Ci si interroga ancora sulla validità dell’attuale sistema moda: troppo verticale, troppo elitario, troppo lusso, poche vendite, poco consenso, poco comunitario. O forse sono semplicemente le Big 4 a continuare a risentire di questi problemi, schiave di meccanismi obsoleti e consumati, ormai difficilmente relazionabili con la nuova generazione di clienti. In maniera sempre più evidente, le fashion week considerate “minori” stanno guadagnando l’attenzione non solo degli addetti ai lavori ma anche del pubblico generalista. Tra tutte, Copenhagen sembra avanzare stagione dopo stagione a una velocità inaudita, conquistando nuovi obiettivi e consolidando il proprio ruolo.
All’interno del calendario, non mancano i nomi capaci di distinguersi e brillare più degli altri, primo tra tutti mfpen. Fondato nel 2016 da Sigurd Bank, il brand danese da quasi dieci anni porta avanti i propri ideali di sostenibilità e identità, riuscendo a crescere senza mai tradire la propria visione. «Abbiamo sempre cercato di restare fedeli a noi stessi e al brand» ha spiegato Bank. «Da quando ho fondato mfpen nove anni fa sono ancora l’unico proprietario, senza investimenti esterni. La crescita è stata piuttosto organica, così come l’estetica, ed è qualcosa di cui vado fiero».
La natura indipendente e controllata del brand si riflette anche nel proprio exursus, che non ha mai inseguito logiche di successo rapido o di espansione forzata. «Sono orgoglioso del fatto che il brand continui a crescere con i propri tempi, senza rincorrere grandi exploit» ha aggiunto il designer. «Sempre più spesso mi rendo conto che mfpen sta iniziando a farsi conoscere in diversi contesti, ed è gratificante vedere che tutto questo avviene senza forzature, ma come un’evoluzione naturale».
Se la crescita di mfpen è stata organica, lo stesso si può dire per il suo approccio produttivo. Al centro del brand rimane infatti la materia prima, punto di partenza imprescindibile per ogni collezione. «Tutto inizia dalla selezione dei tessuti» racconta Bank. «Il brand non è stato fondato su questo principio, ma ha iniziato facendo largo uso di deadstock. Continuiamo a farlo, oggi più di allora acquistiamo più prodotti tessili di quanto non facessimo all’inizio, anche se ora non rappresenta più la parte dominante della collezione. La linea si è ampliata, ma restiamo fedeli a un criterio, così da scegliere sempre l’opzione con il minor impatto possibile».
Dai denim in fibre riciclate o organiche fino alle lavorazioni effettuate con lavaggi laser, passando per camiceria in lino e cappotti realizzati con lana post-consumer riciclata, mfpen porta avanti una ricerca continua di soluzioni alternative. Un approccio che, paradossalmente, trova più armonia con la dimensione ridotta del brand. «Essere indipendenti ci permette di cambiare direzione in tempi rapidi» continua il designer. «I grandi brand fissano obiettivi di sostenibilità a cinque anni, ma hanno filiere immense da trasformare. Noi possiamo decidere oggi di passare al cotone organico o riciclato e farlo già dalla prossima stagione. È il vantaggio di essere piccoli e agili. Certo, ci sono limiti, ma non ho mai sognato che mfpen diventasse un gigante, mi piace che resti un marchio snello e indipendente».
La stessa fluidità si riflette anche nel processo creativo, che raramente segue un inizio e una fine definiti. «Non ci sediamo mai a tavolino dicendo “ora cominciamo la nuova collezione”» spiega Bank. «È questo che dà continuità alle collezioni: ognuna ha il proprio carattere, ma tutte fanno parte di un unico flusso coerente, con la stessa estetica, la stessa autenticità. Anche per questo spesso utilizziamo gli stessi modelli, per rafforzare la sensazione di un percorso unitario». Eppure, nonostante questa coerenza, la percezione del risultato cambia con il tempo. «Ogni volta che chiudiamo una collezione penso: questa volta non ci siamo riusciti» ammette Bank. «Poi, quando iniziamo a scattare la campagna, a vedere i capi indossati, mi rendo conto che in realtà è la migliore che abbiamo mai fatto. E alla fine, ogni stagione mi sembra la migliore di sempre».
