È la vigilia del momento dell’anno che alla lunga preferiamo, inizia la Milano Fashion Week e senza nasconderci troppo possiamo ammettere che essere al centro dell’attenzione non ci dispiace. La leadership in territorio nazionale è fin troppo scontata, ma un appuntamento come questo ci fa riflettere sul ruolo che ricopre Milano a livello mondiale.

A testimonianza di un indiscutibile crescita c’è l’aumento di credibilità della moda street, in Italia per molto tempo vista solo come una stravagante sottocultura, confusione da nascondere sotto al letto durante i grandi eventi dell’alta moda. La cultura streetwear si è insinuata nelle crepe del fashion system e ha colmato in parte limiti come l’accessibilità e la possibilità di crescita di molti luxury brand. La moda così si è proiettata verso una maggior democratizzazione, puntando sulla condivisione in larga scala di immagini. Queste fanno così sognare una fetta ampia e disparata di persone, rendendo alcuni capi i simboli più manifesti di un gusto omogeneo, e non solamente una subcultura.
Il periodo storico in cui viviamo e il successo di Milano, fanno pensare al momento in cui la città è diventata il vero centro del vortice e le analogie con oggi non sono scontate. 

La Milano della moda, oggi come nel 1971 La storia della prima Fashion Week milanese | Image 3
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Nel 1965 i “beatnik”, per lo più giovani, appassionati alle nuove idee americane e a testi di assoluto culto come ‘On the road’ di Jack Kerouac, scandalizzavano con i loro modi di fare. Le ragazze “ye-ye”, spesso ben vestite, facevano girare indignati i passanti con le loro minigonne. Il corpo femminile si sveste, abbattendo una delle ultime barriere alla differenza dei generi. La forma lascia spazio alla praticità e alla comodità, per un vestire esteticamente più semplice, morbido e informale, oltre che meno artificioso. Una moda Democratica. 

Gli insider del settore moda sono d’accordo nel ritenere che il futuro sia rappresentato dal ritorno nei negozi. Secondo loro, le esperienze instore torneranno ad avere un peso specifico importante, per soddisfare un bisogno di esperienza spaziale e sensoriale, impossibile da vivere negli e-commerce. Gli stessi cambiamenti avvennero a Milano tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio del decennio successivo. Pionieristico in questo senso è stato Fiorucci, che nel ‘67 costruì il suo store milanese su progetto della scultrice Amalia del Ponte, mostrando una nuova forza espressiva e aumentando il fascino del brand e della moda Made in Italy. Anche i grandi magazzini come La Rinascente e l’adozione del modello americano giocarono un ruolo chiave in questa direzione.

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Ciò a cui stiamo assistendo è un avvicinamento della fascia media della popolazione al prodotto moda più elaborato e in molti casi più costoso. Questa rivoluzione dei gusti delle classi medie inizia dagli stilisti dell’alta moda e da precise scelte commerciali. L’Italia sta guidando con consapevolezza il cambiamento del concetto di gusto, con progetti di fashion design consapevoli e coscienti delle nuove tendenze e necessità dei consumatori, così come accadde anche agli inizi degli anni ’70.

Gli investitori statunitensi all’epoca acquistavano e importavano in Italia un gran numero di prodotti e materie prime. La moda era in fermento e la ricerca di nuovi materiali, soprattutto per lo sport (guarda caso come avviene ora), riuscì a scardinare valori antichi. I centri delle tendenze italiane ruotavano attorno a Roma e Firenze, anche se molte case di moda romane decisero di abbandonare Palazzo Pitti, iniziando un processo di screditamento di quello che era il vero quartier generale della moda italiana. La capitale non era tuttavia una città molto fashion, nonostante Valentino Garavani, le sorelle Fendi e Laura Biagiotti. L’Italia stava vivendo una fase di flessione e non poteva più sfidare apertamente Parigi.

Una delle date di svolta che mise Milano sulla cartina della moda mondiale è il 27 aprile 1971.

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Walter Albini aveva già ottenuto successo a Pitti, ma proprio in quel momento aveva percepito i limiti di un meccanismo che si concentrava solo su capi esclusivi, non riuscendo ad accontentare una richiesta in crescita. Così come stavano cercando di fare Yves Saint Laurent e Pierre Cardin in Francia, Albini decise di puntare tutto su una moda più accessibile, pronta e industriale. Lo stilista fece sfilare, su una passerella a T al Circolo del Giardino, cinque collezioni disegnate da lui, ciascuna per una ditta specializzata. Abiti eleganti di Misterfox, capispalla Basile, camiceria Diamant’s, maglieria Escargots e jersey Callaghan. Tutti distribuiti da FTM.
La moda italiana si accese, i compratori arrivarono da tutto il mondo e i prezzi calarono, rendendo la moda ancora di più democratica. Già nel 1974 le sfilate milanesi sono l’evento al quale guardare. Missoni e Krizia, tra gli altri, si allontanano da Firenze, per rilanciare una nuova moda, più vicina all’ultimo anello della filiera, ovvero alla distribuzione.

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Se si pensa alle strategie dei brand di alta moda oggi, si possono trovare molte somiglianze con l’atteggiamento adottato nei primi anni ’70. Tanti flagship store sempre più vicini alle nuove necessità, interni da museo e il tentativo di creare un’idea di vicinanza con il lusso, di accessibilità e alleggerimento della tradizione. Proprio con Albini si diffuse inoltre una tendenza che, mai come oggi, è attuale. Il creativo è il centro del processo. Il designer è il vero regista, e il brand si identifica grazie a lui. Se oggi ci esprimiamo accostando la marca al direttore artistico, come quando diciamo Celine di Hedi Slimane, Burberry di Riccardo Tisci o Louis Vuitton di Virgil Abloh, è anche grazie all'ondatravolgente di questi cambiamenti.
Milano ha preso la rincorsa.