
Un'analisi critica della Milano Fashion Week Una settimana anemica che ci ha fatto domandare: «Cos’è che ci è piaciuto veramente?»
La frase che apriva le show note di Prada, questa stagione, era «Cosa siamo in grado di creare partendo da quanto già conosciamo?». Potrebbe essere presa come commento generale a tutte le sfilate che abbiamo visto nel corso di questa Milano Fashion Week FW26. Certo, bisognerà sicuramente attendere la settimana femminile per vedere i veri fuochi d’artificio, ma nel corso di questo lungo weekend è parso abbastanza chiaro che, per molti brand, il menswear sia un campo da gioco piuttosto limitato.
Il problema, sembrerebbe, è che nessun brand che mostra a Milano si sia domandato onestamente come gli uomini si vestano nella vita quotidiana. Con le dovute eccezioni, il pendolo ha oscillato invariabilmente tra gli abiti formali e lo streetwear più canonico immaginabile. Ci sono state pochissime sfumature del guardaroba Old Money e di una serie di progetti classificabili da qualche parte tra la moda algoritmica di TikTok, il dilettantesco e il performativo.
Come molti hanno già notato, il calendario spopolato dai grandi nomi ha lasciato ampio spazio a una serie di esordienti, sia italiani che non, che sono stati particolarmente meritevoli e che con maggior sostegno potrebbero presto fare di Milano una nuova fucina creativa.
Ma quindi cosa ci è piaciuto di questa Milan Fashion Week?








































