Hosted By: Paola Carimati Pensiero scomodo - Come l’inaugurazione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia ha riportato in superficie una fragilità che mette in discussione la tenuta del sistema stesso

«Quello che veramente ami rimane, il resto è scoria», sono le parole recitate da Ottavia Piccolo per l’apertura alla stampa della 61ª Biennale d’Arte di Venezia. Parole autentiche, scevre di ogni perbenismo, scelte non a caso per sottolineare quanto l’amore, in senso alto, e il rispetto delle tradizioni culturali siano fondamentali per la sopravvivenza di un’istituzione. Soprattutto in tempi come questi, in cui l’inversione valoriale e della percezione dell’ordine mondiale sta riscrivendo gli equilibri geopolitici.

Le ascolto di ritorno dalla Laguna: due giorni non sono sufficienti, ma sicuramente necessari per inquadrare l’evento e capire cosa resta al pubblico oltre il clamore esclusivo dell’inaugurazione. Nell’ordine: un premio popolare istituito in sostituzione di quello che avrebbe dovuto assegnare la giuria dimissionaria; un padiglione russo aperto, ma chiuso ai visitatori; i padiglioni israeliano e americano disertati dal pubblico; la promessa dell’apertura di quello iraniano, ma non per tutta la durata della kermesse.

Eppure, dei riferimenti ai Canti Pisani di Ezra Pound al Teatro Piccolo Arsenale è rimasto poco più di un lancio Ansa. Del resto, mettere ordine nel flusso sincopato di occupazioni, scioperi e proteste, non è semplice. Soprattutto quando ciò che accade assume un carattere eccezionale: era infatti dal 1968 che non veniva rimessa così apertamente in discussione l’architettura stessa della Biennale, accusata già allora di elitismo e orientamento al profitto, e criticata per i meccanismi premiali a struttura gerarchica.

Che le Pussy Riot abbiano occupato i Giardini, che cortei e performance abbiano attraversato le calli attorno all’Arsenale e Via Garibaldi, e che le porte dei padiglioni siano rimaste chiuse durante il primo sciopero dei lavoratori nella storia dell’evento, sono fatti concreti che, a quasi sessant’anni di distanza, confermano una situazione in parte cristallizzata. Restituiscono un malessere collettivo non riducibile a semplice schermaglia tra ego — per riprendere ancora Ezra Pound. La domanda è inevitabile: è il momento di ripensare il modello partecipativo della Biennale?

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