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C’è un account Instagram che raccoglie le planimetrie di Milano

‘Plans of Milan’ racconta l’architettura nascosta della città

C’è un account Instagram che raccoglie le planimetrie di Milano ‘Plans of Milan’ racconta l’architettura nascosta della città
Eugenio & Ermenegildo Soncini, Piazza Liberty 4 (1957)
Figini & Pollini, Via dell'Annunciata 23 (1934)
Gigi Gho, Piazza delle Repubblica (1956)
Gigi Gho, Via San Calocero 2 (1960)
Gio Ponti, Via Brin 12 (1938)
Gio Ponti, Viale Andrea Doria 9 (1971)
Giovanni Muzio, Via della Moscova 14 (1922)
Giovanni Muzio, Chiesa di San Giovanni Battista alla Creta (1958)
Luigi Caccia Dominioni, Teatro dei Filodrammatici (1969)
Piero Portaluppi, Civico Planetario Ulrico Hoepli (1930)
Piero Portaluppi, Corso Venezia 63/64 (1930)
Vico Magistretti, Piazza Aquileia 8 (1964)
BBPR, Piazza Meda 1 (1969)
BBPR, Torre Velasca (1958)

Chi vive da abbastanza tempo a Milano ha imparato a riconoscerne gli stili architettonici. Ci sono i palazzi a ringhiera tipici dei Navigli, quelli storici di Brera e di Corso Buenos Aires, quelli iper-moderni di Garibaldi e Isola – ma la maggioranza del tessuto urbano di questa città è composto da edifici che potremmo definire di "moderni", innalzati fra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni ’80, spesso anonimi quando scompaiono nel fondale della nostra attenzione di passanti ma firmati da architetti illustri come Giovanni Muzio, Luigi Mattioni e Ignazio Gardella.
Raccontare la dimensione nascosta dell’architettura urbana (nascosta letteralmente sotto le facciate e gli intonaci) è la missione di @plans_of_milan, un account Instagram che, a differenza di molti altri account dedicati all’urbanistica milanese, non posta foto degli edifici ma delle loro planimetrie interne. L'account è gestito da un architetto che preferisce restare anonimo, tutto ciò che possiamo dirne è che vive e lavora a Milano e che ha deciso di trasformare le sue bacheche di Pinterest in un account Instagram solo nel 2020. Questo è quanto ci ha detto:

«Non amo Milano perché l'amore rende ciechi. Ci "sto insieme". Geometrie, pattern e figure mi appassionano da sempre e ho iniziato a selezionare e collezionare i disegni più interessanti come strumento di ricerca. Nel 2020 ho deciso di aprire un account di Instagram».

Eugenio & Ermenegildo Soncini, Piazza Liberty 4 (1957)
BBPR, Torre Velasca (1958)
BBPR, Piazza Meda 1 (1969)
Vico Magistretti, Piazza Aquileia 8 (1964)
Piero Portaluppi, Corso Venezia 63/64 (1930)
Piero Portaluppi, Civico Planetario Ulrico Hoepli (1930)
Luigi Caccia Dominioni, Teatro dei Filodrammatici (1969)

Un lavoro specialistico, a metà fra il tomografico e il filologico. Non a caso a ciascuna planimetria si accompagna il nome dell'architetto, l'indirizzo e l'anno di costruzione. Quasi un invito, da parte dell’anonimo curatore, a guardare alla complessità nascosta di edifici che spesso diamo per scontati e a recuperare la storia di un ambito creativo, quello dell’architettura urbanistica, che monumenti storici e grandiosi grattacieli mettono a volte in ombra. La selezione applicata da @plans_of_milan è davvero enciclopedica: si va dall’Edificio Montedoria di Gio Ponti al condominio di  Piazza Aquileia di Vico Magistretti; dai palazzi di Corso Venezia alle chiese moderniste e al Teatro dei Filodrammatici. Quasi a dire che a Milano il design di nasconde davvero dietro ogni angolo - cosa che in effetti corrisponde al vero.

Giovanni Muzio, Chiesa di San Giovanni Battista alla Creta (1958)
Giovanni Muzio, Via della Moscova 14 (1922)
Gio Ponti, Viale Andrea Doria 9 (1971)
Figini & Pollini, Via dell'Annunciata 23 (1934)
Gigi Gho, Piazza delle Repubblica (1956)
Gigi Gho, Via San Calocero 2 (1960)
Gio Ponti, Via Brin 12 (1938)

L’estetica rigorosamente minimalistica dei post mostra Milano come una città-libro da sfogliare e la sua architettura come un lavoro labirintico e cerebrale – uscendo cioè dalla trita estetica da cartolina e decorativa di Instagram e osservando la città con una razionalità “catastale” che però è anche la stessa ottica dei creatori di quegli edifici e dunque una lente più sincera attraverso cui apprezzare il loro lavoro.