Se a qualcuno nell’ultimo mese fosse capitato di fare un giro al cinema, non avrà potuto fare a meno di notare la (onni)presenza di un volto ancora sconosciuto e bizzarro, quasi grottesco. Un viso duro, spigoloso, dall’incarnato rosa pastello, i folti capelli neri e un naso decisamente importante. Ma soprattutto uno sguardo penetrante, malinconico e insieme scherzoso, quasi infantile. È il volto inconfondibile di Adam Driver, protagonista di due film fondamentali dell’ultimo anno cinematografico, entrambi presentati all’ultima edizione del Festival di Cannes: da una parte BlacKkKlansman, il nuovo capolavoro di Spike Lee, un irriverente film di denuncia sul famigerato Ku Klux Klan (nonché audace satira contemporanea dell’amministrazione Trump e delle sue tendenze xenofobe e classiste); dall’altra The Man Who Killed Don Quixote, l’ultima, grande fatica di Terry Gilliam, un sogno lungo venticinque anni e ingiustamente sofferto da uno degli autori più eclettici del nostro cinema. Un colpo grosso, per un ragazzino di provincia.

Ma quel ragazzino di provincia, a ben guardare, non è come tutti gli altri.

Come Adam Driver è diventato una star mondiale ADAM DRIVER AWAKENS | Image 0

 

Ieri era zero (zero, zero)

A voler essere cinici, il successo di questo giovane (ma già più che navigato) volto del cinema sembra un’illusione: una favola che, come tutte le favole, sembra impossibile nella famigerata “vita vera”. E probabilmente lo pensava anche il giovane Adam quando, a 17 anni, venne per la prima volta scartato dalla Juilliard di New York, una delle più importanti accademie di spettacolo del mondo. Cresciuto nella ridente cittadina di Mishawaka, in Indiana, nel 2001 Adam Driver era un ragazzo qualunque che si guadagnava qualche soldo facendo il venditore ambulante di aspirapolveri. Ma se l’11 settembre avrebbe cambiato la vita di tutti, figuriamoci quella di un giovane americano con le idee confuse sul suo futuro. Scosso dagli attentati, infatti, Adam decise di accantonare i sogni nel cassetto in favore di quella che si sarebbe rivelata la scelta più importante della sua vita: arruolarsi nei Marines. Soltanto due anni, otto mesi e una spedizione in Iraq più tardi, in seguito ad alcuni infortuni, il soldato Driver venne sospeso dall’incarico e rimandato a casa come civile.

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Appeso il berretto al chiodo, per l’ancora giovane Adam rimaneva soltanto una cosa da fare: tornare alle origini e tentare la carriera che non aveva avuto il coraggio di intraprendere qualche anno prima. Sperando, questa volta, di avere un pizzico in più di fortuna.

 

Oggi è un guerriero!

Adam Driver is one of a kind. Attore eclettico e trasformista, quel ragazzone dell’Indiana, alto un metro e novanta, simpatico e impacciato, oggi è una delle stelle più brillanti del nostro firmamento. La sua esperienza professionale farebbe gola a qualsiasi collega: fin dagli esordi off-Broadway al fianco di Frank Langella o dalle prime parti sul grande schermo in Lincoln di Steven Spielberg – ma soprattutto in Inside Llewyn Davis di Joel & Ethan Coen (la sua performance al fianco di Justin Timberlake e Oscar Isaac è una delle più divertenti del cinema degli ultimi anni) il suo talento è stato evidente anche agli occhi dei critici più impietosi. L’occasione della vita (nonché la grande svolta della sua carriera) è arrivata però nel 2012, quando una giovanissima Lena Dunham lo scelse per interpretare il buffo Adam Sackler in Girls (2012-2017, HBO), la serie-cult da lei scritta e diretta.

“I love playing Adam. He is a lot of different things: he is a poet, at least in his mind; [...] He has a strong moral compass about things – whether he’s right or wrong– but he’s also part-Neanderthal.” 

Nonostante le quattro protagoniste femminili, il personaggio di Adam entrò immediatamente nel cuore dei fan. E hop!, ecco il big break. Da quel momento, infatti, la sua popolarità è cresciuta a dismisura (diventando – se possibile – ancora più alta di lui). Quel viso eccentrico, le enormi orecchie a sventola e la sua voce profonda, tanto fondamentali e prese in giro in Girls, hanno fatto breccia nel cuore degli autori più esigenti di Hollywood... e non solo.

