Anche l'interior design è diventato performativo Su perché le case di chi ha buon gusto sembrano tutte uguali

«Non mi interessa il materiale, basta che la casa sia bella in foto». È quello che un’influencer ha detto a un’interior designer mentre progettavano il suo appartamento. Una frase perfetta per descrivere cosa sta succedendo alle nostre case: non più solo uno spazio da vivere, ma uno strumento per dimostrare agli altri il nostro gusto

La moda questo passaggio lo ha capito molto velocemente. Nel 2025, JW Anderson ha ripensato il proprio marchio come un vero progetto lifestyle, affiancando ai vestiti homeware, mobili, arte, oggetti da collezione e persino prodotti alimentari. Nello stesso anno, The Row ha presentato durante la Milano Design Week la sua prima collezione dedicata alla casa, mentre Bottega Veneta aveva già collaborato con Cassina e Fondation Le Corbusier per reinterpretare l’LC14 Tabouret Cabanon. Queste operazioni sono il risultato di un confine tra fashion, furniture e lifestyle che continua ad assottigliarsi. 

Se fino a qualche anno fa la casa rimaneva uno spazio privato, oggi entra costantemente nell’inquadratura. Mirror selfie, TikTok, Instagram Stories, home tour, Pinterest, video girati dal divano e contenuti quotidiani hanno reso pubblico lo sfondo delle nostre vite. La casa è diventata una specie di outfit permanente, solo molto più costoso e complicato da cambiare.

Nel 2026 il buon gusto si impara online 

I social, soprattutto, partecipano direttamente alla sua costruzione. Una ricerca pubblicata su The Design Journal, condotta su cento persone esterne al mondo del design, ha rilevato che l’esposizione ai contenuti sui social aumenta l’interesse verso l’interior design soprattutto grazie alla quantità e alla varietà di immagini disponibili. Ancora più interessante è uno studio pubblicato su New Media & Society che definisce attività come like, follow, share, bookmark e commento vere pratiche di “taste making”. In sostanza, il gusto si può imparare anche online in base a ciò che viene selezionato e condiviso dagli altri. 

Pinterest rappresenta probabilmente la versione più evidente di questo meccanismo. La piattaforma mette arredamento, moda, beauty, viaggi e food dentro lo stesso flusso infinito di reference e desideri; nel suo report dedicato alle tendenze del 2025, Pinterest dichiarava che il 65% dei trend individuati per quell’anno era guidato dalla Gen Z. Sulla piattaforma, si ha accesso a un archivio visivo enorme, praticamente inesauribile, e proprio questa abbondanza sta producendo uno degli aspetti più interessanti dell’interior contemporaneo: i codici del buon gusto diventano sempre più riconoscibili.

L'interior design copia le logiche della moda 

Persino l’idea di una casa autentica e vissuta finisce facilmente dentro questo sistema. Nel 2024, la cosiddetta “bookshelf wealth” (tradotto ricchezza della libreria) è diventata uno dei trend di interior più discussi su TikTok: librerie stracolme di libri mai realmente letti, fotografie, quadri, ricordi e oggetti accumulati negli anni, in opposizione agli scaffali perfettamente coordinati e ai coffee-table book comprati soltanto per arredare. Il concetto nasceva proprio dall’idea che una casa dovesse sembrare personale, imperfetta e costruita nel tempo. Poi è arrivato internet e, nel giro di pochissimo, anche l’autenticità ha acquisito un'estetica riconoscibile, performativa, per usare un neologismo. 

È qui che interior e moda tornano a parlare esattamente la stessa lingua: un oggetto viene riscoperto da una community o sottocultura, diventa un segnale per chi sa riconoscerlo, si diffonde sul feed e poco dopo entra nell’immaginario collettivo. A quel punto arrivano le alternative, i dupe, le reinterpretazioni, finché quel codice smette di distinguere chi lo utilizza e viene sostituito da un altro. L’interior ha iniziato ad assorbire le logiche della moda, continuando però a lavorare con oggetti che dovrebbero durare molto più di un paio di sneaker.

Quando tutti hanno buon gusto, nessuno ha buon gusto 

È proprio qui che l’interesse crescente dei fashion brand per la casa diventa ancora più significativo. Quando Jonathan Anderson descrive JW Anderson come un mondo che può comprendere furniture, oggetti, arte e moda, il prodotto passa quasi in secondo piano rispetto all’universo estetico che lo contiene. Non si vende più soltanto una giacca, ma la possibilità di vivere dentro un determinato gusto. Lo stesso cliente può riconoscersi in una silhouette, in una borsa, in una coperta, in una tazza e nella sedia che mette accanto al letto. Moda e design smettono così di essere categorie separate e diventano parti dello stesso progetto identitario.

Il vero paradosso arriva alla fine. Abbiamo più strumenti di qualsiasi generazione precedente per costruire una casa completamente personale: marketplace vintage internazionali, archivi digitalizzati, artigiani raggiungibili online e decenni di storia del design disponibili direttamente dallo smartphone. Possiamo mischiare epoche, provenienze e prezzi con una libertà enorme. Eppure, ci accontentiamo di copiare gli altri e di acquistare estetiche preconfezionate per assicurarci l'etichetta di buon gustai. 

La casa è diventata uno dei posti più potenti attraverso cui raccontiamo chi siamo, ma più cerchiamo di renderla ricercata, più rischiamo di riprodurre le stesse reference che stanno usando tutti gli altri. Nel tentativo di dimostrare chi siamo, abbiamo imparato tutti a parlare la stessa lingua.

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