Para além do logótipo: o crocodilo da Lacoste como visão

Per la prossima stagione Primavera/Estate 2026, Lacoste ha firmato uno dei momenti più evocativi del calendario parigino. Nella grande sala del Lycée Carnot, inondata di luce sotto un tetto in ferro e vetro progettato da Hector Degeorge e ispirato a una struttura originale di Gustave Eiffel, il brand ha presentato The Locker Room: una riflessione poetica sullo spazio liminale che separa la vittoria dalla sconfitta, l’attesa dal trionfo, la concentrazione dalla scarica di adrenalina. A dirigere questa visione è Pelagia Kolotouros, direttrice creativa del marchio dal 2022, che ha trasformato il linguaggio sportivo di Lacoste in un racconto di emozione, movimento e vulnerabilità.

Prima di entrare in Lacoste, Kolotouros aveva già lasciato la sua impronta su alcuni dei brand più influenti della moda americana. Dopo cinque anni in Theory e oltre un decennio in Calvin Klein, ha sviluppato progetti creativi per Yeezy, The North Face e adidas, dove ha supervisionato collaborazioni di grande risonanza come Ivy Park di Beyoncé e quella di Human Race di Pharrell Williams. Oggi, in Lacoste, reinterpreta il simbolo più iconico del marchio, il coccodrillo, non solo come un logo ma come un concetto vivo che attraversa l’eredità di René Lacoste. Una metafora di adattabilità, forza e resilienza: un ponte tra sport, lifestyle e moda. Abbiamo incontrato Pelagia Kolotouros alla vigilia della sfilata SS26 per parlare di questa nuova visione e dell’energia creativa che la ispira.

Che il tennis sia di moda o meno, resterò sempre fedele alle origini di René Lacoste e alla sua profonda connessione con lo sport. Ma su una scala più ampia, ciò che ha realmente costruito è stato uno stile di vita. Ecco perché ha creato la polo: voleva giocare liberamente, muoversi con grazia. Tutto ciò che facciamo porta con sé quello spirito

Hai iniziato la tua carriera come studentessa alla Parsons e poco dopo sei entrata in Calvin Klein, poi in Yeezy, fino a diventare direttrice creativa di The North Face. Guardando indietro, cosa conservi con più affetto di quegli anni iniziali nell’industria? C’è qualcosa che avresti voluto fare diversamente?

Il lavoro somiglia molto alle relazioni: ogni incontro ti insegna qualcosa. Trovare il lavoro giusto è un po’ come un appuntamento, si tratta della giusta sintonia tra chimica e cultura. In un certo senso, è quasi una storia d’amore. Tutte le esperienze che ho avuto nella mia vita mi hanno plasmata, mi hanno influenzata e mi hanno dato una prospettiva solida su come gestire e creare una collezione. Hanno anche contribuito a definire la mia estetica e ad ampliare la mia visione. È come viaggiare: più luoghi visiti, più cambi.

New York e Parigi hanno approcci molto diversi alla moda. Quali pensi siano i punti di forza e di debolezza di ciascuna? Pensi che il tuo lavoro riesca a creare un ponte tra questi due mondi attraverso la tua direzione creativa?

Credo che New York si trovi attualmente in una fase diversa del suo ciclo vitale. A Parigi, e immagino anche in città come Milano o Londra, l’approccio è più culturale. Parigi, in particolare, ha donato la moda al mondo, così come la Grecia ha dato la democrazia e gli Stati Uniti l’intrattenimento. Come designer a Parigi, ti senti già autorizzata a esprimerti creativamente, con la parte commerciale che arriva a supportare quella visione.

Tutto ritorna sempre al lavoro di squadra. E con squadra non intendo solo quello di design, ma tutte le persone che fanno parte dell’organizzazione. Quando lavori a una sfilata, tutti i reparti devono unirsi perché lo show abbia successo. Mi dà una grande gioia quando questo accade, perché significa che tutti sono allineati alla stessa missione e mossi dalla stessa passione

Lacoste è nata come un brand di tennis, quasi con un senso di ribellione contro le convenzioni di questo sport. Come pensi che questo rinnovato interesse culturale per il tennis influenzerà la tua direzione creativa e, più in generale, il mercato?