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Adam Driver oggi è in effetti il protagonista indiscusso di un intero panorama culturale. È uno straordinario animale da palcoscenico, come dimostrano le pièce teatrali che ha continuano a mettere in scena, o il TED del 2016 sull’audace parallelismo tra la vita di attore e l’esperienza militare. È un abile volto televisivo, come si evince dagli episodi di cui è stato host al Saturday Night Live (l’ultimo, tra l’altro, al fianco di Kanye West).

È un’icona del blockbuster americano, grazie ai nuovi capitoli di Star Wars (in cui interpreta Kylo Ren, il primo villain della saga moralmente spaccato, ancora in cerca di un’identità e una missione).

"Adam isn’t an analytical actor, which I love. He doesn’t like to overthink things, he likes to react [...]" Jim Jarmusch

Ancora, è un attore feticcio del cinema indie americano grazie al sodalizio con Noah Baumbach (While We’re Young, The Meyerowitz Stories al fianco di Ben Stiller), ma anche dell’autorialità più “pop” (si pensi a Silence di Martin Scorsese, Logan Lucky di Steven Soderbergh, Paterson di Jim Jarmusch o gli stessi BlacKkKlansman e The Man Who Killed Don Quixote). Come se non bastasse, la sua inconfondibile presenza scenica è invidiata anche dal cinema europeo: è infatti grazie a Hungry Hearts – dell’italianissimo Saverio Costanzo – che nel 2013 Driver si è portato a casa a casa dalla 71. Mostra di Venezia una Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

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Ready or not, il volto di Adam Driver è il volto del cinema del futuro

Basti pensare ai titoli che lo vedranno prossimamente sul grande schermo: un musical di Leos Carax e un film di Sylvester Stallone, una nuova esperienza con Baumbach (al fianco di Scarlett Johansson) e ancora The Torture Report, in cui sarà la lead star insieme ad Annette Bening e Jon Hamm.

Per quanto alcuni critici lo definiscano ancora “la nuova promessa del cinema”, Adam Driver le sue promesse le ha già mantenute. E lo ha fatto con l’incredibile charme che può derivare soltanto da una qualità rara: l’autenticità. Che indossi una semplice t-shirt o una camicia di flanella, dei vecchi Levi’s o un total black e Christian Louboutin (il rosso e il nero sono in tema con il suo personaggio in Star Wars, racconta agitando in aria la famosa suola durante un’intervista a Stephen Colbert), ciò che colpisce della sua figura mastodontica è l’onestà di un professionista che non sceglie la genuinità come una maschera... ma che semplicemente non può farne a meno. E così, Adam Driver è un po’ Terry Gilliam, un po’ Sancho Panza. Allo stesso tempo è Kylo Ren e uno zotico primitivo che non sopporta i Maroon 5. E la stessa naturalezza con cui conquista i più grandi autori, lo rendono irresistibile anche off-screen.

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A star is born?

Per questo motivo, forse è sbagliato definirlo una star. Non perché sia mancata la certificazione di sex symbol (appellativo su cui non riesce a non ridere), o perché il mondo del fashion non lo abbia a sua volta consacrato come style-icon di tutto rispetto: fra i tanti, sono memorabili i photoshoot di Steven Klein e Anne Leibovitz. Senza dimenticare che la prima a scoprirne la forza fu niente meno che Franca Sozzani, la compianta direttrice de L’Uomo Vogue, che nel 2013 gli dedicò un editoriale sulla Mostra di Venezia e nel 2016 lo piazzò persino in copertina del numero di gennaio, negli scatti di Terry Richardson. Ma nonostante queste spinte, la sua presenza mediatica è sempre rimasta in qualche modo anti-divistica.

E se più audaci si azzardano a dichiararlo l’erede di Jean-Paul Belmondo, Humphrey Bogart o addirittura Dustin Hoffman, l’incantesimo di Adam Driver consiste proprio nel non essere nessuno di loro. “Non accettate i falsi, esigete sempre e solo...”!

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E così, come il suo volto, Adam Driver è davvero unico: o meglio, one of a kind.