
Firenze by Lorenzo Salamone
Per decenni se non per secoli, prima del turismo di massa e delle scolaresche in gita, Firenze è stata una città fieramente aristocratica, i suoi conti e i suoi principi si gloriavano dei propri antichi palazzi e tenute sui colli di Fiesole, e intorno a loro si sviluppavano maestranze che non avevano avuto pari in Europa praticamente dall’era dei Medici. Maestri nella lavorazione del cuoio, nella creazione di profumi, nella produzione di sete, nella tintura delle stoffe, nella creazione di ricami e merletti per metà delle case reali d’Europa e persino maestri orafi e gioiellieri – tutte arti così prospere da dare il proprio nome alle vie della città, alimentate per intere generazioni da una ricchissima clientela di nobili e aristocratici. È in questo habitat che nacque per la prima volta l’idea di una moda italiana, proprio per mano di un aristocratico, Giovanni Battista Giorgini, che nel 1951 riuscì ad allestire la prima vera e propria sfilata italiana nella sua casa, Villa Torrigiani. Negli anni successivi tutto si spostò a Palazzo Pitti, nella celebre Sala Bianca, per poi traslocare, decenni dopo, a Milano. Proprio il trasferimento della moda commerciale a Milano lasciò a Firenze l’appannaggio quasi esclusivo del menswear più formale, un’attitudine riflessa nel tipo di street style che, storicamente, si vedono alla Fortezza da Basso nei giorni di Pitti Immagine: tre pezzi usciti degni di Oscar Wilde, variopinti fazzoletti da taschino, repertori di stoffe e pellami così preziosi da far girare la testa, cappelli a tesa larga. A indossarli sono i cosiddetti “peacocks”, odierni interpreti di un dandysmo demodé, che costituiscono una sorta di sottocultura ancora esistente e che proprio nel Pitti Immagine trova la sua più esuberante espressione. Non di meno, in quanto fiera di settore e non soltanto roccaforte della tradizione manifatturiera italiana, è solo naturale che Pitti si sia aperto nel tempo ai venti del cambiamento, abbandonando le eccessive pretese di inattuale formalità e virando verso dimensioni esteriormente più casual ma non per questo meno elevate.
Negli ultimi dieci anni, in cui abbiamo assistito alla diffusione della cultura streetwear, l’influenza della modernità si è fatta particolarmente sentire. Non solo abbiamo assistito alla scontata apparizione di sneaker e hoodie, ma abbiamo anche visto l'avvento di una sartorialità più avant-garde, mescolata alla presenza di nuovi item freschi di passerella e al lavoro di scavo effettuato sulle silhouette vintage. Ciò ha portato alla creazione di un lessico sfumato e complesso che non possiede di certo la stessa complessità dei look sartoriali più classici degli originari peacocks, con la loro ossessione per le asole fatte a mano, le cuciture artigianali delle fodere in seta e la adorabile sprezzatura di panciotti e fazzoletti ma la cui portata culturale è sicuramente più ampia dato che abbraccia tradizioni e linguaggi stilistici di tutto il mondo, Asia in testa. E anche se ha sacrificato qualcosa della sua originaria specialistica complessità, il nuovo vocabolario è sicuramente più vicino ai nostri tempi e alle loro esigenze. Così anche a Pitti sono giunti, insieme ai profeti della sartoria più estrosa, anche gli ensemble dal sapore decisamente pop a cui le fashion week canoniche ci hanno abituato. Ma c’è di più: con l’allargamento dell’ambito di pertinenza di Pitti Immagine, che ora accoglie anche sfilate di guest designer, lanci di capsule collection e ospiti internazionali lontani dal vetusto mondo delle giacche e delle cravatte, moltissimi ospiti e visitatori hanno abbandonato del tutto l’impronta sartoriale che definiva la manifestazione, trasformando Pitti in un vero e proprio campo da gioco, sul quale si confrontano numerose letture e interpretazioni dei codici del menswear.
Negli ultimi tempi, altre istanze sono emerse. Superata la febbre dello streetwear, che tanti stridenti contrasti aveva portato nei cortili di Fortezza da Basso, stemperando però anche la pomposità dei peacocks in camicia inamidata, fuori dal tempo nel bene e nel male, e la loro ossessiva perizia in tutto ciò che era sartoriale, un nuovo tipo di visitatore è apparso al Pitti. Un visitatore che in valigia porta meno preconcetti e che, anzi, trova proprio in questo eclettismo un validissimo nutrimento per la sua ispirazione. Abbandonati dunque i paramenti del peacock, ma soprattutto protagonista di uno scacchiere culturale di respiro mondiale, il nuovo visitatore di Pitti Immagine fa dialogare epoche e geografie diverse nel proprio abbigliamento, mescolando il vintage americano, la moda milanese, i tessuti del Giappone o dell’India, il dadcore e l’avant-garde. Un nuovo tipo di multiculturalità che ha segnato anche la rinascita di Pitti Immagine, fiera non più relegata nella sua regale nicchia ma aperta su due mondi: il mondo di fuori, della sperimentazione, dell’ibridazione e del dialogo; e il mondo di dentro, della tradizione, della continuità e dell’insegnamento antico che non cambia mai.


























































