Chi decide il confine tra Ready-to-wear e Haute Couture? L'ultima Couture Week ci ha mostrato come sta cambiando il sistema moda

Chi decide il confine tra Ready-to-wear e Haute Couture? L'ultima Couture Week ci ha mostrato come sta cambiando il sistema moda

Si è appena conclusa la Haute Couture Week di Parigi ma, tra nuovi debutti, vecchie conferme e sorprese inaspettate, c’è qualcosa che non convince il fashion system. Da questa stagione emergono soprattutto degli interrogativi che si muovono su tre livelli: l’estetica, la ritrattazione del confine gerarchico tra Haute Couture e ready-to-wear, che quest'anno sembrerebbe essersi assottigliato, e il ruolo della Couture in quanto strumento di branding in un contesto che registra una crisi crescente delle vendite del lusso. 

La riflessione riguarda anche la funzione stessa della Couture oggi. Questi abiti devono restare spettacoli irripetibili per i social, o tornare a una normalità che rispecchi la vita delle clienti? La domanda centrale riguarda proprio il senso e la destinazione di un lusso che storicamente non conosce produzione di massa. L'Alta Moda sembra stia entrando in una nuova era, uno degli ultimi residui della gerarchia del vecchio mondo, con l'ingresso di nuova generazione di designer che la stanno caricando di qualcosa di nuovo, inaspettato e non privo di rischi.

Come funziona l’Haute Couture?  

L’Haute Couture è forse la punta di diamante di tutto il sistema moda, non necessariamente in termini di fatturato quanto per il savoir-faire delle maison. Non tutti i brand possono ambire a prender posto nell’olimpo dell'alta moda: il titolo è tutelato dalla legge francese e regolato dalla Chambre Syndicale de la Haute Couture (parte della Fédération de la Haute Couture et de la Mode). Per essere riconosciuto ufficialmente come maison, un brand deve rispettare criteri precisi: avere atelier a Parigi con almeno quindici dipendenti permanenti; presentare collezioni due volte l’anno con almeno cinquanta modelli per stagione (giorno e sera) e realizzare su misura ogni capo con tecniche sartoriali tradizionali. 

Parte delle polemiche sollevate dal pubblico più generalista online riguarda proprio il concetto alla base della Couture: abiti come manifesti di heritage e savoir-faire formati da una componente spettacolare che li rende quasi un'opera d’arte. Questo è però parte di un immaginario contemporaneo dell’Haute Couture, in quanto nella prima metà del '900 i capi sartoriali, pur realizzati su misura per le clienti, seguivano una tradizione di manifattura impeccabile e sartorialità rigorosa, senza segmentazioni di mercato. Oggi, invece, la distinzione tra i segmenti è più evidente per questone di branding. In questo senso, la presenza insolita delle borse nello show di Dior diventa un segnale significativo: un elemento raro in un contesto Couture, ma proprio per questo rivelatore di un cambiamento nella industry. 

La nuova era dell’Haute Couture

@jo.rdyyy There were tears @schiaparelli Berghain - ROSALÍA & Björk & Yves Tumor

Sostenere che capi di Haute Couture possano assomigliare al ready-to-wear è, senza dubbio, una blasfemia. Eppure, dopo la sfilata Chanel Couture SS26 di Matthieu Blazy e la Dior Couture SS26 di Jonathan Anderson, la critica ha notato che le due collezioni sembravano quasi semplici prosecuzioni delle rispettive linee di ready-to-wear.  

