''Histoires parallèles'' chiede: è l’arte che condiziona la vita o viceversa? Il film di Asghar Farhadi è in concorso al festival di Cannes

Nelle Histoires parallèles di Asghar Farhadi c’è tanta vita e tanta letteratura. Forse troppa di entrambe, soprattutto quando i piani narrativi cominciano a mischiarsi tra loro. Ma è esattamente questo l’obiettivo del suo film in concorso presentato in anteprima al festival di Cannes, in cui il regista e sceneggiatore iraniano torna a lavorare in lingua francese, scegliendo come cast un parterre di nomi noti e di cameo d’eccezione come quando si tratta di chiamare per una sola scena la diva Catherine Deneuve.   

La storia, il cuore pulsante delle varie diramazioni che poi penderà tra reale e immaginato, vede la scrittrice Sylvie (Isabelle Huppert) alle prese con un romanzo che, secondo la sua editrice, non è adatto per il pubblico attuale. Non ha presa, è molto melodrammatico; lontano dalla razionalità a cui si affida sempre di più oggi la gente e che, a quanto pare, viene prediletta anche nella lettura.

Quello che  però il personaggio (interpretato proprio da Deneuve) non sa è che Sylvie, per scriverlo, ha preso dall’ordinarietà di un trio spiato da una finestra di cui ha poi romanzato le  dinamiche. Molto più semplici, effettivamente, della fantasia della donna, ma che attiveranno uno strano sortilegio nel momento in cui le tre persone verranno a conoscenza di quanto è stato scritto.

È un meccanismo che vuole portare ad interrogare lo spettatore su cos’è che condiziona cosa, se è la vita che inseriamo nell’arte o se è quest’ultima che influenza le direzioni prese dalla nostra esistenza. L'atto di spiare da un vetro della scrittrice è tra gli espedienti che da più tempo accompagnano i racconti cinematografici, con l’occhio dell’obiettivo che si tramuta nel telescopio con cui la donna si introduce nell’appartamento in cui lavorano i personaggi di Virginia Efira, Vincent Cassel e Pierre Niney.

Non solo nella casa, è nel privato che indugia lo sguardo della donna che, per mestiere, cerca di estorcere ciò che di più intrigante possa esserci per un potenziale lettore. Credendo di star solamente ad osservare, la donna modificherà gli equilibri entrandone a fare parte, così come accade con ancora più ingerenza con il giovane Adam (Adam Bessa), che a propria volta si approprierà del testo della scrittrice aggiungendo un ulteriore piano alla complessità narrativa di Histoires parallèles.

La presenza del personaggio di Bessa, però, non è solamente laterale, bensì contribuisce alla teoria dell’arte come qualcosa che sottrae sempre all’esistenza. Il ragazzo, tuttofare che darà una mano in casa ad una noncurante e trascurata Sylvie, è di fatto un ladro e come ladro finirà per comportarsi: non sottrae  solo oggetti ma proprietà intellettuali, unisce  la vita vera con la propria immaginazione.

Così non scampa alla retorica che ogni genio, per potersi definire tale, deve essere capace di saper rubare per poi trasformare ciò che ha preso in qualcosa di altro e personale. Che poi è esattamente ciò che fa Farhadi basando Histoires parallèles sul Decalogo 6 di Krzysztof Kieślowski, rivedendolo al punto da cambiarlo quasi radicalmente insieme al co-sceneggiatore Massoumeh Lahidji e infarcendolo di strati e melò.

In questo modo, Histoires parallèles sembra diventare più un lungo aneddoto che qualcuno è lì a riportarci, in cui ci si dilunga troppo e in cui vanno ad inserirsi sempre più numerosi e distraenti dettagli che diluiscono la storia fino a vederla sciogliersi. Il che porta a credere che, forse, ha ragione l’editrice Deneuve ad annoiarsi un po’ mentre Huppert le legge il suo manoscritto, visto che il personaggio sta in sostanza raccontando ciò che osserviamo accadere nel film e che, in parte, appesantisce anche noi spettatori. 

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