“Vamos Fechar a Indústria da Moda e Reabri-la”
Era una mattina uggiosa quando abbiamo incontrato Adrian Appiolaza negli atelier di Moschino, a Milano. Mostrandoci la collezione che avrebbe sfilato l’indomani, il designer ha indicato uno dei capi appesi sulle lunghe relle che costeggiavano la stanza: «Questo è stato ispirato da un’opera d’arte di Pistoletto, la scatola», ci ha detto. «L’idea era di prendere materiali casuali, poveri e creare questo vestito che abbiamo decostruito per creare questo tipo di volant». L’idea di decostruzione è in effetti «qualcosa di molto Moschino». Un esempio? Un copricapo composto da due anelli metallici su cui ci sono due di quegli uccellini che nei cartoni animati girano intorno alla testa di qualcuno che si è confuso: Appiolaza si è ispirato «ai nidi degli uccelli: qualcosa di molto umile ma anche creativo». Tra gli altri accessori illusionistici disposti sui tavoli dell’atelier, anche una scatola di finte mele la cui etichetta recita Mele Merito (battuta intraducibile in inglese) e anche una pila di giornali interamente di pelle. I pezzi più giocosi di una collezione che, per l’abbigliamento, si è affidata a una serie di toni neutri e tessuti dalle consistenze porose, più o meno morbide, tutte ispirate al movimento dell’Arte Povera, che è stata il principale nodo tematico della collezione vista all’ultima Milan Fashion Week.
Appiolaza ha inquadrato la collezione come un contrappunto più leggero ai lavori precedenti: «La stagione scorsa è stata molto cupa. Anch’io ero di umore molto cupo. E ho voluto che questa collezione fosse più leggera». Ha elaborato sulla filosofia: «Ho amato Margiela, che era molto artistico nel modo in cui costruiva le collezioni e il modo in cui concettualizzava le idee. Quindi ho pensato che anche io avrei potuto creare una versione dell’Arte Povera per Moschino, che è stata anche perfetta dato che Franco Moschino utilizzaava l’inusuale per creare moda». Un approccio che voleva onorare soprattutto la spontaneità del fondatore Franco Moschino: «Era una persona per cui creare è camminare per strada e vedere qualcosa domandandosi se può andare in testa o stare su una giacca. Penso che la libertà di essere spontaneo e creativo con ciò che hai intorno sia ciò che ho voluto fare con questa collezione, con materiali che sembrano umili, ma poi si trasformano in qualcosa di bello».

Il concetto di arte come sfondo tematico dello show si è espanso anche alla location, che Appiolaza ha voluto simile a «uno spazio tra il museo e la galleria d’arte» ma anche per i posti a sedere, definiti dal designer «un mix delle nostre classiche sedie di legno e poi scatole in cui si trasportano le opere dei musei». E per il designer l’arte non è solo una cosa da appendere al muro ma anche da indossare. La fama di archivista di moda, in effetti, lo precedeva già prima di diventare direttore creativo. E il suo archivio personale ha informato profondamente il suo lavoro. Ha iniziato a collezionare per «imparare la moda e trarre ispirazione», per lo più tramite i lavori di Comme des Garçons e Yohji Yamamoto di cui Appiolaza apprezzava «il punto di vista, la scelta dei tessuti, come costruivano i vestiti, come li concettualizzavano». Solo più avanti quel «mucchio di abiti molto interessanti» è diventato un archivio: «Ho iniziato intorno al 2005. E poi nel 2010 ho iniziato a collezionare Margiela. E poi è nata l’idea di mettere tutto insieme cronologicamente, capire quali pezzi erano di quale collezione, trovare immagini di riferimento. Poi la mia missione è diventata quella di ricreare i look. E a quel punto è diventata più come un’ossessione di trovare sempre più pezzi». La sua ultima collezione? «Lo scorso fine settimana ho comprato un vestito di Comme des Garçons dalla collezione Monster del 2014 che ho trovato in un negozio di seconda mano a Parigi».
Se il mondo della moda d’archivio di area giapponese ha molto informato i metodi di Appiolaza, studiare i pezzi storici di Franco Moschino gli ha invece suggerito una riflessione su cosa è in grado di dire la moda oggi: «Franco è stato un designer sovversivo. La sua arte era esprimere le sue idee, qualunque cosa avesse in mente, che fosse verso l’industria della moda o sulla politica o le classi sociali. Era molto schietto su tutte queste questioni all’epoca e aveva una voce molto, molto potente. Si è fatto molti nemici ma all’epoca era possibile navigare in questo tipo di situazioni». Oggi le cose sono diverse. «Il politicamente corretto con cui viviamo è davvero un blocco», ha detto. «Se vuoi avere successo devi ricordarti che puoi parlare fino a un certo punto, o di certi argomenti, ma non di altri. Quindi per me, quando creo le mie collezioni, c’è sempre una sorta di messaggio subliminali che alcuni capiscono e altri no. E penso che questo sia un piccolo modo per me di non perdere quella parte del DNA del brand».

