
Morfologia dello slang Gen Z Come l'algoritmo ha cambiato il modo di parlare dei giovani
La Gen Z adora usare parole che solo la Gen Z capisce. Lo slang della generazione è ricco di anglicismi, nasce principalmente sui social media e non si limita a circolare. Cambia contesto, intenzione e significato, fino a perdere completamente il legame con la propria origine.
La lingua di ogni generazione è plasmata dal contesto che la circonda e da ciò che consuma culturalmente. In particolare, a modellarla sono i media e le comunità che frequentiamo, due sfere che oggi tendono drasticamente a sovrapporsi. I Millennial hanno imparato a parlare nel pieno della transizione al digitale, quando i riferimenti arrivavano da scuola, televisione, cinema e primi blog. La Gen Z ci è cresciuta dentro. TikTok, meme, creator e community online costituiscono il suo ambiente linguistico naturale. Ed è per questo che tra le due si è creata una barriera linguistica in cui le parole non solo cambiano velocemente, ma spesso vengono riassegnate a concetti nuovi che ne ribaltano l’uso originario.
Che cosa significa davvero POV?
@wordsatwork POV: You don’t know what POV means… or do you? The word POV has had a fascinating shift in meaning over the past few years - so let’s learn more about semantic shift, deixis, and linguistics in general! #language #learnontiktok #didyouknow #education #linguistics original sound - Griffin
Secondo una ricerca del Trinity College di Londra, l'80% degli insegnanti segnala che i propri studenti acquisiscono le loro competenze linguistiche sui social invece che dai libri di testo. Il 71% degli stessi studenti, però, confessa di dover chiedere ai propri insegnanti di spiegare loro il significato di alcune parole provenienti dai social. In sostanza, il linguaggio viene appreso dove si consuma, ma non sempre resta comprensibile.
Ad esempio, Gucci oggi non è solo il nome di una delle più famose Maison italiane. È anche il termine utilizzato per indicare che «tutto sta filando secondo i piani». E se dicessimo POV? Facile: significa point of view, letteralmente punto di vista, un termine usato sui social per raccontare una scena come se la si stesse vivendo in prima persona, ma non è proprio così. Su TikTok il termine POV non funziona più solo in senso letterale, è diventato un marcatore narrativo, qualcosa di simile a «immagina di essere in questa situazione». Serve per far leggere una scena agli user come se ci fossimo dentro, anche quando la telecamera mostra tutt’altro. Una differenza sottile, ma sufficiente a trasformarne completamente il significato.
Nello slang Gen Z non basta tradurre le parole, bisogna capire come vengono usate perché possono cambiare significato a seconda del contesto. Come, ad esempio, la parola aesthetic, che inizialmente veniva utilizzata per indicare un’idea di estetica, come minimal aesthetic, vintage aesthetic e così via, eppure nel linguaggio odierno è diventata un’espressione generica, usata semplicemente per dire che qualcosa è bello e curato.
Come TikTok ha cambiato il modo in cui parla la Gen Z
Ryan Gosling using Gen Z slang for one minute pic.twitter.com/7eFjHJuBXm
— Emir Han (@RealEmirHan) March 28, 2026
Il modo in cui le persone usano una lingua definisce la lingua stessa. Il linguaggio della Gen Z può essere definito un vero e proprio digital-dialetto: un lessico in continua evoluzione che mescola abbreviazioni, anglicismi, slang di nicchia e termini provenienti da comunità diverse, adattandoli alle logiche comunicative delle piattaforme. Espressioni come looksmaxxing, no cap, aura points, brainrot e GOAT funzionano perché sono rapide, sintetiche e immediatamente identificabili da persone e algoritmi.
Infatti, lo slang Gen Z non serve solo a capirsi tra pari, ma anche per farsi trovare, o nascondere, dagli algoritmi. L’algospeak è quel modo di scrivere e parlare in forma deformata per evitare che una piattaforma penalizzi il tuo contenuto. Parole come unalive al posto di die, seggs al posto di sex, corn al posto di porn indicano chiaramente come il linguaggio si adatti alle regole delle piattaforme prima ancora che al significato tradizionale delle parole.
Per i Millennial è stato diverso. Il loro linguaggio si è formato con il T9, quando scrivere un messaggio significava prima di tutto ingegnarsi con i tasti del cellulare per scrivere più velocemente. I riferimenti arrivavano dalla cultura di massa (televisione, cinema, blog, forum) ed era più facile citare una battuta diventata cult per tutti. Solo più tardi, espressioni come lol o noob hanno anticipato la diffusione dello slang digitale, diventando i primi termini a circolare fuori dal contesto del gaming. Il linguaggio era più universale perché attingeva alle stesse fonti e proprio per questo risultava facilmente comprensibile a tutti.
Lo slang della Gen Z nasce dall’AAVE e dalla ballroom culture
I social hanno di fatto favorito la contaminazione tra linguaggi provenienti da comunità diverse. La loro rapida circolazione ha aumentato il rischio di storpiarne il significato, ma soprattutto ha fatto sì che si staccassero dal contesto in cui sono nati, diventando difficili da ricondurre alla community di origine. Una ricerca pubblicata nel 2026 sul Journal of Sociolinguistics dimostra che la maggior parte dei termini citati sui social sono AAVE (African American Vernacular English), dialetto storicamente parlato dalle comunità afroamericane negli Stati Uniti. Parole come period, bussin, no cap o slay esistono da decenni prima che TikTok esistesse. Non solo, una parte consistente dello slang Gen Z arriva dalla ballroom culture: espressioni come read to filth, strike a pose o werk nascono dalla necessità di sopravvivenza identitaria in anni in cui essere neri, latini e queer significava marginalizzazione.
Prima della diffusione di Internet, le comunità tendevano a rimanere delimitate da confini geografici e culturali. I social hanno “collassato” questi confini in un unico contesto indistinto, dando origine a quello che viene definito «linguistic context collapse». Il risultato è che chiunque può intercettare una parola senza passare dalla comunità che l'ha creata, appropriarsene e riutilizzarla in contesti completamente diversi da quelli originali.
Ma l’appropriazione culturale può muoversi anche in funzione del tempo. Il New York Times evidenzia una strana risalita di termini come yap, skedaddle e diabolical, espressioni il cui periodo di massimo splendore risale a più di un secolo fa. La parola yap è diventata talmente virale su TikTok da generare varianti come yappuccino.
Cambia la dimensione in cui la parola si muove, nel tempo invece che tra comunità diverse, ma il meccanismo resta lo stesso: un gruppo sociale riattiva qualcosa che sembrava dimenticato, una rete di persone cool lo rilancia e la piattaforma lo diffonde a un pubblico molto più ampio. E chissà se domani torneremo a usare corbezzoli perché un algoritmo ha bannato la parola capezzoli.