È scorretto smascherare gli artisti che vogliono rimanere anonimi? Da Banksy a Elena Ferrante, fino a Liberato e Tony Pitony

Di recente, l’autorevole agenzia di stampa britannica Reuters ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta che dimostrerebbe in via definitiva l’identità di Banksy – che sarebbe Robin Gunningham, un uomo inglese nato a Bristol nel 1973, il cui nome è associato al celebre street artist già da diversi anni.

I tre giornalisti che hanno condotto l’indagine hanno scritto di aver tenuto conto della volontà di Banksy di rimanere nell'anonimato – scelta che molti suoi sostenitori continuano a rispettare e difendere. Allo stesso tempo, gli autori dell'inchiesta hanno sottolineato che esiste anche una parte di pubblico interessata a conoscere l’identità di una figura capace di esercitare un’influenza culturale così significativa. I tre, inoltre, hanno chiarito di aver applicato gli stessi criteri giornalistici che l’agenzia Reuters adotta abitualmente nella scelta della pubblicazione delle proprie notizie – anche quelle più delicate. Nonostante questo, come prevedibile, l’inchiesta ha suscitato un acceso dibattito.

I problemi del rivelare l'identità di chi sceglie l'anonimato

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La questione se sia legittimo svelare l’identità di autori che scelgono deliberatamente l’anonimato riemerge periodicamente nel dibattito pubblico. Un caso simile si verificò alcuni anni fa con la scrittrice Elena Ferrante, pseudonimo di una delle autrici italiane più lette degli ultimi decenni. Nel 2016 il quotidiano Il Sole 24 Ore pubblicò un’inchiesta basata sull’analisi di documenti finanziari per sostenere che dietro quel nome ci fosse la traduttrice Anita Raja. Anche allora la rivelazione provocò reazioni molto accese e accuse di aver violato una scelta consapevole di anonimato.

Secondo diversi commentatori nel caso di Banksy, come per quello di Elena Ferrante, non esisteva alcun elemento di attualità che rendesse davvero urgente la pubblicazione dell’inchiesta. Inoltre, l'indagine non arriva a una nuova conclusione, ma conferma una teoria che circolava da tempo, da quando nel 2008 era stata diffusa dal tabloid britannico Daily Mail – nel frattempo c'è chi sosteneva anche che potesse essere il cantante Robert Del Naja dei Massive Attack. Un’altra obiezione riguarda l’uso di strumenti investigativi e verifiche molto rigorose che, pur essendo legittimi dal punto di vista deontologico, secondo alcuni dovrebbero essere impiegati piuttosto per indagare l’operato di figure realmente influenti dal punto di vista politico.

I pro e i contro dell'anonimato

Con il tempo sono aumentati e diventati più accessibili gli strumenti e i metodi a disposizione di chi vuole smascherare un certo autore. In sostanza, per un artista di successo, oggi, mantenere l’anonimato è diventato via via più difficile rispetto al passato. Lo si è visto per esempio di recente nel caso che ha coinvolto il cantante italiano Tony Pitony. Le poche volte che artisti molto popolari sono riusciti a mantenere segreta la propria identità – come sta accedendo con Liberato – questa scelta ha spesso favorito ulteriormente la loro notorietà, rafforzando l’interesse del pubblico e la circolazione delle loro opere.

Di contro, c'è chi teme che rendere pubblica l’identità di un autore che ha scelto l’anonimato possa minare in via definitiva la sua libertà espressiva. Nel corso del tempo, molte persone hanno adottato pseudonimi proprio per poter lavorare con maggiore spensieratezza, a tutti i livelli, senza il peso dell’esposizione personale. Nel caso di Elena Ferrante, comunque, l’autrice ribadì in seguito la propria volontà di rimanere anonima e continuare a pubblicare i propri libri utilizzando lo stesso nome d’arte; anche Tony Pitony – nel suo piccolo – per il momento non si è fatto sopraffare dalla questione, alimentando a tal proposito una narrazione in linea con il suo personaggio.