
Quando smettiamo di essere adolescenti? Con l'"adultescenza", Internet ci insegna che potrebbe volerci più tempo del previsto
Viviamo in un'epoca del digitale i cui contenuti ci insegnano, ci motivano e ci invitano costantemente a migliorarci e dove la crescita personale coincide sempre più con un'acquisizione di consapevolezza sociale, professionale ed emotiva. Eppure, in questa moltitudine di messaggi improntati all'ottimismo, spesso eccessivo, continua a esistere una zona grigia che sfugge a ogni retorica della realizzazione: l'adolescenza. Quest'ultima non porta con sé soltanto traumi, scoperte e inquietudini di giovani alla ricerca del proprio posto nel mondo. Porta anche l'illusione di una temporalità sospesa, di un'età che sembra non finire mai.
Se un tempo l'adolescenza rappresentava una fase di passaggio costellata da incertezza, ricerca identitaria e inevitabili disillusioni, oggi quelle stesse sensazioni sembrano essersi trasformate in una condizione culturale permanente. Le nuove generazioni di adulti continuano a condividere gli stessi stati d'animo che tradizionalmente associamo agli anni adolescenziali, fino a farne non più una categoria anagrafica, ma una postura esistenziale. L'adolescenza diventa così una dimensione capace di sopravvivere oltre i confini che le abbiamo sempre attribuito.
Quando c'era Tumblr
@tumblr 19 years of tumblr! thank u to everyone who’s made our community so special #tumblr #tumblraesthetic #2010s #nostalgia #2014tumblr original sound - dj cara
Il 2026 si è confermato l'anno della romanticizzazione del 2016. Sui social si moltiplicano video, moodboard e raccolte fotografiche dedicate a quell'epoca che, in confronto al presente, appare sorprendentemente leggera e spensierata. Prima dei filtri fotografici, delle orecchie da cane di Snapchat, dell'ossessione per il Coachella e per una California immaginata attraverso gli schermi, esisteva però un altro universo digitale: prima dell'estetica colorata che oggi ricordiamo con nostalgia, c'era Tumblr.
Correva l'anno 2014 e la piattaforma sviluppata tra il 2006 e il 2007 era diventata uno degli spazi più rappresentativi dell'anima più autentica di Internet, contraddizioni comprese. Tumblr era dominato dalla spettacolarizzazione del dolore: tutti soffrivano, o almeno così sembrava. L'incertezza adolescenziale, la malinconia, il senso di inadeguatezza e la disillusione diventavano elementi di appartenenza collettiva. Dall'uso sconsiderato della parola "depressione" alla condivisione di contenuti che oggi sarebbero immediatamente moderati, la generazione Tumblr sembrava vivere in uno stato di vulnerabilità permanente.
@valentinabate Risposta a @tuttobenegrazietu #tw nomino dca e disturbi mentali, parti di un’estetica della sofferenza estremamente tossica che viveva su #tumblr #tumblr2014 #lanadelrey #arcticmonkeys #indiesleaze Lo-fi hip hop - NAO-K
La narrazione dell'adolescenza finiva spesso per intrecciarsi con forme di estremismo emotivo, sofferenza e violenza, come se la costruzione dell'identità potesse inevitabilmente scivolare verso espressioni radicali del sé. Eppure sarebbe riduttivo ricordare Tumblr soltanto per questo. Ciò che rendeva la piattaforma il luogo dell'espressione adolescenziale per eccellenza non era soltanto la condivisione delle proprie fragilità - rispetto al panorama fintamente ottimista della contemporaneità - quanto la possibilità di poterle condividere con una comunità. Prima della stretta normativa che ha progressivamente regolato il web, sulla piattaforma si poteva consumare qualsiasi forma di contenuto: fotografie, musica, diari personali, outfit, collage visivi, riflessioni intime.
Tumblr rappresentava così uno degli ultimi spazi di nutrimento culturale. Un luogo in cui l'adolescenza non veniva nascosta o corretta, ma attraversata. L'estetica era influenzata dalla musica, dalle sottoculture, dalle graphic T-shirt, dal rock, dal punk e da sonorità che oggi definiremmo sperimentali. Ogni profilo diventava una sorta di camera da letto digitale in cui accumulare immagini, desideri, riferimenti e ossessioni.
