Le Minamorfosi Le trasformazioni di Mina nelle copertine dei suoi album

Le Minamorfosi Le trasformazioni di Mina nelle copertine dei suoi album

Ivano Fossati nella prefazione al libro Mina. La voce del silenzio racconta di come la Tigre di Cremona, dopo aver abbandonato le scene nel 1978, fosse divenuta “burattinaia di sé stessa”, muovendo nell’ombra i fili delle proprie maschere. Se ci pensiamo, il culto di Mina, che ancora oggi ci tiene sotto incantesimo, nasce proprio nel momento in cui la cantante decise di ritirarsi dalla vita divistica, sottraendosi allo sguardo adorante e inquisitorio di telespettatori e stampa all’apice del suo successo.

È proprio attraverso questa scelta di assenza, decisamente sofferta, ma anche consapevolmente strategica, che Mina decise di morire fisicamente agli occhi dei telespettatori per rinascere immagine estetizzata, trasformandosi in una maschera stilizzata inconfondibile. Questo progetto di costruzione visiva, che l’ha resa icona, è stato possibile grazie ad un triumvirato artistico composto dall’illustratore Gianni Ronco, il truccatore Stefano Anselmi e il fotografo-grafico Mauro Balletti che da oltre 50 anni raccontano le metamorfosi sonore ed estetiche della “Mamma dell’Urlo”. Nel giorno del suo ottantaseiesimo compleanno ripercorriamo le copertine più visionarie e sperimentali della sua discografia che sono state il vero motore della sua mitizzazione.

La diva trasformista

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Secondo il semiologo Luciano Spaziante, tutte le cover degli album di Mina vivono di un paradosso: la persistenza del soggetto attraverso la sua deformazione. In ogni copertina, la fisionomia reale della cantante, pur mescolandosi ad estetiche e suggestioni sempre nuove, non viene mai nascosta del tutto. Già alcuni anni prima del ritiro definitivo,  Mazzini  insieme ai suoi collaboratori iniziò a giocare con la propria immagine. Ad esempio, in Quando tu mi spiavi in cima a un batticuore (1970), l’artista è immortalata nella penombra col volto color verde acido, mentre nel 1971 pubblica un album che porta il suo nome, compiendo un gesto radicale: il suo viso elegante viene sostituito da una foto che ritrae un cucciolo di scimmia.

Fu una scelta che molti interpretarono come una provocazione, ma in realtà venne dettata da necessità pratiche: Mina era incinta di sua figlia Benedetta e non voleva posare per nuove fotografie. In Altro (1972), Gianni Ronco spinge la metamorfosi verso territori quasi espressionisti: il volto e il corpo di Mina vengono ridisegnati in uno scarabocchio con un tratto nervoso che ricorda alcune opere di Egon Schiele. Nel 1973 inizia il sodalizio con Mauro Balletti: negli album Frutta e Verdura e Amanti di valore, Mina appare con i capelli corti e cotonati mentre tiene in mano un sigaro, immersa in un'atmosfera rarefatta bokeh (che sarà poi ripresa successivamente nel panorama musicale internazionale da Kate Bush).

La “minizzazione” della storia dell’arte

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Un anno dopo l’addio, la sperimentazione visiva di Mina subisce un’impennata significativa. Nel 1979, infatti, pubblica l’album Attila nel quale viene ritratta completamente rasata e priva di pupille con le labbra sporcate da un lecca lecca arcobaleno. L'obiettivo di Ronco e del grafico Luciano Tallarini fu drastico: ripulire completamente l'immagine di Mina da ogni residuo divistico precedente attraverso un contrasto tra mostruoso e fanciullesco (anticipando un’estetica che ritroveremo nei primi 2000 nel videoclip “Hunter” di Bjork). Negli anni successivi, Mina sfida il pubblico attraverso trasformazioni sempre più estreme dove il suo corpo inizia ad abitare qualsiasi forma: in Kyrie (1980) il volto scompare dietro l’uniforme di un giocatore di hockey, sulla cover dell’album Salomè (1981) viene raffigurata barbuta, mentre in Rane supreme (1987) il suo viso viene innestato sul corpo iper-muscoloso di un culturista.

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Su molte copertine il volto di Mina diventa oggetto di una sistematica “minizzazionedella storia dell’arte. Insieme a Mauro Balletti, la cantante ha colonizzato l’immaginario pittorico di ogni epoca: in Ti conosco mascherina (1990) i suoi tratti si scompongono secondo i canoni di Picasso e Matisse, sulla cover di Olio (1999) si appropria dello sguardo enigmatico della Monnalisa, mentre in Caterpillar (1991) assume le forme giunoniche di una modella di Botero. Quest’ultima immagine, in particolare, si configura come una geniale reazione sarcastica, un modo per zittire con ironia i commenti della stampa sul suo peso.  L’immagine di Mina ha subito una dissoluzione identitaria attraverso l'uso sofisticato di tecniche di post-produzione digitale, fotomontaggio e manipolazione.

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Il suo team ha orchestrato delle vere e proprie trasfigurazioni tecnologiche che hanno visto la cantante trasformarsi di volta in volta in un oggetto o persona diversi: un’atleta olimpionica che taglia il traguardo in Leggera (1997), una placchetta devozionale nell’album Dalla terra (2000), una macchina da presa nel disco Sorelle Lumière (1992), marmellata spalmata sopra un biscotto Oro Saiwa in Pappa di latte (1995).  Questo spirito profondamente autoironico, che attraversa tutta la sua produzione visiva, raggiunge l’apice nelle copertine degli album in collaborazione con Adriano Celentano nelle quali i due artisti si trasformano in personaggi di matrice disneyana o, come nella cover de Le migliori (2016), in signore dallo stile dichiaratamente kitsch.

Un mito senza tempo  

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Quando pensiamo a Mina, la nostra mente visualizza quasi istantaneamente una figura stilizzata in bianco e nero, avvolta nel mistero e nell’assenza. Questa precisa operazione iconografica affonda le sue radici nell'album Catene (1984), dove la grafica inizia a lavorare sistematicamente sulla sottrazione della realtà a favore del mito. In questo dittico noir dalle suggestioni hitchcockiane, il volto di Mina smette di essere un ritratto per farsi ombra e profilo. Un immaginario così potente affascina Demna Gvasalia che, colpito particolarmente da quegli scatti, nel settembre 2024 ha collaborato con il team dell'artista per una capsule collection di Balenciaga.

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Negli ultimi anni, le metamorfosi di Mina si sono spinte verso i confini del post-umano. Già con Piccolino (2011) e Maeba (2018), l'artista si è trasfigurata in una creatura aliena, portando a compimento una sorta di divinizzazione che la vede migrare definitivamente dalla terra alla galassia. Questa estetica riflette la strategia di un’icona che ha saputo oggi trasformare l'assenza in un’onnipresenza digitale fatta di collaborazioni e nuovi progetti discografici. Con l'ultimo album Gassa d’amante (2024), l'impiego pionieristico dell’intelligenza artificiale per cover e visual conferma la capacità della cantante e del suo team di abitare le rivoluzioni tecnologiche contemporanee non subendo il futuro, ma evolvendosi con esso riuscendo a trovare ogni volta nuovi modi per restare Mina sempre e comunque.