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Infanzia, Guinness e stravaganza nella SS25 di JW Anderson

Anche le Polly Pocket bevono birra irlandese

Infanzia, Guinness e stravaganza nella SS25 di JW Anderson Anche le Polly Pocket bevono birra irlandese

Lo scorso anno, l’invito di JW Anderson per la sua SS24 londinese, era un blocco di plastilina prodotta nella sua terra d’origine, l’Irlanda del Nord. Un oggetto scherzoso e inusuale che avrebbe dato i natali, le forme e le texture della collezione che stava per debuttare, battezzando quell’estetica « polly pocket » che ancora definisce gli stilemi del designer. Per la SS25, questa volta a Milano, volumi tra il fumettistico e il fiabesco vengono portati alle estreme conseguenze, quasi da sembrare un’apparizione dovuta a un eccesso di Guinness. Proprio l’iconica birra irlandese è il fulcro di una collaborazione che dal logo con perline su felpe e maglioni - sino alla schiuma densa della stout, nota per la sua consistenza che permette di disegnare figure che non svaniscono bevendo, ispira capi dalle forme arrotondate che ricordano la « creamy head » della bevanda. La collezione ci riporta ancora all’infanzia, ma una certa ebbrezza tipicamente irlandese spinge l’immaginazione ultre i volumi convenzionali, aggiungendo un tocco di meraviglia.

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Capispalla bombati in pelle diventano spugnosamente morbidi, indossati sopra a tee dallo slogan  « Real Sleep » in una collezione che sembra voler offrire una via di fuga dal tumulto del mondo reale. Con verve umoristica, Anderson gioca sui contrasti di scala, passando dall'infinitamente piccolo all'esageratamente grande. La collezione si apre con giacche trapuntate di proporzioni monumentali, prima di trasformarsi in enormi gomitoli di cashmere, ripetuti in esuberanti trittici. Sul versante delle miniature, Anderson evoca la nostalgia ricreando case a schiera georgiane e cottage bucolici sulla sua maglieria, ornata da porte e finestre intarsiate, come scene di una fiaba. Le felpe, quasi architettoniche, sembrano poter proteggere da una caduta. I cappotti, ornati da grandi strutture di seta colorata, assomigliano a palloncini gonfiati, come a significare un certo esaurimento di fronte al sovraccarico del mondo, in una gonna reverse che ricorda un bustle del 19° secolo. E se tutto diventa troppo, Anderson ci invita a trovare rifugio e conforto nell'iconografia gioiosa di una pinta di Guinness, integrata in una capsule collection con immagini stravaganti di una campagna pubblicitaria del passato.

Anderson ammette da Vogue che non c'era un filo conduttore particolare in questa sfilata di « abiti irrazionali ». Ma per esperienza sappiamo che con il designer si naviga sempre tra pensieri e ricordi. E non mancano in questa collezione, che sembra più un collage di idee provenienti da fonti simili, ma che si destreggia tra i confini tra il reale e l'astratto, la miniatura e il gigantismo. Anderson celebra la Guinness rendendo omaggio alle tradizioni vestimentarie del suo paese natale: le facciate delle case tipiche diventano maglioni di lana, i capi popolari con gilet e camicie arricciate si trasformano in maglieria gigante e le giacche impermeabili dei pescatori del nord sono reinterpretate in versioni ampie, fino a sembrare mantelli. Giocando con le dimensioni, Anderson ci fa capire che questo viaggio visivo non è un'illusione ipnotica, ma una realtà tangibile. Esplorando « l'idea di permissività con i vestiti », Anderson afferma che ciò che gli riesce meglio è raccontare storie, e questa collezione ne è una prova lampante.