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Skate & The City: la storia d’amore tra Louis Vuitton e lo skate

Tutto iniziò con un litigio...

Skate & The City: la storia d’amore tra Louis Vuitton e lo skate Tutto iniziò con un litigio...
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign
Louis Vuitton SS20
Louis Vuitton SS20
Louis Vuitton SS19
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign
Louis Vuitton SS19

Nella vasta selezione di prodotti della collezione estiva Watercoulour di Louis Vuitton, c’è anche un oggetto molto particolare: uno skateboard made-to-order da 45.000€ ricoperto dal monogram del brand. E anche se è vero che nei suoi anni di tenure Virgil Abloh ha direzionato con maggior decisione Louis Vuitton verso un’estetica skate, ad esempio rendendo Lucien Clarke uno dei modelli della sua sfilata d’esordio e poi collaborando con lui per creare la prima skate sneaker del brand, è anche vero che il rapporto di Louis Vuitton con il mondo skateboarding non è iniziato con Abloh.

Si dovrebbe piuttosto parlare di una insolita storia d’amore, che intreccia le vicende del brand con quelle di Supreme (in maniere meno ovvie della loro collaborazione del 2017) e va indietro di oltre un decennio, anticipando la policy delle collaborazioni artistiche. Infine, il legame di Louis Vuitton con lo skateboard può diventare una chiave di lettura dell’ingresso dello streetwear nella moda partendo da un’iniziale ostilità e finendo con una assimilazione totale, simboleggiata dallo skate made-to-order della collezione Watercolor.

«Cease-and-desist»

Il primo capitolo di questa storia inizia, come molte le storie d’amore, con un apparente litigio. Era il 2000: all’alba del nuovo millennio il mito di Supreme era già fulgido nel mondo streetwear ma il mondo ancora non se n’era accorto. Superati gli inizi oscuri, la nascita del cult status di James Jebbia e, soprattutto, gli anni ’90, il brand non era ancora la potenza che è oggi. Tutto il mondo streetwear di allora viveva in una dimensione-specchio in cui il dialogo con la moda era decisamente unilaterale: erano i tempi in cui Stussy faceva il verso al logo di Chanel e Dapper Dan ridisegnava le creazioni di Gucci per la gioventù di Harlem. Anche Supreme fece qualcosa del genere, creando una serie di tavole da skate decorate dal monogramma di Louis Vuitton, con la “S” al posto della “LV”. Si trattava di un’operazione iconoclasta ma anche dell’inizio di una assimilazione culturale che avrebbe portato, 17 anni più tardi, a uno dei momenti-cardine della storia della moda. Per il momento, però, i tempi non erano maturi e la prima fase della storia d’amore si chiuse male: Louis Vuitton inviò a Supreme un secco «cease-and-desist» minacciando future azioni legali. Le tavole da skate scomparvero ma il ghiaccio era stato rotto.

Amore e graffiti

Dieci anni dopo si viveva in un nuovo mondo. Ai tempi Marc Jacobs era il direttore creativo della maison e aveva avviato una politica di interessanti collaborazioni sia con l’arte che con altri designer – uno di questi era Stephen Sprouse, un pioniere della punk fashion anni ’80, che aveva popolarizzato il mondo dei colori day-glo e dei graffiti nella moda. Nel 2001 i due avevano collaborato a una collezione di borse decorate con graffiti e, dopo la morte di Sprouse nel 2004, Jacobs aveva fatto proseguire la collaborazione: nel 2006 e nel 2008 le grafiche del designer erano apparse nella collezione mainline, mentre nel 2009 Jacobs aveva presentato un omaggio a Sprouse sotto forma di un drop limitato alla sola boutique di SoHo. Proprio in questa occasione era stato prodotto il primo skateboard di Louis Vuitton in assoluto, di cui esistono solo tre esemplari, e che costava 8250 dollari. 

