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Come l'hip-hop è arrivato in passerella

Da Kanye West a Travis Scott, perché la moda aveva bisogno del rap

Come l'hip-hop è arrivato in passerella  Da Kanye West a Travis Scott, perché la moda aveva bisogno del rap

C'è un filo sottile che unisce il 12 febbraio 2015 al 25 giugno 2021, rispettivamente il giorno in cui Kanye West ha presentato la Season 1 di Yeezy durante la New York Fashion Week e quando Travis Scott, che di Kanye è un po' un fratello minore, ha calcato la passerella della Paris Fashion Week in compagnia di Kim Jones per presentare la sua collezione collaborativa con Dior. In mezzo ci sono stati anni di corteggiamento in cui il mondo della moda ha prima usato e infine sfruttato quello dell'hip-hop, superando con non poche difficoltà anni di preconcetti e falsi miti. Se il fashion system ha a lungo ignorato chiunque provenisse dall'hip-hop, quel mondo si lasciava influenzare e affascinare dai grandi marchi e dai loghi ostentati in qualsiasi occasione. Proprio per questo buona parte dell'hip-hop degli anni '90 basava la sua estetica sulla presenza costante dei brand di moda, spesso utilizzati come simbolo di successo o semplicemente come un modo per urlare "ce l'ho fatta".

Ad invertire la rotta sono stati, ovviamente, Kanye West e il suo ego, quello capace di convincere il producer e rapper di Chicago di poter trovare un posto in un mondo che fino a quel momento gli aveva sempre chiuso le porte. Prima una partnership con adidas e poi uno stage da Fendi con l'amico Virgil Abloh hanno portato in poco tempo West a lanciare la sua linea apparel inaugurando un lento percorso che ha portato come primo risultato un numero sempre maggiore di rapper a collaborare nella creazione di sneaker (Pusha-T, Big Sean, Tyler, the Creator e ovviamente Travis Scott per citarne solo alcuni) riuscendo ad imporre i rapper non solo come icone culturali, ma soprattutto come fashion icon capaci di influenzare i trend fuori da quella scatola chiusa che era il fashion system. Con l'avvento di personalità come Tyler, the Creator e A$AP Rocky l'immaginario intorno all'hip-hop fatto di jeans baggy e catene vistosissime ha progressivamente lasciato spazio al gusto di personaggi che sono diventati quasi involontariamente prima influencer e poi curator della moda. A raccontare al meglio questo percorso c'è proprio la carriera da modello di Rocky, passato da testimonial DKNY nel 2014 a volto prima di Dior, poi di Calvin Klein e infine di Gucci proprio con Tyler, the Creator, capace invece di imporre uno stile che qualcuno definirebbe senza troppi problemi "da nonno".

Ad innescare questo processo, come detto, c'è stato ovviamente un cambio generazionale nel mondo dell'hip-hop, ma anche la necessità da parte dei grandi brand di parlare a un pubblico nuovo, diverso e più giovane di quello tradizionale. Una trasformazione che ha visto come ultimo step l'arrivo di nuovi nomi proprio all'interno degli stessi brand: da Virgil Abloh, che dopo aver portato in passerella Kid Cudi e Playboi Carti per la S/S 22 di Louis Vuitton ha citato il Wu-Tang Clan, fino a Kim Jones, che nella sua carriera non ha mai nascosto la passione per l'extra settore. Proprio Jones ha deciso di fare un ulteriore passo avanti chiamando alla corte di Dior Travis Scott, che prima del brand francese aveva messo le mani su realtà come McDonald's, Fortnite e Byredo costruendosi una fama da Re Mida delle collabo. Proprio per questo, al di là della riuscita o meno del matrimonio tra Cactus Jack e Dior, quello che conta è il significato di quest'ultimo, un ulteriore passo in avanti che apre le porte a qualsiasi tipo di suggestione. Non ultima, un rapper come direttore creativo di un brand di moda.