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La storia dell’omicidio Gucci – “Sangue sul marmo” E02

Il secondo episodio della serie true crime dedicata all'omicidio Gucci

La storia dell’omicidio Gucci – “Sangue sul marmo” E02 Il secondo episodio della serie true crime dedicata all'omicidio Gucci
Pina Auriemma
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Maurizio Gucci e Paola Franchi
Maurizio Gucci e Paola Franchi
Maurizio Gucci e Paola Franchi
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
Benedetto Ceraulo e Roberto Cicala, i killer
Ivano Savioni
I complici dell'omicidio
Il ritratto di Kirdar
Nemir A. Kirdar, fondatore di Investcorp
Il consiglio di Investcorp con Margaret Tatcher (1983)
Tre appuntamenti - ogni mercoledì - per raccontare la storia di Maurizio Gucci e tutti gli eventi che la precedettero. Il primo episodio, che racconta dell'ascesa di Maurizio ai vertici dell'azienda, può essere letto cliccando questo link.
Per farlo, abbiamo diviso la storia in tre episodi, che si focalizzeranno rispettivamente sull'ascesa di Maurizio Gucci ai vertici dell'azienda, sul suo omicidio e sulle indagini che ne scaturirono. Per comodità espositiva, presentiamo qui sotto un sintetico albero genealogico della famiglia Gucci in cui abbiamo evidenziato i protagonisti principali dei fatti.

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La fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 furono un momento denso di transizioni per Gucci: nel 1989 venne chiamata dall’America la prima vera direttrice creativa del brand, Dawn Mello, che ebbe il difficilissimo compito di ripulire la reputazione del brand dopo anni di licenze e franchise selvaggi che l’avevano irrimediabilmente diluita. Il lavoro di Mello fu essenziale nel risollevare le sorti del brand in un delicato momento di transizione di poteri e preparò il terreno per l’arrivo trionfale di Tom Ford, l’Uomo del Destino che traghettò il mito di Gucci nel nuovo millennio. Prima di questo momento trionfale, che comunque si verificò solo dopo che l’azienda era stata strappata via alle rissose mani della dinastia Gucci, le acque in cui la famiglia navigò per oltre un decennio rimasero tempestose, trovando una relativa calma solo dopo la morte di Maurizio Gucci nel 1995.

Patrizia

«Ero la regina di Milano, bisognava andarci piano con me», così ricorda Patrizia Reggiani in un’intervista al Corriere della Sera dell’anno scorso. E in effetti guardava sulla città come una regina, dall’alto del suo leggendario attico in Piazza San Babila (1800 metri quadri sviluppati su tre piani con piscina e giardini pensili) in cui aveva continuato a vivere dopo la separazione con il marito, che si era trasferito in un appartamento di Corso Venezia. All’inizio Maurizio le passava 200 milioni al mese, poi diventati 60 milioni nel 1990 e solo 20 milioni l’anno successivo. Patrizia e le figlie vivevano ancora nel lusso, sperperando nelle maniere più assurde: come ricordò Alda Rizzi, la governante dell’immenso attico di San Babila, c’erano 14 milioni mensili per cibo e servitù, 5 milioni di spese telefoniche, 2 milioni al mese solo per le orchidee e, in un’occasione, anche 991 mila lire per comprare delle pantofole. Ma la buona società milanese continuava a non vedere di buon occhio la donna, tanto per le sue umili origini che per i suoi atteggiamenti a volte bizzarri - non a caso Patrizia definiva le donne del patriziato cittadino delle "galline".

L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano
L'attico dei Gucci a in piazza San Babila, Milano

Una sua abitudine che andò rafforzandosi negli anni era quella di manifestare il suo crescente odio per il marito: prima per le sue spese irresponsabili; poi per il suo fidanzamento con una sua vecchia amica, Paola Franchi nel '92, che divenne convivenza nel '94. Già a partire dalla fine degli anni ‘80, infatti, Patrizia andava chiedendo a destra e a manca chi volesse uccidere suo marito, che voleva vedere morto. Lo domandò pure al suo avvocato, Cosimo Auletta, a cui disse con nonchalance: «Avvocato, che mi succede se faccio fuori mio marito?» Alla domanda l’avvocato si licenziò e avvisò Maurizio, che comunque era al corrente delle intenzioni della moglie. Secondo alcuni resoconti, infatti, nelle rare volte in cui andava a trovare le sue figlie rifiutava di sedersi a colazione o di mangiare o bere qualunque cosa fosse passata dalle mani della moglie.

