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Che fine ha fatto la moda genderless?

Quando la moda rende l'attivismo una semplice buzzword

Che fine ha fatto la moda genderless?  Quando la moda rende l'attivismo una semplice buzzword

Nel 2020, l'anno in cui l'inclusività era uno dei temi più caldi nel sistema moda, la moda genderless e gender neutral erano in gran voga. Con la diffusione delle statistiche relative all'interesse della Generazione Z per l'acquisto di capi di abbigliamento creati senza distinzioni di genere, i marchi di lusso e di fast fashion avevano iniziato a utilizzare questo termine e ad attuare politiche che si rivolgevano ai consumatori che non si riconoscevano né nella sezione maschile, né in quella femminile dei loro negozi. Gucci, sotto la direzione creativa di Alessandro Michele, ha inaugurato una sezione Mx. sul sito web del brand in cui le persone di ogni identità di genere potevano trovare pezzi appositamente curati, Calvin Klein sotto la direzione di Heron Preston ha creato una collezione che descritta come unisex, H&M ha lanciato una collezione genderless con Eytys, Altuzzara ha chiamato la sua collezione «genderful,» affermando che si trattava di qualcosa di nuovo che poteva funzionare per tutti i generi, e sono state persino avviate conversazioni su una possibile fusione delle settimane della moda maschile e femminile. Era l'alba di un'epoca innovativa per il settore e, sebbene non tutti l'avessero capito, si trattava di un enorme passo avanti per il de-gendering della moda. Oggi però la discussione sembra essersi  drasticamente spenta, i marchi sono tornati a presentare rigorosamente collezioni maschili e femminili, e quasi nessuno nell'industria della moda di lusso sta dimostrando sforzi effettivi riguardo il tema. 

La ragione di questo fenomeno è sconcertante, perché i numeri e le statistiche non sono cambiati, ma sembra che i marchi abbiano semplicemente perso interesse. Da allora, infatti, il potere d'acquisto della Gen Z è quasi raddoppiato, superando i 300 miliardi di dollari, e il 56% dei consumatori globali della Gen Z fa acquisti al di fuori dell'area di genere a loro assegnata (WWD).  Il 70% della generazione ha dichiarato di essere interessato ad acquistare moda gender-fluid in futuro e il 56% ha dichiarato di acquistare abbigliamento non classificato per genere (BOF). Nel giro di pochi anni, questa visione della moda si impadronirà molto probabilmente di tutto il mercato, considerando che la Gen-Z diventerà presto la più grande fetta di consumatori in tutto il mondo, avendo superato i Baby Boomers e i Millennials negli Stati Uniti. Ogni anno questi numeri continuano a raddoppiare e triplicare, ma i brand rifiutano di evolversi. Il 2020 e il 2021 sono stati momenti di gloria per il tema, soprattutto perché guidato da pochissime persone all'interno del settore che avevano un'idea dei cambiamenti da attuare per creare un sistema più inclusivo. Il problema, tuttavia, è quando l'attivismo ha assunto la forma di un trend, quando le idee nate con l'intento di creare un cambiamento hanno preso il volo e sono diventate popolari, per poi essere trasformate in semplici buzzword utilizzate per accompagnare una collezione senza considerare il significato che vi sta dietro. Il risultato è che, come qualsiasi altra tendenza senza nucleo, senza educazione, è scomparsa, e l'industria si rifiuta di riconoscerne l'importanza.

Anche se le statistiche sono chiare, il movimento per l'abbigliamento genderless va ben oltre i numeri e non si tratta solo di essere politicamente corretti, ma di creare una società più sicura e inclusiva per tutti. La distinzione di genere nell'abbigliamento è un atto culturale che risale XVII secolo: continuare a perpetrarlo oggi, nel 2023, nonostante molti di noi abbiano la consapevolezza della libertà che esiste nell'identità e nell'espressione di genere, potrebbe essere pericoloso per alcune persone. La moda è un settore molto ampio che permette alle persone di esprimere se stessi: gli uomini possono indossare le gonne, le donne i pantaloni e anche le persone non-binary possono indossare gonne e pantaloni. Tuttavia, se continuiamo a mantenere le etichette e le tradizioni dietro l'abbigliamento maschile e femminile, rischiamo di cancellare coloro che non rientrano in queste definizioni, perché non si sentiranno considerati come consumatori. Inoltre, le categorie di abbigliamento maschile e femminile contribuiscono ad alimentare l'idea che esistano solo due identità di genere, rendendo la società poco sicura per chiunque voglia semplicemente indossare un capo di abbigliamento non assegnato al proprio genere. In sostanza, continuare a creare capi d'abbigliamento da uomo o da donna è un concetto molto datato e restrittivo e, sebbene la moda sia conosciuta come una delle industrie più progressiste, questo la fa tornare indietro di decenni.

Va anche detto che l'idea di creare capi d'abbigliamento che vadano bene per tutti i sessi implica molto di più che mostrare capi femminili e maschili insieme, poiché la creazione di capi di abbigliamento genderless inizia dal momento in cui un pezzo di stoffa viene tagliato dal sarto. Ciò comporta la rivisitazione dell'intero sistema di taglie e misure, in quanto le taglie specifiche per genere, che riguardano particolari come le misure del busto, dei fianchi e della vita, vengono create pensando solo agli uomini e alle donne. Visto che l'industria si vanta di essere inclusiva e progressista, si può solo sperare che nelle prossime stagioni il discorso torni in auge, soprattutto nell'ambito del lusso, che è leader in questo campo.