
Meritavamo una docuserie su Rita De Crescenzo? Per farla breve, no. Ma il mercato è il mercato
Oggi è stato annunciato che Rita De Crescenzo sarà protagonista della prossima docuserie su Netflix. A confermarlo è stata la stessa tiktoker napoletana, che sui social l’ha annunciata con toni trionfali, parlando di un sogno che diventa realtà. L'indiscrezione era stata anticipata nei giorni scorsi da Giuseppe Candela sulle pagine di Chi, notizia in cui si aggiungeva che la società di produzione Banijay avrebbe già raggiunto un accordo con l'influencer per un progetto destinato a raccontare la sua vita, la sua ascesa sui social e le numerose polemiche che l'hanno accompagnata.
Certo, ci mancano ancora i dettagli definitivi (inclusa la data di uscita) ma abbiamo comunque l’ufficialità della notizia. E già online c'è chi la considera l'espressione autentica di un pezzo di popolo napoletano, chi contesta la spettacolarizzazione mediatica delle sue vicende personali e giudiziarie, e chi, semplicemente, si chiede se avessimo davvero bisogno di questa operazione.
Il fondo del barile della cronaca nera
Prima di parlare di De Crescenzo occorre fare un’osservazione su Netflix. La piattaforma, ormai decadente ma ancora capace di confezionare prodotti di successo, ha costruito negli ultimi anni un piccolo filone di docuserie ben realizzate e dedicate ai protagonisti dei grandi casi di cronaca italiana: da Manuela Orlandi a Wanna Marchi, passando per Massimo Bossetti e le vicende di San Patrignano. Il gigante dello streaming ha saputo intercettare la sete di true crime del pubblico nostrano con alcuni tra i prodotti migliori del suo catalogo. C’è un solo problema: i casi di cronaca molto popolari si sono esauriti.
Ora che i casi più eclatanti sono stati raccontati e ridiscussi, la scelta di puntare su De Crescenzo (la serie farà da ottimo pendant con Tiger King) sembra un po’ l’ultima spiaggia di un network che non sa più dove trovare figure pop più o meno nostalgiche capaci di stregare enormi fette di pubblico. Tanto più che De Crescenzo, dopo il caso Roccaraso, è già stata ospitata ovunque in tv, da Belve a Verissimo, e la sua storia l’ha già raccontata mille volte.
La docuserie dunque sembra rispondere più a una logica di sfruttamento di un fenomeno che ha già superato il suo peak (comprare una scimmia è considerabile un "salto dello squalo" per la vicenda mediatica dell’influencer) che a una vera urgenza narrativa. Il che porta inevitabilmente a chiedersi: Rita De Crescenzo meritava davvero una docuserie? È davvero così interessante, o si tratta semplicemente dell'ennesima esibizione di un fenomeno da baraccone, questa volta con il marchio di garanzia della piattaforma di streaming più famosa al mondo?
Servirebbe tornare a storie più edificanti?
Va chiarito subito che Rita De Crescenzo ha pieno diritto di creare i contenuti social che preferisce, e questi contenuti hanno effettivamente successo, arrivando a milioni di persone e riflettendo, in un certo senso, un pezzo di paese reale. Ma in fondo il punto è proprio questo: il paese reale va riflesso sempre e comunque, senza filtro né discernimento? Solo perché il pubblico reclama spettacoli più demenziali, puerili o anche semplicemente volgari, significa che devono averli? Un tempo la televisione serviva scopi più alti con risultati migliori.
Nel personaggio di De Crescenzo, tra l’altro, tutti gli aspetti più drammatici della sua biografia (la maternità a soli tredici anni, le tossicodipendenze raccontate senza reticenze, i legami con ambienti della malavita, gli arresti per spaccio, le violenze subite) vengono sistematicamente usati per giustificare, quasi a fare da contrappeso, gli atteggiamenti trash, cafoni, chiassosi e antiestetici di una persona che, detta senza mezzi termini, non si vorrebbe avere seduta al tavolo accanto al ristorante. Questo non la rende una persona disonesta o da ostracizzare, semplicemente la rende immeritevole di un piedistallo che la glorifichi: nella suo successo non c’è danno, è vero, ma non c’è nemmeno merito.
In Italia è forte la dinamica per cui personaggi triviali e appariscenti vengono elevati e resi, anche involontariamente, mitologici dai media, trasformati in eroi ed esempi solo perché la loro storia fa ascolti. Ma il fatto che un individuo o una celebrità sia espressione autentica del popolo non significa che se ne debba per forza scrivere l'agiografia. A ogni buon conto, De Crescenzo non ha contribuito in nulla alla cultura, all'elevazione o al miglioramento della società italiana: sarebbe forse scusabile se, nel frattempo, avesse prodotto qualcosa di valore, ma non è così.
E c'è un altro aspetto da considerare: Napoli è una città che da anni intende nobilitarsi facendo leva sui suoi artisti, i suoi atleti, la sua immensa cultura. Eppure le grandi corporazioni e il pubblico continuano a rimanere affascinati dalla Napoli dei camorristi e dei piccoli teppisti di strada disadattati-ma-sexy di serie come Gomorra con i suoi prequel e spin-off e Mare Fuori. Davvero la cosa più interessante di Napoli sono i cuozzi e la malavita? Davvero non si può raccontare storie che portino il pubblico ad aspirare di migliorarsi?













