La mia ossessione è sempre stata per René Lacoste, sin dal mio arrivo qui. Ho sentito subito una connessione con lui, non solo come musa ma come persona. Più leggevo e scoprivo la sua storia, più mi sentivo ispirata, non solo dal punto di vista creativo, ma anche umano. Sono davvero appassionata nel condividere la sua storia con il mondo, e cerco di farlo attraverso le collezioni. La mia prima sfilata è stata presentata al Roland Garros, e quella scelta è stata molto intenzionale. Dopo che René vinse la Coppa Davis a New York nel 1927, diventando il primo giocatore francese a riuscirci, divenne tradizione che il Paese vincitore ospitasse il torneo successivo. Quando tornò in Francia, ci fu così tanto entusiasmo che decisero di costruire un nuovo stadio per accogliere gli spettatori. È così che nacque il Roland Garros: perché René vinse la Coppa Davis.

Presentare la mia prima collezione lì è stato un tributo naturale alla sua eredità. Che il tennis sia di moda o meno, resterò sempre fedele alle origini di René e alla sua profonda connessione con lo sport. Ma su una scala più ampia, ciò che ha realmente costruito è stato uno stile di vita, nel senso più autentico del termine. Il comfort era al centro della sua filosofia. Ecco perché ha creato la polo: voleva giocare liberamente, muoversi con grazia. Questa idea di comfort e libertà resta fondamentale per l’evoluzione del brand e per il DNA che sto contribuendo a plasmare in Lacoste. Tutto ciò che facciamo porta con sé quello spirito.

Serena Williams e Novak Djokovic hanno entrambi indossato le tue creazioni. In termini di rappresentazione, intendi mantenere l’identità del brand strettamente legata al tennis e alla cultura francese, oppure c’è una figura che secondo te incarna perfettamente lo spirito di Lacoste oggi?

È importante scegliere una musa che stia rompendo i confini, che stia ridefinendo il proprio campo, proprio come fece René con i suoi compagni di tennis. Mi sento onorata di collaborare con persone così, e per me è fondamentale rendere omaggio alla persona con cui lavoro, capire cosa ama, cosa la muove, e tradurlo nel design. Con Venus Williams, ad esempio, è stato naturale vestirla con una gonna plissettata, qualcosa che rispecchiasse pienamente la sua identità di tennista. Con Novak, invece, poiché è un’icona globale, volevo riflettere quella dimensione universale. Sapevo che avrebbe giocato agli US Open, e da newyorkese del Queens ho subito pensato al grande Globo della Fiera Mondiale, un simbolo imponente di connessione globale che si trova proprio a Flushing Meadows. Ho incorporato elementi di quel design nella sua giacca, insieme a dettagli personali che risuonano con lui, come la toppa del lupo, una fonte di forza e ispirazione, e i segni sulla mappa del mondo che rappresentano tutti i tornei del Grande Slam che ha vinto in carriera.

Alla fine, una collaborazione di successo è l’incontro di due menti che si uniscono: la mia, radicata nel Queens e nella sua simbologia, e la sua, definita da un percorso sportivo che ha avuto un impatto globale.

Sono passati due anni da quando hai assunto il ruolo di direttrice creativa di Lacoste. C’è un momento in particolare che ricordi con affetto?

Onestamente, tutti i momenti più significativi che ho vissuto sono stati con il mio team. Tutto torna sempre al lavoro di squadra. E con “team” non intendo solo quello di design, ma tutte le persone che fanno parte dell’organizzazione. Quando lavori a una sfilata, tutti i reparti devono unirsi perché lo show abbia successo. Mi dà una grande gioia quando questo accade, perché significa che tutti sono allineati alla stessa missione e mossi dalla stessa passione. Una sfilata di successo, per me, è il riflesso di quell’allineamento: persone ispirate da una visione condivisa.