Far proseguire il lavoro di Franco Moschino oggi è più una questione di autenticità che di accuratezza: «Per esprimere idee preferisco un modo più attenuato, mi interessa più l’idea dell’ironia che Franco metteva nel marchio. Lui è stato davvero schietto sul sistema della moda. Sapeva essere duro. Una volta ha fatto una collezione in cui ritraeva la moda come un vampiro». Il che non toglie che, per Appiolaza, «se vai davvero in quella direzione hai bisogno del sistema moda dietro di te per andare avanti. Oggi è importante avere non solo successo con una visione, ma anche sul lato finanziario, e ci si deve davvero concentrare su ciò che puoi dire e come puoi stare in un universo che tutti apprezzano senza farti nemici. Sono tempi difficili per la creatività. E non parlo solo di moda», ha continuato Appiolaza, «la creatività in generale è stata influenzata da come si evolve la società». Il ruolo dei social media ha amplificato il problema: «Da quando sono arrivati, tutto è diventato trasparente. Prima forse la moda era più di nicchia, solo le persone della moda consumavano e assorbivano i suoi messaggi. Oggi tutti li vedono e hanno qualcosa da dire. Tutti hanno la libertà di parlare e hanno una piattaforma per farlo. In questo senso, devi davvero prendere in considerazione il contesto ogni volta che mandi un messaggio». E quindi come fare?
Nel suo metodo, Appiolaza evita formule rigide in favore dell’intuizione: «Ogni stagione può iniziare in un modo diverso», spiega. «Non mi piace seguire una formula. Preferisco avere la libertà, insieme al mio team di essere spontaneo. Un’idea potrebbe venire da un film, da una mostra o un libro. È davvero un processo libero». Tutto prende di solito le mosse dal primo concetto, il cosiddetto kick-off, ovvero dalla «prima prova che facciamo con abiti vintage, oggetti o tessuti. È come avere un laboratorio dove giochiamo. Non c’è un singolo modo con cui iniziare. È sempre stato molto una sensazione istintiva». Come si diceva prima, il mood di questa stagione voleva essere leggero tanto materialmente quanto nello spirito: «Mi interessava capire come applicare dettagli e design senza essere troppo pazzo sul piano concettuale, perché penso che sia importante che le persone si identifichino con i vestiti». E per ottenere questo effetto di leggerezza anche in termini di tono, oltre che di materiali, Appiolaza ha ricorso all’asso nella manica di Moschino: l’umorismo. «Il divertimento è il motivo per cui sono venuto da Moschino», ci spiega. «E ho voluto lavorare qui perché nella mia carriera, qualsiasi cosa, o per chiunque stessi lavorando, l’idea di divertirmi, creare e fare vestiti che in qualche modo avessero un senso di gioia era importante. Moschino è una delle migliori piattaforme per esplorare ed esprimere ottimismo, poiché è nel DNA della maison».
In generale, il designer è convinto che l’intera moda si trovi in un momento-cardine: «La moda segue dei cicli. Sono abbastanza vecchio da averne visti due o tre, dagli anni '80 agli anni '90, dal minimalismo alla sensualità degli anni 2000», spiega. «Abbiamo attraversato un’era della moda in cui, non voglio dire il pessimismo, ma l'oscurità era qualcosa con cui le persone si identificavano. Poi col quiet luxury l'idea di divertimento si è persa. Spero che il nuovo ciclo sia pieno di umorismo e ironia. Che le persone siano più ottimiste e giocose e non anonime, semplici e minimali». Per far ripartire il meccanismo creativo della moda, Appiolaza ha una soluzione: «L’individualità», dice senza tentennamenti. «Negli ultimi dieci anni, direi, e con l’aiuto dei social media e di come tutti sono esposti, penso che l’industria si sia saturata di un messaggio sempre uguale. E penso che il primo cambiamento di cui la moda ha bisogno sia avere individualità e una visione che sembri diversa da quella degli altri».
Il che ci riporta ancora all’archivio e al passato: «Fino agli anni 2010, sapevi cosa avrebbe fatto ogni brand in termini di estetica, e sapevi che di volta in volta avresti visto una nuova versione di loro stessi, un nuovo passo. Oggi purtroppo se guardi tutti i brand che ci sono in giro non sai più quale sia quale. Il messaggio è così monotono che si è persa l’idea di individualità». Secondo il designer oggi esercitare questo individualismo «è quasi un compito impossibile, perché l’industria della moda ha stabilito parametri di ciò che vende, ciò che non vende. E tutti si sentono obbligai a ricadere in una categoria, il che ci impedisce di essere individui con la propria visione creativa. Chiudiamo l’industria della moda e poi riapriamola». Secondo Appiolaza, ad esempio, oggi Lee McQueen «sarebbe stato cancellato. E lui aveva il fegato di scandalizzare con la sua visione».Un problema che riguarda anche lui stesso. «Anche io mi trattengo dal dire tante cose che vorrei dire. Perché non è il momento giusto per dirle. I creativi con i loro brand… forse sono loro che dovrebbero spingere di più in quel senso».
Ovviamente anche nel mondo della moda indie valgono le stesse regole della commercialità: «Tutti vogliono fare soldi. Anche se i nuovi designer hanno un’idea in testa, sono già influenzati dal voler far parte dell’industria della moda, dal cercare il successo commerciale. La libertà di esprimerti senza paura, senza confini è già bloccata». Ma queste verità sulla natura dell’industria non fermano Appiolaza dal cercare le proprie risposte nel proprio lavoro di ogni giorno: «Moschino ha sempre riguardato l’idea di trovare gioia nel vestirsi e sentirsi un individuo. Franco non pensava a collezioni con un tema fisso ma a persone, persone vere che camminano sulla passerella, magari pazze, ma che non si preoccupavano di ciò che dicevano gli altri. Come indossare il giubbotto di salvataggio dell’aereo sopra un completo. È quel tipo di ironia nel vestirsi e divertirsi. E penso che questo sia il senso di Moschino».


























