Guai e Guerre

Maurizio Gucci e Paola Franchi
Maurizio Gucci e Paola Franchi
Maurizio Gucci e Paola Franchi

Dopo essere stato accusato di aver falsificato le firme del padre per evadere enormi tasse di successione, Maurizio Gucci si trovava ufficialmente in stato di latitanza, sui suoi beni erano state iscritte ipoteche per 599 miliardi e persino per il suo veliero Crèole, acquistato attraverso una società di comodo all’estero, scattò un ordine di cattura. Non tutto era perduto: la divisione americana di Gucci era ancora in mano sua, lontana dalla magistratura italiana; il suo pacchetto azionario, benché congelato, rimaneva al sicuro e, soprattutto, i suoi cugini rivali erano impegnati in una guerra interna che aveva portato anche Roberto e Giorgio a ricevere comunicazioni giudiziarie su una serie di società panamensi create negli anni '60. Era il momento di muoversi: mentre agli inizi di luglio Giorgio Gucci diventa presidente della società madre dopo una difficilissima assemblea di famiglia e Aldo Gucci usciva di galera, giunge la notizia che la pecora nera della famiglia, lo sfortunato Paolo Gucci, ha venduto il suo 3,3% a un compratore misterioso. La situazione è così complicata che a un certo punto l’azienda ha due separati consigli di amministrazione, riuniti in uno solo dopo l’assemblea con alla presidenza la nuova CEO, Maria Martellini, e il 46,6% dell’azienda (cioè la parte di Aldo) confluisce sotto il controllo di Roberto e Giorgio Gucci. 

Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)
Campagne di Gucci all'epoca di Dawn Mello (1989-1994)

Nel frattempo le finanze dell’azienda traballavano: dal 1985 al 1986 erano stati persi 30 miliardi di fatturato e gli utili si erano quasi dimezzati. La nuova stabilità e il nuovo consiglio di amministrazione facevano dormire a tutti sonni tranquilli e quello fu il momento in cui Maurizio iniziò il suo endgame. Venne alla luce che a comprare le azioni di Paolo Gucci era stata la banca Morgan Stanley, che si era alleata con Maurizio che adesso la utilizzava come un front per spodestare il resto della famiglia: Maurizio controllava tutti i negozi esteri dell’azienda in America, Francia e Regno Unito; i suoi cugini la produzione. Era un assedio che si concluse, nel febbraio del 1988, con la capitolazione dei cugini e la fine dell’ordine di cattura per Maurizio, che tornò in Italia dal suo “esilio”: Roberto e Giorgio cedettero a Morgan Stanley il 46,6% della società, la banca era adesso il secondo azionista di maggioranza dopo lo stesso Maurizio, le cui azioni erano ancora sotto sequestro. 

Nemir A. Kirdar, fondatore di Investcorp
Il ritratto di Kirdar
Il consiglio di Investcorp con Margaret Tatcher (1983)

Iniziano a emergere i primi pettegolezzi: Morgan Stanley ha svolto le sue operazioni per conto di un misterioso gruppo di azionisti, con alcuni che fecero addirittura il nome di Christian Dior. Infine arriva l’articolo del Financial Times di Londra: dietro l’acquisto dell’azienda c’è il gruppo arabo Investcorp. Nel frattempo Maurizio viene condannato a Milano con una sospensione condizionale della pena – se riuscirà a chiudere la sua causa civile col fisco potrà tornare a controllare il 50% delle sue azioni. La questione rimane aperta anche quando, nel 1989, il nuovo consiglio di amministrazione nomina Maurizio Gucci come il nuovo presidente di Gucci: la guerra familiare è vinta. Il successo sarebbe comunque durato solo pochi anni: dopo aver risollevato le sorti del brand mettendo a capo del team creativo prima Dawn Mello e poi Tom Ford, i debiti contratti per garantirsi il controllo dell’azienda erano diventati enormi e, in un ultimo colpo di scena, lo stesso Maurizio si trovò costretto a vendere tutto il suo pacchetto azionario a Investcorp per 170 milioni di dollari nel 1993. L’epopea dei Gucci si era conclusa per sempre.

