
Un bon petit soldat e del perché non fidarsi mai delle grandi aziende Protagonista è Alba Rohrwacher in una delle sue migliori performance. Il film è in concorso a Venezia83
Dal 2015 al 2021 Stéphane Brizé si è occupato alla trilogia del lavoro - intermezzata nel 2016 dal film Una vita. Alla sua conclusione, nel 2023, si è dedicato ad un racconto sulle crisi emotive ed esistenziali di un attore con Le occasioni dell’amore, i cui protagonisti sono i bravi e complici Guillaume Canet e Alba Rohrwacher. Quest’ultima viene richiamata dall’autore francese per affrontare i problemi di employer branding e mobbing di un’azienda di assicurazioni in cui veste il ruolo della responsabile delle risorse umane. Il film è Un bon petit soldat con cui il regista e sceneggiatore fa nuovamente capolino al Lido in concorso alla 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, col titolo che incarna il posizionamento della sua protagonista nelle trincee del mondo dell’aziendalismo contemporaneo.
Carla (Rohrwacher) si è da poco trasferita in una nuova società, non è mai a casa, vede poco il figlio e trascorre ogni momento della giornata di fronte ad un foglio o a uno schermo. La protagonista non torna mai nel suo appartamento, o almeno il film non lo mostra nemmeno una volta. Non vediamo Carla in un luogo di confort, libera dalle incombenze del ruolo che ricopre o in un momento di svago in cui può sgombrare la mente. La sua quotidianità è fatta di meeting estenuanti, soluzioni per vendere al meglio l’immagine dell’azienda e assicurarsi che ognuno svolga le proprie attività nel massimo del rispetto e della serenità.
La stessa che si illude di provare nei meccanismi stringenti in cui si troverà costretta. È un posto di rilievo quello che le è stato affidato nell’azienda Amali e non è detto che rimanga tale. Anzi, è sicura di non poterlo dare per scontato. Mentre la società assicurativa cerca in tutti i modi la maniera migliore per comunicare i suoi ideali, promuovendo ascolto e collaborazione, di nascosto tra i suoi muri aggredisce e abbandona i propri dipendenti. Non è nulla di nuovo quello che ci racconta Brizé con Un bon petit soldat, ma resta allucinante perché, nonostante le politiche del lavoro siano cambiate nel corso degli anni, con alcuni processi non sembra essercisi spostati di un centimetro rispetto alla tossicità di quei luoghi spesso dalla facciata pulita ma con le mani nel fango. Che si presentano al mondo solamente per slogan, come quello che escogita proprio Carla nel film: “Amali si prende cura dei suoi clienti e si prende cura dei suoi collaboratori”.
Nel film ai corsi sulla felicità si alternano i disagi della disumanizzazione degli impiegati trasformati solamente nei loro risultati. E se già far parte di un ingranaggio inceppato può far male a chi ne rimane coinvolto, la scomodità della propria posizione grava ancora di più su chi è consapevole dell’ipocrisia messa in atto. Se Carla non si ribella, o prova comunque una profonda difficoltà nel poter insistere sulle proprie idee, è anche per il suo genere il quale da sempre ha dettato comportamenti sociali e psicologici persino nel lavoro. In alto nella scala piramidale di Amali ma non per questo protetta dai capricci dell’azienda, la protagonista porta sul tavolo gli ostacoli che, più dei colleghi uomini, devono spesso (se non sempre) superare le donne sia per arrivare a posizioni di potere che, se raggiunte, per essere in grado di mantenerle.
In gioco entra anche l’insicurezza di Carla, il senso di inadeguatezza che la spinge a dubitare ad ogni mossa di se stessa. Ciò la costringe ancora di più a smussare la propria morale, ad adattarsi su da che parte stare: se dei suoi colleghi, persone di cui dovrebbe preservare il lavoro, o se a favore dell’azienda. Prediligendo un personaggio femminile, Stéphane Brizé guarda al tema da lui più volte analizzato ponendolo da un’altra prospettiva, inserendo elementi legati al genere che condizionano le scelte e la scomodità della protagonista e che contribuiscono ad arricchire i discorsi portati avanti in passato da La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo.
A cambiare, rispetto alla trilogia, è anche il posizionamento del suo sodale Vincent Lindon. Se nei tre titoli precedenti era sempre stato il proletario o la parte lesa della storia, stavolta l’attore ricopre il ruolo del CEO dell’azienda, prendendosi (ironicamente) la rivincita delle vessazioni subite dai suoi altri personaggi e seguendo i cliché spietati con cui si disegnano i dirigenti. La sua interpretazione è irresistibile. Irresistibile perché è un interprete incredibile, ma anche perché cattivissimo e dall’arroganza egoriferita che viene usata con umorismo da Brizé. La cui sceneggiatura è piena di momenti ironici che fanno scaturire sincere risate durante la visione, alcuni di cui è protagonista la stessa Rohrwacher, in una delle sue migliori performance. Una comicità che serve per rendere ancora più dura la realtà che si cela dietro agli spot promozionali della società, di una disonestà con cui la piccola soldatessa dovrà scegliere se scendere o meno a patti.












































