pop esteticamente ancora molto graffiante per i parametri europei.

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Gosha Rubchinskiy fw18
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Questo tipo di stereotipo nazionale non ricade immediatamente nella categoria dei cliché offensivi, di cui un esempio è quello del redneck americano, ma rientra in un più ampio movimento di coscienza culturale o metabolizzazione di fatti storici che ha avuto e ha ancora implicazioni umoristiche (l’account @lookatthisrussian conta a oggi 1 milione di follower su Instagram) ma anche risvolti ed elaborazioni creative. 

Il post-soviet style è stato il cavallo di battaglia di Demna Gvasalia nel suo lavoro con Vetements e Balenciaga, diventato poi il veicolo per affrontare una discussione più ampia sulle categorie estetiche tradizionali; su di esso Lotta Volkova ha fondato una carriera stellare come stylist prima per Balenciaga e oggi con Givenchy;  Gosha Rubchinskiy, prima che i dettagli delle sue molestie sessuali ai danni di modelli minorenni venissero alla luce, ne è stato il più acclamato profeta; e anche il modello e cantante Sasha Trautvein ne ha usato la edginess per lanciare la sua carriera e la sua fama – quantificata in 755 mila follower su Instagram.

Il fascino di questa estetica, gopnik nel caso della Russia e post-soviet in quello del resto dei paesi della ex-USSR, riposa sulla sua stessa esagerazione, sul suo carattere di parodia di se stessa – in altre parole, sul fatto che si tratta di un cliché o non percepito o in una certa misura abbracciato. Un punto controverso che è doveroso menzionare, però, è quello dell’appropriazione culturale: l’estetica gopnik, nata come tutte le subculture per essere spinta sociale e identitaria in contesti di povertà e abbandono, diventa la fonte di trend che sono poi “prelevati” dal loro contesto di nascita dai grandi brand che li riducono a mera a decorazione - esempio migliore di questo processo è il trend della babushka scarf, originatosi secoli fa fra le anziane russe e poi sdoganato da A$AP Rocky, Gucci e innumerevoli altri brand. Quel che è certo, però, è che l’interesse che essa suscita rimane legato alla fondamentale ambiguità della Russia vista dall’Occidente, un paese di forti luci e forti ombre (si pensi al recente tentato omicidio dell’attivista Aleksej Naval'nyj) che, come disse una volta Winston Churchill, è «un indovinello, avvolto in un mistero, che sta dentro un enigma».