"72 Hours" è già tra i titoli più visti di Netflix Eppure la commedia con Kevin Hart e Marcello Hernandez è un'occasione sprecata

Prima tra i titoli più visti della piattaforma Netflix di questa calda estate c’è 72 Hours, nuova commedia con il mattatore Kevin Hart diretta da Tim Story. Nonostante sia stata scritta a più mani (quattro per la precisione: Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, Kevin Burrows, Matt Mider) non riesce a portare a casa un risultato che non sia mediocre. Peccato perché i presupposti per un buon titolo grazie cui ridere c’erano tutti, soprattutto visto il cast: insieme al veterano Hart appaiono infatti sullo schermo le fresche leve della comicità americana, quella del bacino del Saturday Night Live di cui troviamo alcuni volti.

Chi sono i comici nel cast di 72 Hours

I giovani in questione sono Marcello Hernández, che molti potranno aver conosciuto grazie al personaggio ricorrente di Domingo al SNL, protagonista di alcuni degli sketch che sono usciti dai confini dello show stesso arrivando anche a chi solitamente non lo segue. C’è poi Ben Marshall che si sta facendo sempre più spazio sia come volto di riferimento del programma che al di fuori. È uno dei componenti del gruppo Please Don't Destroy, eredi del lavoro svolto in passato dai The Lonely Island, ma con meno musica e più incentrati sulla realizzazione di video confezionati ad hoc per il SNL.

Infine Kam Patterson, il meno definito dei tre, pronto però per farsi strada. Insieme a loro, sebbene non dal mondo comedy, c’è il Mason Gooding della saga attuale di Scream, il quale si amalgama bene all’interno del gruppo già più o meno codificato. Apporta degli elementi umoristici, ma si posiziona più come il baricentro emotivo del gruppo di amici immortalato nel film.

Vecchia e nuova comicità, un confronto solo accennato

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In questo incontro tra Kevin Hart e il gruppo dei comici c’è il succo della trama di 72 Hours e il suo aspetto più interessante: al lavoro in un’agenzia di comunicazione, Joe (Hart) viene definito vecchio dai superiori che potrebbero rimpiazzarlo se non riuscirà ad intercettare il gusto e l’attenzione dei più giovani. Quando finirà per sbaglio nella chat di un addio al celibato deciderà di unirsi alla vacanza per osservare sul campo le nuove generazioni e scoprire cos’è che a loro piace, prima di finire in un mare di imprevisti e di disastri.

Una premessa che da sola costruisce la base solida di una narrazione che avrebbe potuto giocare con lo specchio di una comicità passata ed una attuale e con i modi di fare di ieri e quelli di oggi. Ma quell' incontro/scontro  rimane purtroppo subordinato ad una storia mediocre che prende presto il sopravvento. Il racconto non sfrutta l’opportunità di fare un discorso di più ampio respiro sull’arrivo di nuove promesse e il ruolo che possono avere i loro predecessori, limitandosi a lasciare l’argomento in sottofondo, sprecandone le potenzialità.

Perché 72 Hours non funziona

 A 72 Hours non resta  dunque molto altro su cui costruire la propria storia, che avrebbe potuto fondere insieme humor e uno sguardo più ampio sullo stato della comicità. E il grande problema è che, pur tolta la tematica che poteva o meno essere esplorata, non è nemmeno un’opera così divertente come si sarebbe sperato. Non c’è un lavoro di originalità o di ironia che permettono al film di camminare sicuro sullo proprie gambe. Preferisce piuttosto scadere in soluzioni comiche facili, che non possono che rivelarsi sciatte e sterili.

Un’occasione sprecata che non sposta il film di un centimetro più in là del suo orticello. Quando si tratta di dover far ridere ci riesce con difficoltà, che sia per il capitano Kevin Hart, per la sua ciurma o per una storia che parte lineare e finisce arzigogolata. Perciò  il talento di tutti quanti, alla fine, fuoriesce solamente a metà.

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