Bob Mackie non vestiva le star, le creava Dal vestito di Marilyn Monroe per Kennedy all’abito trasparente di Cher, tutte le creazioni più iconiche dello stilista americano

Bob Mackie, non era semplicemente un costumista. Vincitore di nove Emmy Awards e candidato tre volte agli Oscar per i migliori costumi, ha lasciato dietro di sé una delle grammatiche visive più riconoscibili nella storia dello spettacolo. Paillettes, piume, cristalli, trasparenze e ricami erano il suo vocabolario, strumenti attraverso i quali trasformava il costume in qualcosa di più di un semplice abito. Non a caso sarebbe stato soprannominato il «Sultan of Sequins», ma ridurre Mackie al suo gusto per lo scintillio significherebbe non comprenderne davvero l’importanza. Lo stilista americano aveva intuito una cosa molto prima che diventasse una regola dell’industria dell’intrattenimento: una celebrity non si limita a indossare un vestito, ma attraverso quel vestito costruisce la propria immagine pubblica. Per questo i suoi abiti non appartengono soltanto alla storia del costume ma alla cultura pop.

Da palcoscenici televisivi a concerti, dai red carpet alle copertine delle riviste, Mackie progettava vestiti destinati a essere visti, fotografati e soprattutto ricordati. Ed è forse questo il paradosso più interessante della sua carriera: Mackie, personalmente, era l’opposto dei suoi abiti. Uomo discreto e riservato, vestiva con eleganza senza mai cercare di attirare su di sé l’attenzione che invece pretendeva dai suoi costumi. La sua presenza rimaneva composta mentre la sua immaginazione sembrava non conoscere limiti.

Dall'anonimato a Marilyn Monroe

Dopo gli studi al Chouinard Art Institute di Los Angeles, Mackie si trasferì a Hollywood e iniziò a lavorare come assistente del costumista Jean Louis. Era un sistema nel quale il designer raramente occupava il centro della scena: il costume doveva appartenere al personaggio, non necessariamente a chi lo aveva disegnato. Nel 1962, a soli 23 anni, Mackie realizzò lo schizzo preparatorio dell’abito che Marilyn Monroe avrebbe indossato per cantare Happy Birthday, Mr. President a John F. Kennedy al Madison Square Garden. L’abito, realizzato da Jean Louis, era una seconda pelle color carne tempestata di cristalli, aderiva al corpo dell’attrice fino a creare l’illusione che Marilyn fosse quasi nuda sotto una superficie luminosa. Mackie non ricevette il riconoscimento che avrebbe meritato per quel disegno. Eppure, dentro quello schizzo anonimo, era già contenuta una delle idee destinate a definire tutta la sua carriera. 

1974, l’anno in cui la trasparenza diventò un manifesto

@nssmagazine Rest in peace to the legendary fashion designer Bob Mackie #bobmackie #TikTokFashion #cher #fashion Strong Enough - Cher

Dodici anni dopo, quella stessa intuizione riemerse in una forma ancora più radicale. Nel 1974 Cher arrivò al Met Gala di New York indossando uno degli abiti più audaci mai associati al nome di Mackie. Il vestito era costruito attorno a una silhouette estremamente aderente e a una trasparenza quasi provocatoria. Il tessuto seguiva il corpo lasciando intravedere la pelle, mentre piume, ricami e applicazioni ne interrompevano la superficie come decorazioni applicate direttamente al corpo.

È qui che il lavoro di Mackie diventa particolarmente moderno. La nudità non viene presentata come assenza di abito, ma come risultato di un abito estremamente costruito. Cher, inoltre, era già diventata una figura centrale nella progressiva apertura della televisione americana verso una rappresentazione più esplicita del corpo. Fu tra le prime celebrity autorizzate a mostrare l’ombelico sul piccolo schermo, un dettaglio che oggi appare quasi irrilevante ma che, nell’America televisiva degli anni Sessanta e Settanta, aveva un significato tutt’altro che marginale.

Con Mackie, quella stessa tensione entra nel mondo della moda: il corpo non era più qualcosa da nascondere per rendere l’abito elegante, ma diventa il cuore stesso della composizione visiva. L’abito non finisce con la serata per cui è stato creato, anzi, ha una vita molto più lunga. Arriva addirittura l’anno dopo sulla copertina del Time Magazine

Il camp come linguaggio

Se con Marilyn Monroe Mackie aveva costruito l’illusione della nudità e con Cher aveva trasformato quell’illusione in una dichiarazione estetica, negli anni successivi avrebbe portato il principio verso il territorio del camp. Ciò avrebbe significato l’uso consapevole dell’eccesso, dell’ironia e della teatralità per trasformare il costume in spettacolo.

Nel 1967 Carol Burnett si affidò a lui per i costumi del Carol Burnett Show, programma che avrebbe fatto dell’ironia visiva uno dei propri strumenti principali. Mackie comprese immediatamente che la televisione poteva diventare un laboratorio per il suo modo di intendere il costume: non un semplice completamento della scena, ma una parte della comicità e della narrazione. Quando il programma realizzò una parodia di Via col vento, ribattezzata Went With the Wind!, Burnett interpretava una versione caricaturale di Rossella O’Hara, costretta a realizzare un abito utilizzando le tende della propria casa. Mackie portò la gag ancora più lontano; chiese al reparto di scena persino un bastone per tende, così da poter costruire un abito che sembrasse davvero appartenere a quel mondo assurdo e teatrale. Era il principio che avrebbe attraversato tutta la sua carriera: l’abito può essere elegante, ridicolo, sensuale e teatrale nello stesso momento.

Nel 1975 lo applicò anche al corpo maschile, trasformando per Elton John una divisa da baseball dei Los Angeles Dodgers in un’esplosione di paillettes. Uno dei simboli più riconoscibili della mascolinità sportiva americana veniva completamente riscritto attraverso il glamour.

Da Madonna ad oggi

Nel 1991 quel linguaggio sarebbe tornato su un’altra icona. Per gli Oscar dello stesso anno, Mackie vestì Madonna nel celebre omaggio a Marilyn Monroe: un abito ricoperto di cristalli, costruito ancora una volta attorno alla tensione del corpo esposto. Era una citazione dentro una citazione. Madonna interpretava Marilyn, mentre Mackie riprendeva attraverso Madonna quella stessa grammatica visiva che aveva contribuito a definire decenni prima. Il riferimento non era quindi soltanto a una donna o a un abito, ma alla capacità della moda di costruire e ricostruire continuamente la memoria della cultura pop. Negli ultimi anni, il suo linguaggio è riemerso sui red carpet e nei concerti di nuove generazioni di celebrity, da Zendaya fino a Miley Cyrus, che nel 2024 ha indossato un abito con frange di perline durante la sua performance di Flowers ai Grammy.

Guardare oggi il lavoro di Bob Mackie significa tornare a un momento in cui il costume iniziava a smettere di essere soltanto qualcosa che si indossa per entrare in scena e diventava parte dello spettacolo stesso. È questa la ragione per cui le sue creazioni non sono rimaste confinate agli archivi dei costumisti o alle fotografie dei red carpet, ma sono diventate immagini autonome. Mackie aveva capito che una star non diventa necessariamente memorabile perché indossa un grande vestito. Diventa memorabile quando il vestito e la persona smettono di poter essere separati.

Continua a leggere