
Milano by Walter D'Aprile
Per strada puoi crescere, combattere, imparare, e, a volte, non puoi far altro che sopravvivere. Noi abbiamo deciso molto presto che per strada ci avremmo fatto la moda, partendo da Napoli, arrivando a Milano, fino a tentare di conquistare quelle del resto del mondo. Nel 2009 prima, nel 2012 poi, abbiamo lasciato che le strade fossero le nostre passerelle, il luogo in cui le creazioni dei designer e i trend prendevano vita, per poi tornare ad influenzare le idee degli stessi stilisti, in una sorta di vizioso cerchio creativo che muove silenziosamente il sistema. Perché la moda è un eterno ritorno al punto di partenza, all’inizio di tutto, alla strada, il luogo topico dell'incontro e dello scambio nelle accezioni più svariate.
A differenza dei media tradizionali, abbiamo sempre sostenuto che tutto potesse nascere per strada e, alla fine del suo ciclo di vita, morire nelle vetrine di qualche centro commerciale di provincia. A Milano abbiamo raccontato quello che succede dentro e fuori ai fashion show e seguire il caleidoscopico panorama delle strade in evoluzione nel corso degli anni ci ha permesso di osservare in tutta la sua estensione l’intero sistema moda, una piramide che vede in cima l’alta moda e a seguire il ready-to-wear, il contemporary, il fast fashion e lo streetwear. Molto spesso però, quando si parla di quest’ultimo, si fa riferimento solo a hoodie e tracksuit, dimenticando tutto il fenomeno delle subculture che hanno caratterizzato il ventesimo secolo tra i marciapiedi delle metropoli e non di certo sulle passerelle. Perché la moda è un osservatorio pronto a rubare influenze che per le minoranze, le subculture, persino delle crew hanno un significato simbolico, pratico o affettivo ma non di certo estetico, ma nella mente dei designer diventano trend, a volte sterili a volte iconici, a seconda di quanto siano bravi nel proprio lavoro.
Oggi questa piramide passa dalle passerella alle strade e ai centri commerciali non più in modo graduale, come una volta, quando il consumismo aveva altri ritmi. Ma a noi importa poco, perché abbiamo sempre capovolto lo schema: le strade influenzano il ready-to-wear e l’alta moda, e ciascuno di noi attraverso il cultural hunting può scovare i trend prima che diventino veri e propri fenomeni culturali, virando verso nuovi orizzonti creativi. Le strade ci parlano, e noi abbiamo il dovere di ascoltarle; anche se oggi il rumore dei social sembra aver rubato la nostra attenzione, offrendo vie privilegiate per catturare gli interessi e le passioni delle nuove generazioni. Eppure i luoghi possono ancora fare la differenza, tanto nella narrazione stilistica quanto nella nascita di nuovi trend. È chiaro che a portare le strade al centro del discorso moda è stato il matrimonio forzato tra street culture e lusso - anche se il “nuovo lusso” che ne è risultato è molto più legato all'effimera cultura dell’hype piuttosto che all’idea che le strade possono rappresentare uno spazio di formazione culturale e stilistica attraverso le subculture. In Italia e soprattutto a Milano, la città patria del lusso e del Made in Italy, l’unione tra street e luxury è riuscita finalmente a forzare lo snobismo dell'industria verso la moda da strada, dando la possibilità a nuovi scenari di emergere, un’occasione che purtroppo non sempre è stata gestita nel migliore dei modi.
La morte prematura di Virgil Abloh, l’unica persona che proprio qui a Milano ha saputo raccontare il nuovo lusso delle strada, ha fermato il processo di cambiamento e di presa di coscienza da parte dell’intero settore del fatto che le passerelle e gli show, senza le strade, sono labirinti senza via di uscita. L’obiettivo è ora quello di cercare nuove porte da aprire in un settore chiuso in sé stesso e spesso lontano dalla realtà, e per farlo dobbiamo riappropriarci dello street style come strumento culturale di ricerca ed osservazione, che oggi vive su TikTok ma forse nasce ancora per strada.








































































































