Che succede se una famiglia composta da tre architetti, padre, madre e figlio, unisce le varie menti creative ed usa la propria casa per le vacanze per sperimentare idee e teorie di design e architettura? Per scoprirlo basta osservare la villa dei Perugini a Fregene, una strana costruzione, ora in disuso e vandalizzata, che sembra un’astronave atterrata dal futuro. Ecco la sua storia. Siamo negli anni ’60 e il vento di cambiamento sociale, sperimentazione e ribellione è arrivato anche sul litorale laziale, trasformandosi, grazie ad un’intuizione di Uga de Plaisant, Giuseppe e Raynaldo Perugini, in una sorta di esercizio di stile, una riflessione su cosa significhi abitare uno spazio. 

Essendo tutti e tre architetti era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva soluzioni e nascevano discussioni…era una sorta di grande laboratorio… immaginatevi un plastico in scala reale! Questa era la casa di Fregene, un plastico al vero in cui ognuno metteva del suo. Una sorta di bottega globale nella quale lavoravamo tutti e per ogni problema c’erano un’infinità di soluzioni possibili.

Raynaldo, divertito e felice, se lo ricorda ancora bene.

 

Nasce così un progetto che ricorda un albero, con diversi volumi che sembrano sospesi a rami di cemento, accessibile da un’unica rampa di scale che funzionava originariamente come un ponte levatoio. Un impianto non regolare in netto contrasto con le villette dei dintorni che rimanda all’architettura brutalista per l’uso dei materiali, soprattutto il calcestruzzo grezzo della facciata, un grigiore frammentato solo dagli infissi e gli elementi in ferro dipinti di rosso. L’esperimento dei Perugini è caratterizzato da un’insolita struttura di sostegno esterna formata da travi principali dalle altezze variabili, affiancate da altre secondarie unite con dei particolari agganci in acciaio che sorreggono dei moduli cubici.

La Casa Sperimentale della famiglia Perugini La casa-albero che sembra un'astronave venuta dal futuro | Image 7
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L’intrico di travi, le sporgenze e le rientranze si riflettono anche al suo interno dove lo sfalsamento e il dislivello tra i diversi moduli mettono in risalto il salone open-space a doppia altezza e, allo stesso tempo, garantiscono la privacy della zona notte senza bisogno di pareti divisorie. I bagni sono collocati in capsule arrotondate facilmente distinguibili dal corpo principale, mentre alcuni ambienti come la sfera in cemento-stanza della meditazione o la piscina sono distribuiti nel parco che circonda la casa. La famiglia di architetti trascorre nella villa molte estati fin dalla metà degli anni Settanta, ma, alla morte di Perugini e della moglie, l’edificio, progettato basandosi non soltanto sulle tradizionali forme dell’architettura ma anche delle arti figurative e mai definitivamente completato, vandalismo e abbandono hanno avuto il sopravvento, senza però riuscire ad oscurare totalmente il fascino di questa Casa-Albero.

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Una curiosità: molti si interrogano riguardo le lettere dell’alfabeto che compaiono sull’edificio, un mistero svelato da Raynaldo Perugini in una vecchia intervista. Niente messaggi da altri universi, ogni lettera è incisa su un singolo blocco per indicare che è smontabile e rimontabile come i mattoncini dei lego.