Il collettivo Pussy Riot ha scosso la Biennale di Venezia Proteste, polemiche e scontri politici travolgono l’edizione 2026

Siamo sempre più vicini all’apertura al pubblico della 61ª edizione della Biennale d’Arte di Venezia che, nei giorni di preview, continua a rivelarsi una delle più politicamente tese degli ultimi decenni. Basti pensare allo scalpore causato dalla partecipazione della Russia, a una giuria che si è dimessa come gesto di protesta e a un danno che non si limita soltanto all’immagine della manifestazione, ma coinvolge anche il piano economico: la Commissione Europea ha contestato la riammissione della Russia alla Biennale, annunciando un taglio di due milioni di euro ai finanziamenti destinati alla manifestazione.

Infine, proprio ieri, i Giardini della Biennale hanno visto l’arrivo delle Pussy Riot, protagoniste di una protesta che ha causato la chiusura temporanea del padiglione russo. Insomma, se pensavate che l’arte contemporanea non avesse più nulla da dire, è arrivato il momento di ricredersi.

Le Pussy Riot

@kiara1812lov Pussy Riot è un collettivo punk rock russo, femminista e politicamente impegnato, avvicinato al movimento riot gre,che agisce sotto rigoroso anonimato. Le attiviste organizzano proteste per lo sviluppo della democrazia, in Russia e altre parti del mondo. Il gruppo è stato messo fuorilegge in Russia come "'estremista"#moscow #russiaterroriststate #ucraina #slavaukraine #pussiriot Big bom in the room - ELIANE HINEY

Nadya Tolokonnikova, fondatrice delle Pussy Riot (collettivo anonimo punk rock russo, femminista e politicamente impegnato), ha dichiarato che l’unica arte russa che dovrebbe essere esposta oggi è quella prodotta dagli artisti dissidenti incarcerati dal regime: «Quelle persone fanno arte, e voglio che sia quell’arte a rappresentare la Russia, perché rappresentano il vero volto della Russia». Le attiviste, affiancate dal gruppo femminista ucraino FEMEN, hanno preso d’assalto l’area davanti al padiglione indossando balaclava rosa e lanciando fumogeni nei colori dell’Ucraina e recitavano slogan come: «L’arte della Russia è sangue» e «Disobbedite».

La protesta nasce dalla decisione della Biennale di consentire nuovamente la presenza della Russia all’interno della manifestazione, dopo l’esclusione seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022. Per questo motivo, le manifestanti hanno tentato di entrare nel padiglione russo ai Giardini, venendo però fermate dalle forze dell'ordine italiane. Tolokonnikova ha raccontato di aver dovuto utilizzare un nome falso per accedere all’area della Biennale, sostenendo che ogni tentativo di dialogo con gli organizzatori fosse stato ignorato. Per circa trenta minuti, la protesta ha comunque bloccato l’accesso allo spazio espositivo.

La Biennale è diventata un tribunale?

Secondo gli organizzatori, il padiglione russo rimarrà aperto soltanto durante i giorni di preview dedicati alla stampa e agli addetti ai lavori, prima dell’apertura ufficiale della Biennale del 9 maggio. Per precauzione le performance presenti all’interno sono state preregistrate e verranno mostrate attraverso schermi e proiezioni video. Visto il clima polemico che circonda la manifestazione d’arte, il presidente della Biennale,  Pietrangelo Buttafuoco, ha difeso la decisione di riammettere la Russia, affermando che la Biennale «non è un tribunale», ma uno spazio dedicato al dialogo e alla pace.

Per molte artiste, curatrici e figure del mondo culturale, la presenza della Russia rischia di trasformarsi in un’operazione di soft power culturale, capace di normalizzare o attenuare la percezione della guerra in corso. Parallelamente, altre proteste hanno attraversato la Biennale anche contro la partecipazione israeliana, in relazione alla guerra a Gaza, trasformando questa edizione in una delle più politicamente tese degli ultimi decenni. 

Il compito dell’arte 

Anche l’arte, come ogni forma di espressione culturale, porta con sé oneri e responsabilità, soprattutto in un contesto storico attraversato dalla guerra. È difficile stabilire in modo univoco se la partecipazione o l’esclusione di paesi come Russia e Israele sia giusta o sbagliata, così come comprendere fino a che punto artisti e artiste debbano farsi carico delle conseguenze politiche dei propri governi. Eppure l’arte rimane, inevitabilmente, uno strumento di comunicazione: personale, stratificato e profondamente legato al presente. 

Per questo motivo, negare la rappresentazione - anche tragica, conflittuale o scomoda - del contesto che la circonda rischia di trasformarsi in un paradosso, tanto quanto lo è interrogarsi sulla legittimità morale della presenza di determinati paesi all’interno della 61ª Biennale d’Arte di Venezia. Non resta quindi che osservare i prossimi sviluppi, continuando a muoversi su quel fragile filo che separa libertà espressiva, responsabilità politica e rappresentazione culturale.

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