
Perché tutti amano "The Pitt"? La serie ha una struttura originale e una narrazione classica, oltre che al volto amico di Noah Wyle
Che momento meraviglioso per The Pitt. La serie è un medical drama dei più lineari, la cui originalità è nella suddivisione delle puntate che, con un volume simile come non si vedeva da tempo, scandisce la propria storia in quindici episodi. Tanti per gli standard della serialità di oggi e che ricorre persino alla pratica del rilascio settimanale, la quale ha portato ai suoi frutti visto il chiacchiericcio che si è sviluppato attorno allo show prima tra i medici poi tra il pubblico più vasto (un altro esempio recente? Heated Rivalry), la cui caratteristica più originale non solo sta in cosa ogni puntata vuole raccontare, ma come vada a legarsi insieme alle altre per dipingere un quadro più grande.
Di cosa parla The Pitt?
@hbomaxnordic And so it begins. Season 2 of the Emmy Award-winning Outstanding Drama Series #ThePitt original sound - HBO Max Nordic
The Pitt prende il titolo dal diminutivo dell’ospedale di Pittsburgh in cui è ambientata la storia (con “pit” che sta anche per “buco”, “fossa”, ma a cui se si aggiunge una lettera diventa “pity”, ovvero “pietà”). La struttura narrativa è scandita da ogni ora che va a comporre un turno di lavoro per i personaggi, che saranno perciò seguiti dagli spettatori per le quindici ore che dovranno passare tra arresti cardiaci e incidenti domestici e altri mortali.
Non si esce mai dai confini dell’edificio, si va giusto a fare una telefonata poco lontano dalla porta principale o si sale sul tetto per prendere un paziente dall’aeroambulanza. La prossimità del pubblico ai personaggi è la stessa che quest’ultimi hanno con i degenti, restando chiusi in quel “buco” in cui dietro ogni porta si nasconde la storia (clinica e non solo) di una o più persone.
La camera a mano insegue i medici in giro per i corridoi di un ospedale che non fa mistero delle sue mancanze, dei pochi posti letto e degli ancor meno infermieri e infermiere di cui avrebbe bisogno, esplorando sia le difficoltà strutturali di un sistema come quello ospedaliero, sia i concetti di vita e morale con cui i dottori devono confrontarsi ogni giorno (anzi, ogni ora).
Problemi pratici si mischiano con in racconti del ricovero, facendo un continuo rimpallo di cui mantiene le coordinate il fulcro della serie: il dottor Michael "Robby" Robinavitch di Noah Wyle, che dal camice di E.R. - Medici in prima linea è passato quasi trent’anni dopo a quello di The Pitt (sebbene la serie anni Novanta abbia proseguito fino alla sua quindicesima stagione nel 2009). Altra componente che ha contribuito sicuramente alla risonanza ricevuta dallo show, oltre ad una certa sintonia con narrazioni seriali classiche e perciò rassicuranti per il pubblico. Paradossalmente, visti i temi trattati, e con tra l’altro la crew di The Pitt composta da diverse figure provenienti proprio da E.R.
Ma quindi com’è la serie?
Ci sono poche certezze quando si produce e si distribuisce un film o uno show, ma che il pubblico accoglierà sempre con calore un comeback è abbastanza certo, soprattutto quando i collegamenti con ciò che si ricorda o si è amato in passato sono sentimentali e/o vividi. Wyle ha proseguito nella sua carriera dopo e durante E.R., ma ritrovarlo nel ruolo del mentore per degli giovani specializzandi è come vedere la crescita di una persona amica che hai conosciuto quando era agli inizi e di cui non hai più avuto notizie, mentre ora ti può aggiornare su come sta andando la sua vita personale e professionale.
E che con The Pitt si è potuto fare largo non rimanendo più all’ombra di George Clooney, ma diventando la star del medical drama. È un ritrovarsi che avviene con l’attore sullo schermo e gli spettatori che lo osservano all’esterno. Una certezza che ha contribuito ad accendere un riflettore sullo show e che sta dimostrando anche e forse di più le capacità di un interprete il quale, dopo tutti questi anni, non avrà ricevuto la sua laurea in medicina, ma un Emmy Award e un Golden Globe sì.
E quindi quindici episodi, quindici ore di turno, tanti e altrettanti pazienti con cui la serie ha scelto di rappresentare nella prima stagione alcuni dei sintomi dell’America contemporanea (e del mondo), dall’assunzione letale di fentanyl alle pratiche di aborto fino al pericolo strisciante degli incel. Si attende perciò di vedere cosa avranno riservato le puntate della seconda stagione, già arrivata negli USA e dal 13 gennaio su HBO Max Italia e con confermata la terza, dove la tematica dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito medico sembra essere una questione centrale e che dimostra l’acutezza degli sceneggiatori nel cercare di rendere il ristretto cerchio di The Pitt uno specchio per riflettere cosa accade fuori nel mondo.











