Il principio dell'adultescenza
se è la psicologia sociale italiana ad aver coniato il termine "adultescenza" un motivo ci sarà
— pinodipino (@spinaus) May 14, 2016
Se l'adolescenza sembra non finire mai è anche perché la società contemporanea continua a rimandare l'idea stessa di età adulta. Nel dibattito pubblico si parla sempre più spesso di adultescenza, un neologismo che descrive la condizione di chi, pur avendo raggiunto l'età anagrafica adulta, continua a mantenere stili di vita, abitudini e modalità relazionali tipiche dell'adolescenza, rimandando o rifiutando l'assunzione di responsabilità stabili. In Italia questo fenomeno assume contorni particolarmente evidenti, toccando uno dei nodi più delicati del nostro tempo: la difficoltà di crescere in una società che sembra aver smarrito il valore della maturità.
L'adolescenza è sempre stata un'età di passaggio ma, oggi, la cultura contemporanea celebra la giovinezza come unica condizione desiderabile. Bisogna restare giovani nel corpo, nell'immagine, nel linguaggio, nei consumi e persino nello sguardo degli altri. La maturità viene percepita come una perdita, la vecchiaia come qualcosa da occultare e la responsabilità come un peso da evitare. Ma se diventare adulti viene raccontato soltanto come una rinuncia, perché un adolescente dovrebbe desiderarlo?
Ogni ragazzo, per crescere, ha bisogno di sentirsi visto. Ma essere visti non basta. Bisogna essere riconosciuti, poiché il riconoscimento stesso, invece, restituisce valore all'esistenza di qualcuno. In questo senso, persino uno spazio controverso come Tumblr svolgeva una funzione importante: consentiva di sentirsi parte di qualcosa, di trovare un linguaggio comune attraverso cui dare forma alle proprie fragilità e in cui riconoscersi ed essere riconosciuto. Se l'età adulta appare soltanto come stanchezza, ansia da prestazione e nostalgia della giovinezza, allora crescere non può che fare paura.
La nostalgia come forma di creazione
Esiste una pratica artistica che prova a interrogare la nostalgia non come semplice rimpianto del passato, ma come soglia verso l'uscita dall'adolescenza: la curatrice Julia Marchand ha co-fondato Octobre Numérique - Faire Monde, festival dedicato al videogioco sperimentale come forma culturale legata all'adolescenza sia come produzione estetica che come strumento di elaborazione emotiva e psicologica. «Abbiamo lavorato proprio su questo: dare una piattaforma a linguaggi che emergono da una dimensione più inconscia o repressa», ha spiegato Marchand ad Artribune, individuando nell'adolescenza una condizione privilegiata per l'espressione di sé proprio perché caratterizzata da una posizione di vulnerabilità.
Nell'intervista, la curatrice ha dichiarato: «Il videogioco permette una forma di ambiguità tra sogno e veglia, tra controllo e perdita di controllo. Sono convinta che il gioco, nella sua capacità di costruire il proprio mondo, sia il formato più vicino alla camera di un adolescente: vi si riversano le passioni, si crea un collage». Una definizione che descrive perfettamente non solo il videogioco, ma gran parte delle forme culturali contemporanee. Dalle playlist ai profili social, dai moodboard ai mondi virtuali, continuiamo a costruire stanze simboliche in cui depositare frammenti della nostra identità.
Abitare il presente
@jocelynamoran Adolescence lasts into your 30s, a new study shows #adulthood #news original sound - Jocelyn Moran
Forse il motivo per cui continuiamo a romanticizzare Tumblr, il 2014 o il 2016 non risiede davvero nel desiderio di tornare indietro. Non è nostalgia per un periodo storico specifico, né per una piattaforma ormai, ingiustamente, dimenticata. Quella che chiamiamo nostalgia è spesso il rimpianto per un momento della vita in cui tutto era ancora possibile. Anche se il mondo sembrava gravare eccessivamente sulle nostre spalle, noi, adolescenti confusi e disillusi, non avevamo la responsabilità dell'essere adulti, perché eravamo troppo impegnati a combattere il presente, o meglio, a combattere noi stessi.
Un'età in cui l'identità non era definita ma in costruzione, in cui il futuro faceva paura ma conservava ancora il fascino dell'ignoto. Per questo l'adolescenza continua a riaffiorare nelle estetiche, nelle mode e nelle forme culturali contemporanee. Non perché ci rifiutiamo di crescere, ma perché la società stessa sembra aver trasformato quella fase transitoria in una condizione permanente. E mentre continuiamo a costruire nuove stanze simboliche in cui rifugiarci, condividere e raccontarci, forse la vera domanda non è quando finisce l'adolescenza, ma se sia davvero finita per qualcuno.













































