C'è una nuova sostanza nel backstage della Fashion Week La modella Theodora Quinlivan ha ammesso di fare uso di droghe in passerella, ma nessuno si è scandalizzato

«I did poppers before walking Dsquared2… a couple times», esordisce Theodora Quinlivan, su TikTok, dove è nota come @teddyquinlivan6. Le immagini a seguire la vedono calcare la passerella con sguardo fisso e movenze sciolte. «And also backstage in a couple other shows, but Dsquared2 was the most important one», aggiunge con nonchalance. Il primo video della serie Diares of a Difficult Model ha già raggiunto 136 mila visualizzazioni e raccolto commenti positivi che vanno dal «mind you this is my first impression of you, and I love it» a «no because thats very on brand they should pay u extra». Una reazione che dice molto su come oggi la moda racconti un fenomeno che non le è mai stato estraneo: apertamente, senza vergogna, senza conseguenze. Accolto con ammirazione.

I tempi di Kate Moss sono davvero tornati?

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Trucco e capelli pronti, un’inalata di popper e via. «I would let it rip. And I would serve cunt every single time», ammette Quinlivan, che tradotto in termini spiccioli significa aver spaccato, con sicurezza e fierezza. Nel video pubblicato su TikTok, la modella racconta una certa iniziale preoccupazione al pensiero di assumere sostanze stupefacenti sul posto di lavoro. Preoccupazione presto dissoltasi quando si è accorta che, dietro le quinte, circolavano droghe ben più pesanti. A confronto, il popper le è sembrato un gioco da ragazzi. 

È ironico iniziare il nuovo anno parlando di droga nella moda. Sembra di assistere a un copione che si ripete. All’inizio dell’anno scorso, Kate Moss - anche nota come Cocaine Kate e Kate Mess - era tornata virale su TikTok non per il suo lavoro da supermodel, bensì per l’immaginario legato al suo stile di vita estremo, fatto di abuso di sostanze stupefacenti e vita sentimentale turbolenta. La traccia audio, scintilla di questo ritorno di fama, recitava: «She’s had plenty of drug problems and has dated some questionable men. She’s been blamed for promoting anorexia and heroin use, and her nicknames include cocaine kate & kate mess. She’s Kate Moss and she’s a rockstar trapped in a supermodel’s body».

Le immagini di una strafatta Kate Moss venivano innalzate ad icone senza tempo, ragazze e modelle mostravano la propria magrezza e outfit ispirati agli anni Duemila. Anni di retorica di wellness culture spazzati via da un audio di pochi secondi. Parallelamente, sui social media cinesi circolava quella che oggi viene riconosciuta come cocaine walk, un tipo di camminata scattante accompagnata da occhi sbarrati, quella che potreste aver riconosciuto su Mariacarla Boscono.

Il binomio moda e sostanze stupefacenti

Dal monologo da 2 minuti e 24 secondi di Theodora Quinlivan emergono due aspetti fondamentali. Il primo è la totale assenza di remore nel raccontare l’accaduto. Nessun tipo di giustificazione, nessuna vergogna, nessun pentimento. A dirla tutta, la modella esplicita come la propria mancanza di professionalità sia del tutto irrilevante di fronte all’impeccabile performance. Arriva persino ad alludere ad una certa indifferenza da parte dei fondatori del brand Dsquared2, Dean e Dan Caten, di fronte a tale escamotage. Parla di after party, divertimento e show estremi: il classico menù della casa.

Il secondo aspetto riguarda la reazione del pubblico: i commenti non condannano, celebrano. Urla di giubilo, ovazioni, qualcuno le chiede il segno zodiacale nel tentativo di approfondire la conoscenza. È una totale inversione di rotta rispetto allo scandalo che travolse Kate Moss nel 2005, paparazzata dal quotidiano The Sun in compagnia di quattro strisce di cocaina sul tavolo. Parliamoci chiaro: la romanticizzazione dell’utilizzo di droghe nel mondo della moda è sempre esistita.

All’inizio degli anni Duemila, cocaina, anfetamine ed ecstasy erano segni di appartenenza a un’élite che viveva di notte, viaggiava continuamente e faceva dell’eccesso una cifra estetica. Era inscritta nelle immagini, nelle sfilate, nelle campagne. Le immagini diffuse dal The Sun portarono alla luce ciò che fino a quel momento era rimasto nell’ombra, segnando la fine dell’era dell’innocenza mediatica. Un cambiamento che costò caro alla modella inglese: Chanel, Burberry e H&M annullarono i contratti di collaborazione previsti, per una perdita totale di 4 milioni di dollari.

Cos’è cambiato davvero?

Per molto tempo, il duo droga-moda si è retto su un tacito principio: se il problema è individuale, non riguarda il sistema. Nel 2011, John Galliano viene arrestato a Parigi per insulti antisemiti sotto effetto di alcol e droghe e perde la direzione creativa di Dior. Una reazione che rivela una verità scomoda: la moda non punisce l’abuso, punisce la perdita di controllo dell’immagine. Il sistema lo ha sempre protetto, nonostante fosse a conoscenza delle sue dipendenze, fin tanto che ha prodotto valore simbolico ed economico, salvo poi prenderne le distanze quando è diventato una minaccia per la reputazione di LVMH.

Lo stesso accadde con Lee McQueen. Toltosi la vita giovanissimo, dopo aver assunto cocaina, sonniferi e tranquillanti, l’attenzione mediatica si è concentrata sul “genio tormentato”, sulle diagnosi cliniche (tra cui insonnia, ansia, depressione), più che sul ruolo del settore. Nel 2015, The Sunday Times scriveva: «Pereira (ndr. Stephen Pereira, psichiatra di McQueen) identified the extreme ends of the fashion world as a problem to McQueen, as he plummeted from the giddy highs of the catwalk shows to the comedowns afterwards and the severe lows they took him to». McQueen soffriva per gli estremi della moda, un meccanismo noto ma mai messo realmente in discussione.

Oggi, però, questo schema sembra saltato dato che dalle reazioni del TikTok non c’è scandalo, né indignazione, né solidarietà. C’è trasparenza trasformata in contenuto, consumo trasformato in storytelling e un pubblico che applaude. I commenti stressano l’iconicità che risiede nell’atto di assumere popper prima di calcare la passerella, sottolineano il proprio coinvolgimento alla vicenda, il proprio divertimento. Se negli anni Duemila la droga era il segreto sporco della moda, oggi è il suo contenuto virale. E quando l’eccesso diventa intrattenimento, non resta più nessuno da scandalizzare.