"Ink" è la storia di come è morto il giornalismo Alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Danny Boyle ricostruisce la nascita dell'impero Murdoch

Che cos’è una storia? Una domanda che tantissime figure devono porsi ogni giorno, come succede nel film Ink di Danny Boyle. Uno scrittore, un regista, un giornalista. Professioni diverse legate però da uno scopo comune: conquistare le persone. C’è chi dice che i film o i libri li scrive per se stesso, che non si pensa ad un ipotetico pubblico e che c’è solo un’esigenza artistica a spingere verso la creazione.  Un’onestà velata da una patina di ipocrisia, oltre che da un solipsismo di cui molti potrebbero essere tacciati, seppur bisogna sempre valutarne le sfumature.

Forse, tra tutti, è proprio il giornalismo che da sempre deve tentare di muoversi a metà tra due parallele che devono riuscire ad incrociarsi: da una parte un’etica legata al lavoro, dall’altra il bisogno di mantenersi a galla in un mondo che va veloce e legge sempre di meno. Una crisi che l’editoria sta attraversando ora (potremmo dire: in cui è decisamente impantanata) forse inaspettata per chi, negli anni addietro, vedeva la carta stampata come la fonte primaria di informazione. Impossibile da battere, pervasiva al millimetro e spinta perciò non tanto dal doversi mantenere per non morire, ma principalmente dal dover far alzare le vendite.

L'ascesa di Murdoch prima di Fox News

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They broke the news. INK – from Academy and BAFTA award winning director Danny Boyle. Starring Jack O'Connell, Guy Pearce and Claire Foy. Only in cinemas January 8th.

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Ciò che ha attraversato sulla fine degli anni Sessanta il tabloid The Sun, come raccontato dal film di Boyle scritto da James Graham e basato sulla sua opera teatrale del 2017 passata prima al West End poi a Broadway. Il rilancio di un giornale e non la sua debacle come accade a tante testate oggi. Oltre che l’inizio della rovina dell’intero giornalismo.

Ink, film di apertura (e in concorso) della 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, racconta in una danza tra realtà e finzione, un po’ come gli scoop sensazionalistici propri del The Sun, l’ascesa nelle maglie dell’informazione di Rupert Murdoch, molto prima di Fox News e dell’era del clickbaiting. Avvenimenti accaduti su dialoghi fittizi che mettono in scena il braccio destro che permise al giornale di schizzare al primo posto nelle vendite, il direttore Larry Lamb, vero personaggio negativo del film, persino più di Murdoch.

Colui che, avendo un compito da rispettare e una vendetta da mettere in atto, ha offerto esattamente all’editore e a milioni di lettori ciò che volevano: libertà, spensieratezza, sesso e scandali. Insieme all’introduzione della nota Page 3 con le ragazze in topless, segno di appiattimento del giornalismo come è stato concepito, ma trovata irrefrenabile per le vendite del The Sun.

La macchina del fango

Se per raccontare una storia, nel giornalismo soprattutto, serve più o meno la verità, questo è ciò che offrono Graham e Boyle con il loro film. La rivisitazione di un evento epocale che cambiò il modo di fare comunicazione e come divulgare le notizie. È il principio della fine ciò che Ink mette in pratica ed è studiandone i vari incastri e le psicologie umane che l’opera mostra le irreversibili conseguenze. Rivalsa e affari vanno di pari passo mentre la deontologia viene lasciata indietro e il terreno si fa fertile per tutti i problemi che l’informazione avrà in futuro, dal clickbait alle fake news.

E mentre assistiamo al declino della morale umana e professionale, Boyle riesce comunque a farci tifare per questa macchina del fango che comincia da subito a mietere le prime vittime. Durante il film ci rende parte degli outsiders che hanno deciso di sfidare il Golia dell’informazione inglese, il Daily Mirror. Ci fa anche sperare che questi piccoli Davide, invasivi come i topini che abitano la redazione, riescano a conquistare il numero più alto di lettori.

È un falso miraggio, esattamente come quello che vivono i personaggi del film, credere che il successo potrà redimerli dal disservizio che stanno offrendo mentre imbrattano la carta bianca. Un'illusione da cui lo spettatore riesce a strapparsi in tempo, a differenza dei protagonisti, così da poter constatare e rimanere scioccato dal tracollo che un’intera società si ritroverà a dover affrontare.

Una macchina del tempo

Il dinamismo di Danny Boyle elettrizza l’aria, attraendo come le didascalie e il font del The Sun e colpendo continuamente l’occhio e l’udito dando ritmo ad ogni singola battuta o scena, come a riprodurre il suono e la cadenza della macchina da scrivere. Sostenuto dal montaggio che è ancora una volta un’asse portante del lavoro di Boyle, affidato a Fin Oates e pieno di inserti che aumentano il contrappunto tra realtà e messinscena.

Nel cast capitanato da Jack O’Connell (Larry Lamb) e Guy Pearce (Rudolph Murdoch), il personaggio interpretato da Claire Foy, spiega che per lei il giornalismo non deve essere solo uno specchio in cui vedersi, riferendosi all’avversario Daily Mirror. Piuttosto ha il ruolo di finestra da cui guardare il mondo o verso il cielo, come il sole del The Sun, e in questo senso Ink è una macchina del tempo. Un posto preferenziale da cui osservare ciò che è accaduto e chiedersi se ci sarà mai la maniera perché le cose possano prima o poi cambiare. L’impero di Murdoch come lo conosciamo, con i raggi del The Sun che hanno reso tutto più arido.

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