«Per te l’inferno deve ancora venire»

Con la vendita dell’ultimo pezzo dell’azienda, Patrizia sentì di avere perso uno status che le apparteneva - ai tempi del suo amore con Maurizio era stata lei la sua più fidata consigliera. Di più: perdendo l’azienda di famiglia, Patrizia sentiva che le sue figlie stessero perdendo la sua eredità. Non bastò il gigantesco accordo per gli alimenti firmato con Maurizio in Svizzera, che le accordava un milione di franchi all'anno oltre che l’uso delle case a St. Moritz e il Creole, il veliero che Maurizio le aveva comprato a peso d’oro durante i loro tredici anni insieme. Ecco cosa ricordò la domestica di casa Gucci, Alda Rizzi:

«Dall'85 il dottor Gucci passava alla signora 200 milioni al mese, più 350 milioni in agosto per l'affitto di una barca. […] Arrivavano in contanti, li contavo io. […] Mi diceva che voleva vederlo morto. Per sostenere le spese di casa aveva accumulato debiti, aveva difficoltà anche a mantenere i cavalli delle figlie […]. Mi chiese se mio marito poteva trovare una persona che ammazzasse il dottor Gucci. Disse che voleva ucciderlo, che lui non le passava più soldi, che io dovevo aiutarla. Era seria. Io obiettai. Fosse l' ultima cosa che faccio - rispose - ma voglio vederlo morto».

Nel 1991 si ebbe la svolta. Alla Reggiani viene diagnosticato un tumore benigno al cervello che viene rimosso con successo. Accanto a lei ci sono le due figlie, la madre e l’amica Pina Auriemma ma non Maurizio. La cosa fa infuriare Patrizia che, in un messaggio telefonico che venne registrato arriva a dirgli «Per te l’inferno deve ancora venire». Nel frattempo inizia a domandare a destra e a manca se qualcuno conosce un killer a contratto per uccidere il proprio marito: lo chiese al suo fidanzato dell’epoca, lo chiese anche alla governante della propria casa, Alda Rizzi, a entrambi propose un pagamento di due miliardi di lire.

I complici dell'omicidio
Pina Auriemma
Benedetto Ceraulo e Roberto Cicala, i killer
Ivano Savioni

Invece le prime richieste alla Auriemma risalgono addirittura alla fine degli anni ’80 ma fu solo dopo il tumore, nel luglio del 1994, che le sue domande si fecero più insistenti e, infine, trovarono una risposta. Pina Auriemma, stretta in un rapporto di co-dipendenza dalla Reggiani che prometteva di risolvere i suoi problemi di debiti, si rivolse al marito di un’amica, Ivano Savioni, il portiere di un malfamato albergo in Via Lulli, in zona Loreto a Milano, anch’esso perseguitato dagli usurai, che a sua volta assoldò Benedetto Ceraulo e Orazio Cicala, i due killer. La cifra pattuita fu 500 milioni, di cui 150 vennero versati immediatamente. La Reggiani si fece firmare, curiosamente, una ricevuta, che poi consegnò in una busta chiusa a un notaio: una piccola bomba a orologeria che avrebbe dovuto tornarle utile per le indagini.

L’omicidio

È il 27 marzo 1995. Maurizio Gucci, ex presidente della maison, sta entrando nell’ufficio della sua nuova società, la Vierse. Giuseppe Onorato, il portinaio, sta spazzando l’androne. Gucci supera il portinaio mentre, dietro di lui, arrivano due uomini fuoriusciti da una Renault Clio verde. Uno dei due estrae una calibro 32 e spara tre volte: il primo sotto la scapola sinistra, il secondo al gluteo, il terzo e ultimo direttamente alla testa – questo a distanza ravvicinata.  Maurizio Gucci è a terra esanime, il sangue si allarga sul marmo dell’androne, il suo ultimo gesto è stato quello di guardare in faccia il portinaio. 

I killer sparano altre due volte verso il portinaio: un colpo va a vuoto, il secondo lo ferisce al braccio. Anche l’uomo cade a terra. Gli assassini tornano in auto e scappano via. Il mistero dell’omicidio Gucci era cominciato.