Perché ci dimentichiamo dell'impatto di Michael Jackson sulla moda? Il Re del Pop e il suo stile inconfondibile

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La biopic Michael, che tra polemiche ed esaltazioni ha debuttato lo scorso weekend con un incasso record di oltre 217 milioni di dollari, ripercorre l'ascesa del Re del Pop nato come un semplice ragazzino dell’Indiana dalla voce d’angelo, diviso tra un’infanzia negata e l’amore viscerale per la musica. In uno dei momenti più toccanti del film, Jackson, ricoverato dopo il grave incidente durante lo spot Pepsi, confida in lacrime alla sua guardia del corpo il desiderio di tornare a esibirsi citando un versetto caro a sua madre: «Lascia che la tua luce risplenda nel mondo». Questa citazione biblica racchiude la sacralità con cui Michael Jackson ha forgiato il suo inimitabile immaginario estetico, che nel tempo si è trasformato in una preziosa eredità stilistica capace di influenzare intere generazioni di artisti. Il suo processo di mitizzazione è passato soprattutto attraverso precise scelte di stile, che hanno creato un personaggio misterioso, controverso, irraggiungibile e che, ancora oggi, ci tiene ipnotizzati davanti allo schermo.

Dai Jackson Five al debutto da solista

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Sin dalla tenera età, la genialità di Jackson emerse non solo attraverso la voce e la presenza scenica, ma anche per una spiccata ossessione verso i vestiti. I primi look dei Jackson Five erano realizzati in casa dalla madre Katherine, ma la svolta arrivò nel 1969, quando il gruppo firmò il primo contratto con la Motown Records. Molto spesso i Jackson Five si esibivano indossando completi con gilet di satin e pantaloni a zampa, ciascuno di un colore primario differente. In questo contesto, Michael comprese ben presto che se la musica era il ritmo, l’abito doveva essere il colore capace di renderlo visibile. Nel 1979 iniziò la prima vera trasformazione di Michael, che si lasciò alle spalle i colori crayola delle uniformi dei Jackson Five per abbracciare un sound e un'estetica più elegante e adulta.

Sulla copertina di Off the Wall, Jackson indossò un classico smoking nero ispirato ai look di Frank Sinatra, Gene Kelly e Charlie Chaplin: una scelta stilistica che l’artista utilizzò come simbolo di un rito di passaggio verso un “nuovo Michael”. È proprio in questa fase che nasce uno dei suoi marchi di fabbrica –  l'abbinamento di calzini bianchi e mocassini neri, che si rivelò una scelta funzionale prima ancora che estetica: Michael voleva che il pubblico non perdesse nemmeno un movimento dei suoi piedi e quel contrasto luminoso permetteva alla sua danza di brillare anche nell'oscurità del palco.

In questa fase, Michael mette sempre più a fuoco il suo stile anche off stage, alternando giacce vintage varsity alla James Dean a vistose giacche napoleoniche. In quegli stessi anni iniziarono i primi interventi al naso e Michael, sia per camuffare i lividi che per creare un'aura di mistero, iniziò a indossare gli occhiali aviator. Questi, insieme alle varsity jacket e ai calzini bianchi arrotolati, divennero fashion trend diffusissimi tra le giovani generazioni dell'epoca.

La storia del guanto di Michael Jackson

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Con l’uscita dell’album Thriller, lo stile di Jackson compie un salto cinematografico. Grazie al monumentale videoclip di 13 minuti diretto da John Landis nel 1983, Michael smette di essere solo un uomo per diventare, agli occhi del pubblico, una creatura soprannaturale, uno zombie che danza tra le tombe. L’iconica giacca di pelle rossa non solo lo rende immediatamente riconoscibile, ma trasforma il capo in un oggetto di culto. In Beat It, l'estetica spettrale del video precedente lascia il posto a una giacca ricoperta di zip: qui Jackson diventa un bandito della notte che combatte ballando.

È però il 25 marzo 1983, durante lo speciale televisivo Motown 25, che Michael sigilla il suo mito: mentre scivola all'indietro nel suo primo Moonwalk, il pubblico resta estasiato dal suo completo di cristalli da cui spunta un guanto bianco tempestato di Swarovski. Nato inizialmente per celare i primi segni della vitiligine, questo accessorio diventa un simbolo della sua identità visiva che accompagnerà per sempre i suoi look. 

