
"40 secondi" sta finalmente spopolando su Netflix Dopo un’uscita cinematografica zoppicante, il film è tra i più visti sulla piattaforma
40 secondi. 40 secondi bastano per cambiare un’esistenza. C’è persino a chi, come nel film di Paolo Virzì, ne sono bastati cinque. 40 secondi sono quelli che intercorrono tra la vita e la morte di Willy Monteiro Duarte, il cui fatto di cronaca ha colpito in maniera dolorosa il tessuto cittadino e umano della Colleferro in cui è avvenuto nel 2020, il quale ha poi risuonato per il resto dell’Italia facendo del ragazzo un simbolo di coloro che non si tirano indietro, rischiando per gli altri la loro stessa sicurezza.
Un accadimento che ebbe una forte risonanza, meno quando venne traslato nel 2025 sul grande schermo, di nuovo molta con l’arrivo del film su Netflix (oltre alle cinque candidature ai David di Donatello). Eppure 40 secondi, nel trarre da una storia realmente accaduta e sfuggendo da qualsiasi facile stratagemma, è un’opera rispettosa della figura di Willy così come del linguaggio cinematografico. Che comprende che per riportare sullo schermo il giovane, e quindi in vita per un momento, non basta fare del facile reportage e affidare solamente alla tragedia il peso contenutistico dell’opera, ma lavorare di scrittura e di respiro per raccontare non solo ciò che è successo, ma chi era Willy, come è arrivato a quel momento e quali sono state le circostanze che hanno mosso tutti i presenti nella storia.
È sempre stata la sceneggiatura il nucleo di 40 secondi. Roberto Proia, produttore de Il ragazzo dai pantaloni rosa, aveva acquistato da tempo i diritti del libro di Federica Angeli "40 secondi. Willy Monteiro Duarte, la luce del coraggio e il buio della violenza", ma non trovava la prospettiva giusta con cui adattarlo. A convincerlo è stata una proposta di Giuseppe G. Stati insieme a Vincenzo Alfieri, anche regista di quello che sarebbe stato il film. Le ventiquattro ore precedenti (e qui il tempo che torna come condizione improrogabile) dell’evento che tolse la vita a Willy per mano - e pugni - dei fratelli Gabriele e Marco Bianchi. Un prisma attraverso cui raccontare la giornata di ogni personaggio e far scoprire solo alla fine cosa li ha condotti all’esplosione di violenza.
Riservare il momento della morte al finale, strutturare il racconto da più punti di vista e fare in modo che ognuno si intersechi con quello degli altri come in una scatola cinese rende 40 secondi un ordigno pronto a deflagrare. Prima di farlo, restituisce la normalità che non dovrebbe mai essere stravolta così come avvenne nella famiglia Monteiro Duarte. Mostra come una giornata qualsiasi può trasformarsi nella peggiore della vita di una persona, dove la brutalità si ripercuote fin quando non diventa letale e irrefrenabile. La scrittura non asseconda la ricerca e la perpetrazione del male, relegandola solo alla chiusura della storia - e nemmeno in quel momento vista la fine più dignitosa che Alfieri e Stasi hanno voluto riservare a Willy. Ed è questo che arriva come una sottile, ma percettibile fitta nello spettatore: non era possibile prevedere cosa sarebbe successo, eppure un ragazzo non c’è più.
La naturalezza è ciò che contraddistingue anche i protagonisti di 40 secondi, un cast corale che non forza mai la mano, né nel dialetto, né nelle caratteristiche che riescono a fuoriuscire da ognuno dei personaggi. C’è grande libertà lasciata alla recitazione, c’è un copione da seguire ma ci sono altresì degli stati d’animo da riportare, degli intercalare tra amici da codificare, delle sfumature che appartengono al reale, non alla finzione, e che gli interpreti riescono a rendere tali pur trovandosi nel mezzo della messinscena. Se del talento di Francesco Gheghi e Enrico Borello ne siamo a conoscenza, è la dolcezza nel volto di Justin De Vivo che accompagna con un senso di profonda tristezza il suo personaggio ogni volta che lo vediamo comparire. Una tenerezza insita provata nel sapere, da spettatori, cosa sta per accadere. Un interprete che cerca di non fare del suo protagonista un martire, di non renderlo un esempio, ma solo un ragazzo come tanti che ha cercato di aiutare un amico. E che lo ha fatto a costo della vita.










