Piuttosto che domandarsi che cosa sia couture e che cosa non lo sia, il vero interrogativo riguarda perché ci sia sembrata così diversa. L’Haute Couture, per ragioni di gerarchia ma anche di sartorialità, dovrebbe godere di una propria autonomia, rimanendo distante da quelle dinamiche che animano il prêt-à-porter, come i trend o più banalmente il rischio di una standardizzazione dell’immaginario, prestandosi come laboratorio di sperimentazione per i designer. A darcene conferma è stato Daniel Roseberry da Schiaparelli, dichiarando che la collezione, nata da una visita alla Cappella Sistina, non è stata pensata per recensioni o riconoscimenti, ma per puro piacere creativo. Difatti, il pragmatismo ha lasciato spazio alla meraviglia: la collezione prende vita dall’intreccio tra citazioni e savoir-faire, come nel look 30, dove la giacca “Elsa” è protagonista, con spalle accentuate, piume dipinte a mano e becchi d’uccello 3D, sospesa tra leggerezza e gravità. 

Una questione di appetibilità mediatica  

Ci sono due questioni da considerare: la prima riguarda il cambio di rotta nelle presentazioni, che negli ultimi anni si sono progressivamente intrise di significati, riferimenti e stratificazioni culturali, in cui alcuni riescono ad attivare questi codici in modo autentico, mentre altri tentano a ogni costo di apparire culturalmente rilevanti. In questo scenario, la dimensione concettuale sembra talvolta sostituirsi alla sostanza, mentre l’altra faccia della medaglia è che quella stessa spettacolarizzazione dell’abito può funzionare come uno schermo dietro cui celarsi in assenza di un reale contenuto.  

Se è vero che la verità risiede nel mezzo, allora si può affermare che un abito apparentemente semplice, o visivamente scarico, non sia necessariamente privo di contenuto. Al contrario, potrebbe rappresentare proprio il nuovo punto di vista di cui avevamo bisogno, tanto della Couture quanto della moda stessa. La spettacolarizzazione distrae: è rapida e dopaminica. La sintesi, invece, quando tiene conto dei contesti culturali e sociali, ritrova la sua dimensione rituale e critica.

Lo ha dimostrato Alessandro Michele nella sua seconda uscita di Alta Moda per Valentino, catalizzando lo sguardo e l’immaginazione sulla natura della moda nella sua duplicità, sospesa tra viralità e contemplazione, attraverso il Kaiserpanorama, che metteva in evidenza l’assenza di un filo narrativo univoco: la successione dei look appariva più come una serie di epifanie o illuminazioni che un racconto coerente.  

Un nuovo linguaggio per l'alta moda

@juliabutenko Of course, even a couture bag will be super expensive and unaffordable for most of the people, but i’m mostly covering the pov of dior’s loyal clients, who either buy rtw, or couture occassionally. inspired by shoesanddrinks #diorcouture #diorbags #jonathananderson #hautecoutureweek #dior original sound - juliabutenko

In questo senso, l’Haute Couture - o meglio, i designer che oggi operano all’interno di questo contesto - non imita il ready-to-wear, ma si appropria di una sua capacità specifica: quella di interrogare la realtà, spogliandosi di una solennità che nel tempo era diventata fine a sé stessa. Jonathan Anderson con il suo debutto ne ha messo in discussione i codici, non solo attraverso l'introduzione di tote bag smisurate quasi fuori contesto ma anche portando in primo piano le proprie idee - le quali, a loro volta, possono influenzare il mercato e generare profitto.

La poetica realista di Matthieu Blazy da Chanel invece, il cui cuore risiedeva in abiti pensati per la vita reale, si è lasciata alle spalle lo sfarzo fine a sé stesso che genera distanza e rende i capi autoreferenziali. «Questa collezione nasce da una riflessione su ciò che la couture rappresenta: per me, l’essenza è uno scambio poetico tra creatore e indossatore, un dialogo che valorizza la personalità unica di ogni cliente», ha dichiarato Blazy.

Dunque non si tratta di sostituire il linguaggio dell’Haute Couture, bensì di costituirne uno nuovo. Forse perché quello precedente, gerarchico e solenne, non riusciva più a raccontare nulla, né a veicolare messaggi e narrazioni che oggi si configurano come portanti nella cultura contemporanea, cambiando la prospettiva da cui prende forma una collezione Couture: non più pensata principalmente per l’industria, ma come espressione della visione creativa del designer, con il mercato come naturale conseguenza.