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Casa del Portuale - Un'astronave a Napoli

Il futuristico edificio nel porto di Napoli amato da Liberato e Gomorra

Casa del Portuale - Un'astronave a Napoli Il futuristico edificio nel porto di Napoli amato da Liberato e Gomorra

Parola d’ordine: “rompere le scatole”. Aldo Loris Rossi, docente di Progettazione alla facoltà di Architettura di Napoli e Accademico Emerito delle Arti del Disegno di Firenze, lo ripeteva sempre ai suoi studenti: bisogna studiare, ma anche fare domande, indagare, verificare, viaggiare, visitare e toccare con mano gli edifici. Classe 1933, napoletano, figlio di operai, è lui ad aver seguito questo metodo per primo. Indomito e curioso, si iscrive alla facoltà di Architettura, ma, insofferente alla piattezza culturale dell’ambiente, frequenta in modo altalenante. Lascia per un periodo, poi torna per dirigere il movimento studentesco e infine per laurearsi. Nel frattempo, impara l’arte viaggiando in autostop tra Norvegia alla Grecia, Russia, Cina, scattando migliaia di fotografie (nel suo archivio conserva circa 40.000 diapositive) e, soprattutto, impara frequentando artisti e architetti. Influenzato dalle opere di Paolo Soleri e Roberto Pane, Rossi  elabora presto un linguaggio architettonico scultoreo originale che spesso infrange le convenzioni dell’edilizia della sua epoca. Il suo è un razionalismo ecologico, come spiega egli stesso:

“L'architettura è un organismo vivente, umano direi. Gli edifici non devono imporsi ma identificarsi con l'ambiente. Li ho sempre immaginati come una protesi della natura nel trapasso da una visione meccanicista dell'architettura a una organica ed ecologica”.

L’esempio perfetto di questa visione è un edificio recentemente tornato sotto i riflettori grazie alla cultura pop: la Casa del Portuale. La costruzione è apparsa nella terza stagione di Gomorra e nel video di Liberato per la canzone Tu t’e scurdat' 'e me

Vista dall’alto la Casa ha la forma di un enorme nave, con il ponte di comando e a fianco lo scafo. . Sembra quasi il soggetto di un quadro astratto che, incastonato tra container, silos e i binari merci, svetta nel porto di Napoli,  appena a sud di via Vespucci. Nel progettarlo Aldo Rossi si lascia influenzare dall’arte moderna e dalle strutture primitive, unite alla sociologia urbana. Il risultato, realizzato tra il 1968 e il 1980, è “un'unità urbana a sviluppo verticale in simbiosi con le leggi della natura”, un involucro di cemento quasi brutalista, spezzato da curtain wall vetrati.

Se nel concept iniziale è un’architettura  che risponde alle sollecitazioni del luogo in cui sorge,  sviluppata in volumi che devono ospitare abitazioni, negozi, uffici, ristorante, piazza sopraelevata e spazi ricreativi, quarant’anni dopo resta un gigante di ruggine, incagliato nell’area del porto. Bruno Zevi, importante critico italiano e forse l’unico sostenitore di Rossi, lo spiega con le parole perfette:

“Lo squallido, degradato contesto litoraneo di Calata della Marinella, privo di parametri creativamente significativi, viene animato da un oggetto pioneristico, spettacolare, eversivo, che sembra reclamare un riscatto ambientale. Vi si accumulano etimi eterogenei del bricolage pop, del non-finito, del ruinismo, dell’action-architecture”.