La continuità, però, non deve essere confusa con un semplice esercizio di ripetizione. Al contrario, il lavoro di mfpen si rinnova costantemente, spostando l’attenzione su nuove ispirazioni pur restando fedele al proprio DNA. La FW25, ad esempio, ha giocato con l’idea di capi ad uso giornaliero elevati, contaminati da un’estetica fortemente legata al mondo degli uffici anni ’90, con un forte gioco di layering tessile nella donna e una silhouette sartoriale nell’uomo. «L’office-core è qualcosa che abbiamo iniziato a esplorare quasi dieci anni fa» racconta Bank.
Tirando fuori alcuni cartonati di vecchie campagne, il designer inizia a raccontare in maniera più accesa la storia del brand: «Ho ancora immagini del 2017 che ci ritraggono in uffici vuoti e già allora faceva parte della nostra estetica. All’inizio ci arrivammo per necessità siccome i deadstock più facili da reperire erano tessuti da camiceria e da sartoria italiani. Da lì è nato naturale lavorare sul tailoring. Poi, per indole personale, abbiamo sempre cercato di riappropriarci di quei codici e di rileggerli in chiave controculturale. Non volevamo certo fare abiti per chi lavora davvero in ufficio, ma sottrarre quell’immaginario alla sua funzione originaria e farlo nostro».
La collezione SS26 lo dimostra chiaramente. Bank racconta di essersi ispirato ai mall-goth degli anni Duemila, con le loro unghie smaltate di nero, l’eyeliner pesante e l’immaginario musicale legato a band come i Korn. L’idea era immaginarli adulti, costretti all’interno dell’ambiente rigido di un ufficio. Da questo contrasto nasce una collezione che non rivoluziona i capi in sé, ma li rilegge attraverso lo styling e il modo in cui vengono indossati: «È questo per noi il senso di appropriarci di codici che appartengono a mondi diversi, e re-immaginarli dentro il nostro», racconta il fondatore.
Verso la fine dell’intervista, Bank sposta il computer da una stanza all’altra dell’atelier di mfpen, uno spazio con soffitti altissimi e bacheche piene di schizzi che sembrano anticipare la prossima collezione. Quando gli chiedo del ruolo ormai centrale del brand all’interno del calendario della Copenhagen Fashion Week, la risposta è più misurata di quanto ci si potrebbe aspettare. «Non abbiamo la sensazione di essere diventati improvvisamente “grandi”» racconta. «In ufficio siamo in nove e passiamo le giornate a lavorare alle collezioni. È più guardando i numeri, le performance dell’e-commerce o le richieste dei retailer e delle collaborazioni che ci rendiamo conto che mfpen sta crescendo. Ma nella quotidianità non lo sentiamo davvero: restiamo concentrati sul fare bene il nostro lavoro».
Alla domanda se il futuro del brand possa spingersi verso Parigi o altre capitali della moda, come è successo a tanti marchi scandinavi di successo, Bank è netto: «Copenhagen è casa. Non solo per motivi personali, mia figlia va a scuola qui, ma anche perché tutta la squadra è radicata in città. Non avrebbe senso spostarla altrove. Certo, Copenhagen non offre tutto, ma è un posto ottimo per vivere e lavorare. Non ho mai sentito il bisogno di trasferire il brand in un’altra capitale».
Ed è proprio qui che si percepisce la differenza sostanziale tra l’ethos di mfpen e quello delle grandi maison milanesi o parigine: al centro non c’è la figura del direttore creativo, ma il team. Durante l’intera intervista, infatti, Bank non ha mai risposto in prima persona singolare, sebbene sia fondatore, direttore creativo e proprietario del marchio; ha sempre parlato al plurale, sottolineando come il successo raggiunto in questi primi dieci anni sia il risultato di un lavoro collettivo. È questa coerenza, più che l’inseguimento di un’estetica effimera o di strategie di marketing, a rendere mfpen un brand sui genersi, capace di crescere rimanendo fedele a se stesso e al proprio modo di fare le cose, con sempre una sola missione che non cambia negli anni:



















