L’occasione fu importante sia perché il party di presentazione fu uno dei maggiori eventi mondani della stagione newyorchese, sia perché segnò sia l’inizio di un dialogo fra la Louis Vuitton e la moda street: graffiti fluorescenti all’interno e all’esterno del negozio accolsero gli ospiti del party, all’interno Debbie Harry cantava sul palco mentre la boutique era stata trasformata in un enorme parterre. La collaborazione/omaggio anticipava anche il modello del drop site-specific e la produzione in numeri limitatissimi di insoliti gadget di lusso, in questo caso uno skateboard. Il fatto che il drop fosse esclusivo della boutique di SoHo voleva essere un omaggio al quartiere di New York in cui Sprouse aveva vissuto e lavorato: inconsapevolmente Louis Vuitton aveva conosciuto la cultura street. Ma ovviamente, almeno all’inzio, la moda mainstram non poteva avere idea delle dinamiche di questa cultura e presto si venne alla apparente rottura definitiva che avrebbe però aperto le porte a una nuova storia d’amore.

Sposarsi a gennaio: Kim Jones e la FW17

Sarebbe difficile non provare nostalgia di quei tempi: il fenomeno luxury streetwear stava partendo in quarta con Virgil Abloh al volante, l’A$AP Mob cantava «Please don’t touch my Raf» e si iniziava a parlare degli hypebeast come nuova e interessante subcultura. Una polveriera sulla quale un inglese, Kim Jones, il nuovo e ultra-hip direttore creativo di Louis Vuitton, ebbe l’idea di gettare un fiammifero. Amante delle contaminazioni, profondo conoscitore del mondo dell’arte contemporanea ma anche frequentatore dello streetwear, per la FW17 di Louis Vuitton Jones creò la madre di tutte le collaborazioni: Louis Vuitton x Supreme. Un trionfo di logomania, di file sconfinate davanti alle boutique, di rapper internazionali  - incluso il nostro Fedez, ancora da poco fidanzato con Chiara Ferragni, che si fece immortalare con tutti gli item della collezione. Parte della collezione erano ovviamente le tavole da skate, anche a questo giro in edizione limitatissima, e che ormai erano diventate un genere a sé stante di prodotto Supreme – la tela di innumerevoli collaborazioni artistiche.

Il gusto per lo streetwear proveniva dalle prime fasi della carriera di Jones, il cui primo incarico era lavorare per una società che importava Supreme e altri brand americani di streetwear nel Regno Unito. L’importanza del momento e di questa collezione è nota a tutti. In questo caso vale però la pena fare notare come la FW17 di Louis Vuitton abbia segnato la chiusura di un ciclo: da una moda mainstream ostile alle appropriazioni e alle contaminazioni con il mondo “basso” dello streetwear, a una moda che invece scopre opportunità creative interessanti nella narrativa di questo mondo fino al culmine di questa collaborazione che inaugura uno sposalizio o, se vogliamo, una fusione completa  che, con il nuovo direttore creativo, darà i suoi frutti.

L’uomo giusto

Louis Vuitton SS19
Louis Vuitton SS19
Louis Vuitton SS20
Louis Vuitton SS20
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign
Lucien Clarke in Louis Vuitton's "A View" Campaign

Capitolo (per ora) finale di questa storia d’amore è l’arrivo di Virgil Abloh. Un designer che divide e si divide in mille ramificazioni creative, precursore di una nuova wave estetica che definisce la moda come la conosciamo e che rende finalmente istituzionale il concetto di collaborazione totale. La sua prima sfilata per Louis Vuitton è un terremoto: sulla passerella color arcobaleno di Parigi sfilano Lucien Clarke e Blondey McCoy insieme a Octavian e a Kid Cudi. Nella sfilata successiva toccherà a Evan Mock – primo trampolino di lancio verso una carriera nella moda per lo skater hawaiano. L’anno scorso Virgil e Lucien Clarke tornano a collaborare per creare la prima skate shoe di Louis Vuitton. Infine, quest’anno, il cerchio si completa: senza collaborare con nessun altro, Louis Vuitton produce da sé il proprio skateboard. Il sipario si chiude.