Lo stile di MJ fino agli ultimi giorni

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Nel 1985, sul set del cortometraggio Disney Captain EO diretto da Francis Ford Coppola, Jackson incontra per la prima volta Michael Bush e Dennis Tompkins, i sarti che diventeranno gli architetti della sua immagine per i decenni a venire. Questa meticolosa ricerca sartoriale trova la sua massima espressione nella Bad Era, dove Michael adotta look più taglienti e ricchi di dettagli. Ne sono esempi la giacca da motociclista sulla copertina dell’album Bad e la crime suit indossata nel videoclip di Smooth Criminal: un impeccabile completo bianco con una fascia di seta legata al braccio, completato da un classico fedora a falda larga che taglia misteriosamente il volto.

Da qui in poi, Michael Jackson intraprende un viaggio estetico che lo porta a esplorare una fisicità più esplicita, ad esempio in Dirty Diana e The Way You Make Me Feel il suo stile si spoglia delle giacche strutturate per rivelare un sex-appeal più crudo: canotte bianche aderenti e camicie lasciate aperte, completate da un intricato gioco di cinture e fibbie metalliche. Questa sensualità esplode definitivamente nel visual di In the Closet con Naomi Campbell, che celebra un erotismo statuario: è infatti proprio in questi anni che Jackson pubblica l’album Dangerous, creando attorno a sé un immaginario che trascende l’umano.

La moda diventa per l’artista lo strumento per incarnare archetipi immortali, trasformandolo di volta in volta in un faraone egizio, un angelo, un cyborg futurista o un generale galattico dall’armatura dorata. Negli ultimi anni, nonostante il peso di speculazioni e scandali, i suoi look hanno continuato a catalizzare l'attenzione pubblica. Le sue apparizioni, facendosi sempre più rare, lo hanno definitivamente consacrato come un essere leggendario, una creatura quasi aliena scesa sulla terra da altre dimensioni. Non è un caso che la copertina dell'album postumo Xscape lo ritragga immerso in una galassia: un'immagine potente che lo mostra quasi assorbito da Saturno, come a voler sancire la sua natura universale e ultraterrena.

L'influenza di Michael Jackson nella moda

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Ann Demeulemeester, SS26
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Willy Chavarria, FW26
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Tom Ford, FW25
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Celine by Hedi Slimane, SS23
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Louis Vuitton Menswear, FW19
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Louis Vuitton Menswear, FW19
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Blamain, SS09

L’eredità di Michael Jackson non si è spenta con lui, al contrario, si è cristallizzata in un movimento culturale inesauribile. Nella musica, il suo DNA è rintracciabile ovunque, ma è nella moda che l'impatto di Michael ha lasciato un segno indelebile. Già quando era in vita, Jackson rappresentava un punto di riferimento per gli stilisti dell’epoca, che guardavano al suo stile come a qualcosa di fortemente innovativo e personale. Nonostante fosse corteggiatissimo e conteso dai nomi più brillanti della moda internazionale, Jackson restò quasi sempre fedele ai costumi su misura realizzati appositamente per lui da Bush e Tompkins. Questo linguaggio estetico, che potremmo definire «Jacksonismo», continua a essere citato, sia implicitamente che esplicitamente, dai grandi autori della moda.

Da Balmain, Christophe Decarnin prima e Olivier Rousteing poi hanno riportato in passerella le Napoleon jacket tanto care al Re del Pop. Allo stesso modo, Hedi Slimane – sia da Saint Laurent che da Celine – ha rievocato quella silhouette maschile skinny e femminea che è parte integrante dell'iconografia di Michael. Ancora, Virgil Abloh, durante la sua direzione da Louis Vuitton, ha dedicato un’intera collezione a Jackson celebrando quella stravaganza da black dandy che lo ha sempre contraddistinto. Più di recente, designer contemporanei come Willy Chavarria, Stefano Gallici da Ann Demeulemeester e Haider Ackermann da Tom Ford stanno tornando a citare indirettamente lo stile di Michael, riutilizzando codici estetici che, in fondo, non hanno mai abbandonato le passerelle. 

Se il biopic Michael sta avendo così tanto successo è perché la «luce» di cui parlava sua madre Katherine non ha mai smesso di brillare, filtrata attraverso i cristalli di un guanto o il taglio di una giacca. Michael Bush, infatti, racconta lo stile di Michael Jackson nel libro The King of Style con queste parole: «I suoi abiti dovevano essere spettacolari quanto la sua musica. Michael non voleva solo stare al passo con i tempi; voleva che il mondo intero, guardandolo, vedesse qualcosa che non avrebbe mai più dimenticato».