
C'è un motivo se alcuni film sono ambientati in un unico luogo Il potere di chiudere i personaggi in una stanza, da "The Invite" a "La parola ai giurati"
The Invite e The Echo Chamber ci hanno ricordato quanto siano elettrizzanti i film ambientati in un’unica location. Il film di Olivia Wilde, che è un remake dello spagnolo Sentimental (il quale ha avuto diverse versioni compresa quella italiana) vede quattro personaggi chiusi in una casa per una cena tranquilla che si trasforma in una disamina sulle relazioni e il sesso. L'opera di Andrea Pallaoro racconta invece la storia d'amore di un uomo e una donna che non riescono a lasciarsi. Ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (autore a sua volta di un altro grande classico ambientato quasi interamente in un unico luogo, The Dreamers), The Echo Chamber inquadra solo l'appartamento del protagonista, raffigurando la donna interpretata da Alicia Vikander adattarsi agli spazi del compagno.
Mentre i protagonisti si sentono costretti dalle quattro mura che li circondano, in realtà stanno mostrando agli spettatori uno spettro molto più allargato del tema che portano sul tavolo. The Invite mette a tavolino la vita sessuale delle due coppie, The Echo Chamber l'ossessione dei protagonisti, ma i personaggi non sono che pedine di una scacchiera più grande di cui è il pubblico ad avere la visuale migliore. Il particolare messo in scena, invece, è un microcosmo che incorpora in se questioni morali, sociali, umane, chiuse in una sola stanza dal cui spioncino si può osservare il mondo.
L'importanza delle parole
Quando l’opera è valida, il merito è della penna che c’è dietro. Quando si decide di ambientare una storia in un unico luogo si deve essere certi di avere una sceneggiatura di ferro e, solitamente, anche chi la scrive sembra essere più consapevole di quanto la parola abbia un peso maggiore rispetto a un lungometraggio multi-location. Non a caso, si crede che scrivere per personaggi in un solo spazio sia una maniera per sceneggiatori e sceneggiatrici di arrivare e parlare al proprio subconscio. Lo stesso che si attiva nei protagonisti e che rende fondamentale ogni parola che viene detta. Non può esserci frase fuori posto, nessun dialogo deve risultare riempitivo o superfluo: bisogna dire solamente cosa è necessario per il racconto.
La regia delle emozioni
Non è solo la sceneggiatura a dare significato al film. Malgrado passi in secondo piano, anche la regia può dare un certo spessore alla storia. Non si tratta solamente di posizionare la camera: per non dare la percezione di un teatro filmato, l’obiettivo deve muoversi occupando lo spazio con una libertà senza limiti. Può avvolgere i personaggi, circondarli, guardarli ora dal basso, ora dall’alto. Può offrire angolazioni inedite trasformando gli ambienti, spostare un personaggio per fare da eco a ciò che sente. Se lo si isola in un angolo, ad esempio, si può esplicare la sua esclusione, mentre si può lasciare un vuoto dietro di lui per fare uscire il suo inconscio.
I close up ne La parola ai giurati (1957)
C’è poi la funzione del close up. Un restringimento dell’obiettivo intorno ad un volto è la maniera per cogliere anche le micro-espressioni di un interprete e, allo stesso tempo, uno strumento per osservare da vicino cos’è che sta provando. La parola ai giurati di Sidney Lumet ne è il più chiaro modello: il capolavoro del 1957 si apre con un totale e prosegue con una serie di inquadrature dall’ampio respiro. In quel momento, la camera da presa stabilisce la realtà oggettiva che i personaggi stanno vivendo.
I dodici giurati chiamati a sentenziare sul futuro di un giovane ragazzo si infervorano sempre di più nel corso della pellicola. Le questioni che vengono messe in ballo, come dicevamo poc’anzi, non riguardano più solamente il caso su cui sono chiamati a riflettere (il quale coinvolge comunque un argomento serio come una possibile condanna a morte), ma si espandono fino a fare dei personaggi coinvolti alcuni dei caratteri che costituiscono la nostra società. Mentre li osserviamo dibattere, la camera non indugia e si stringe sui loro volti per umanizzarli e fare affiorare i loro sentimenti. Li incastra e li osserva, così che il pubblico possa cogliere ogni loro sguardo, ogni rivolo di sudore, ogni smorfia. La realtà diventa subito soggettiva, esternazione dell’interiorità dei protagonisti.
La stanza come microscopio sulla società
Se la camera da presa e il cinema sono da sempre una lente per raccontare la civiltà, con i film ambientati in un solo ambiente quest’ultima è messa al microscopio. Nodo alla gola di Alfred Hitchcock è la confutazione della legge umana, con due protagonisti che si sentono al di sopra del resto delle persone, forgiati da una presunta superiorità intellettuale che li vuole intoccabili. È la prevaricazione gratuita dell’essere umano su un altro, la dicotomia tra male e bene, oltre che la repressione di un film che è manifesto della censura queer inflitta sia ai personaggi che a ciò che cercavano di esprimere attraverso il film (prova ne è la versione italiana in cui l’omosessualità dei due viene praticamente cancellata).
La stessa tensione psicologica si riscontra nell'opera teatrale La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams, riportata poi nel film del 1958 di Richard Brooks. Qui si aggiunge la condizione femminile di una donna che, visti i tempi che abita, deve fare di tutto per mantenere la propria posizione in virtù di sostegno economico e stabilità, aspetti fondamentali per una donna in un sistema patriarcale.
Ad allargare ancora di più il pertugio, mentre il luogo si stringe fino a provocare la claustrofobia, è il Carnage di Roman Polański, opera in cui la condizione umana riportata è legata alle considerazioni sulla classe di appartenenza delle coppie coinvolte e in cui la civilizzazione degli esseri umani viene smascherata come fallace e pregiudizievole. Le buone maniere che i quattro personaggi instaurano da principio tra loro (Jodie Foster, John C. Reilly, Kate Winslet e Christoph Waltz) lasciano presto spazio agli istinti primordiali che i dialoghi finiscono per innescare. Una borghesia che si frantuma sotto le sue stesse ipocrisie e in cui il conforto non rende la parola un tramite per comprendersi, bensì un’arma per ferire - un altro esempio della divisione in classi della società e della sua rappresentazione in un solo posto era il treno ad alta velocità in Snowpiercer di Bong Joon-ho.
The Father(2020) di Florian Zeller
Tra i casi più recenti di film in una sola location, The Father di Florian Zeller aggiunge un tassello inedito, legato a stretto giro con la scenografia e il montaggio. Anthony, ruolo per cui Anthony Hopkins si è aggiudicato il secondo Oscar in carriera nel 2021, è un uomo affetto da demenza che non vuole lasciare la sua casa. Di fatto l’uomo non lo fa mai, ma nel corso dell’opera gli ambienti e gli arredamenti tendono a cambiare.
Ciò che instaura Zeller è un escamotage, una mystery box in cui il protagonista è letteralmente al suo interno, e la cui impossibilità di uscirne è insieme volontaria e forzata. Volontaria, perché vediamo Anthony dichiarare da principio che non vuole lasciare la sua casa, forzata perché nel proseguimento della narrazione ci si rende conto che sono poche le scelte che può prendere coscientemente l’uomo, dovendo sottostare alle decisioni e alle cure dei famigliari.
Zeller crea uno spazio che è mutevole nella sua immobilità, che è sempre lo stesso eppure cambia continuamente. La location designata dal film diventa manifestazione di cosa la mente di Anthony sta proiettando in quel momento. C’è il passato, c’è il presente, ci sono persone che si sovrappongono, così come varie location della sua vita. L’ambiente diventa proiezione in The Father, unico ma con la possibilità di trasformarsi. Un espediente che, come i precedenti elencati, dimostra come lo stare insieme ai personaggi in uno spazio possa richiamare un’infinità di posti, ognuno con il proprio universo tematico di riferimento. Un’entrare a fondo in una storia per trovarne mille, nascoste tra le sfumature. Per muoverci, spingerci, spostarci; per giungere ad una consapevolezza a cui non saremmo mai arrivati se non fossimo rimasti fissi in quel luogo.